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Morti sul lavoro. Secondo Fratelli d’Italia è colpa dei lavoratori

Un'opera di Laika dedicata ai morti sul lavoro

«Otto morti sul lavoro su dieci sono stati disattenti». A leggerle queste parole non ci si crede. Anche perché non sono dette in libertà a un Bar Sport. Sono state pronunciate da un parlamentare della Repubblica, il deputato di Fratelli d’Italia Marcello Coppo, a un incontro sul tema della sicurezza presso il polo universitario Astiss di Asti.

Se nel 2024 i morti sul lavoro sono stati 1.482 (stima dell’Osservatorio nazionale morti sul Lavoro di Carlo Soricelli), vuol dire che circa 1.200 sarebbero morti per una loro stessa disattenzione. La vittimizzazione secondaria fa un ulteriore passo in avanti.
Addossare la “colpa” alla vittima, scagionando allo stesso tempo il “carnefice”, è ormai sport in cui si diletta l’ultradestra nostrana.

Onorevole Coppo, è forse morta per disattenzione Luana D’Orazio quel maledetto 3 maggio 2021? Luana era un’operaia tessile. Giovanissima, aveva solo 22 anni e un figlio di 5. Lavorava in un’azienda a Montemurlo, in provincia di Pistoia. Luana è morta uccisa perché, come ha dichiarato la mamma, Emma Marrazzo, «è stata messa davanti a un’arma pronta a sparare. Era stata trasgredita ogni norma di sicurezza».
Sa cos’è successo onorevole Coppo? Luana è rimasta stritolata dall’orditoio su cui lavorava. È morta dopo lunghissimi 7 secondi di agonia. Morta per disattenzione? No. Luana è morta, anzi è stata uccisa perché gli imprenditori avevano manomesso le misure di sicurezza di quell’orditoio. Perché? Perché così si sarebbe potuto produrre di più e più rapidamente: un 8% in più all’anno. La vita di Luana è stata sacrificata sull’altare di un 8% in più di produzione, per qualche migliaio di euro di profitti di più all’anno. Luana è morta per il profitto, non per la disattenzione.

Onorevole Coppo, sono forse morti per disattenzione i 5 operai uccisi nel crollo del cantiere Esselunga a Firenze il 16 febbraio 2024? Luigi Coclite, 60 anni, Taoufik Haidar, 43 anni, Mohamed El Ferhane, 24 anni, Bouzekri Rahimi, 56 anni, Mohamed Toukabri, 54 anni: questi i loro nomi. Sa cos’è successo onorevole Coppo? Sono rimasti schiacciati dal crollo di una trave di 20 metri. Forse per un errore di calcolo nella progettazione, sarà un tribunale a dover stabilire la verità giudiziaria. Ma quello che si sa è che quello non era un semplice cantiere, ma una giungla. Una giungla di appalti e subappalti con decine di aziende coinvolte. Il segretario della Fiom di Firenze Calugi dichiarò che ai lavoratori uccisi «veniva applicato il contratto di metalmeccanici ma… non stavano svolgendo lavori da metalmeccanici ma lavori edili… Ci troveremmo di fronte al fatto che si utilizza un contratto che ha un costo minore per garantire poi la possibilità a chi prende il subappalto di risparmiare”. Luigi, Taoufik, Mohamed, Bouzekri, Mohamed sono morti per il profitto, non per la disattenzione.

Onorevole Coppo, è forse morto per disattenzione Patrizio Spasiano il 10 gennaio 2025?
Patrizio era un tirocinante. Giovanissimo, aveva solo 19 anni. Lavorava da pochissimo in un’impresa in provincia di Napoli. Avrebbe dovuto imparare il mestiere, formarsi e orientarsi come saldatore. Sa cos’è successo, onorevole Coppo? Patrizio è stato investito da una fuga di ammoniaca che non si è arrestata se non dopo ore. Qualcuno dovrà spiegare perché non abbia funzionato un sistema di arresto delle esalazioni pericolose. L’ammoniaca l’ha investito in pieno viso, mentre era su trabattello, da solo. Lì, in altezza, è rimasto incastrato, senza che gli fossero stati nemmeno forniti i più elementari dispositivi di protezione individuale. Patrizio guadagnava 500€ al mese, per 40 e più ore di lavoro a settimana. Perché se assumi un tirocinante puoi risparmiare su stipendio, contributi, busta paga. E poi chi controlla che effettivamente quello sia “orientamento e formazione” (definizione del tirocinio) e non lavoro vero e proprio? Patrizio è morto per il profitto, non per la disattenzione.

Onorevole Coppo, voglio però venirle incontro. Mettiamo il caso che in alcune situazioni si muoia effettivamente “per disattenzione”. Cos’è che provoca questa disattenzione? Saprà bene che la soglia dell’attenzione fisiologicamente cala col procedere delle ore di lavoro. Più ore di lavoro consecutive si traducono in meno attenzione. Quindi, anche in quel caso, la causa ultima sono gli orari di lavoro troppo lunghi, i carichi troppo pesanti, lo scarso riposo, magari le pause insufficienti o addirittura inesistenti.

Onorevole Coppo, per le imprese la sicurezza è un costo e vogliono abbatterlo. Per i lavoratori e le lavoratrici, invece, la sicurezza è vita e vogliono tutelarla.
Per lei, per il governo Meloni che sostiene e per le opposizioni parlamentari che nulla hanno fatto in merito, la domanda è semplice: valgono più le nostre vite o i loro profitti?

L’autore: Giuliano Granato è portavoce di Potere al popolo

In apertura un’opera dell’artista Laika sul tema dei morti sul lavoro

Il cavallo di Troia della separazione delle carriere

Ci sono obiettivi inconfessabili dietro la cosiddetta “riforma della giustizia”, pomposa e ingannevole espressione usata dalla propaganda governativa nell’indicare il Ddl costituzionale attualmente in discussione al Senato; discussione del tutto inesistente in prima lettura alla Camera, dove il provvedimento lo scorso gennaio è passato intonso alla votazione dei deputati, senza alcuna possibilità di emendarne financo le virgole.
L’uso fraudolento delle parole è una costante dell’esecutivo Meloni.
Il Ddl diretto a scardinare in un solo colpo i principi della separazione dei poteri, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e dell’autonomia e indipendenza della magistratura è denominato “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”; un titolo di poco aiuto alla comprensione e dunque la traduzione ad uso dell’opinione pubblica è diventata “separazione delle carriere”, cui seguono i seguenti corollari: i pubblici ministeri e i giudici vanno separati in due diversi ordini, ognuno con il suo Csm, entrambi – unico momento di apparente unità – sottoposti ad un’Alta Corte che ne disciplina i comportamenti.
Il cittadino si domanda: perché separare le carriere dei magistrati?
Questa, in prima battuta, è stata la risposta dei promotori: si realizzeranno efficienza della giustizia, rapidità dei giudizi, certezza della pena e a seguire un profluvio di più o meno alti concetti che tuttavia pare non abbiano convincente presa tra il pubblico.
Anche il più disinformato dei cittadini, infatti, cercato invano il legame logico tra la separazione delle carriere in magistratura e l’efficienza della macchina burocratica, sommessamente potrebbe suggerire che, senza scomodare la Costituzione, sia sufficiente fornire mezzi, strumenti e personale necessari per riavviare il settore Giustizia inceppato da anni, per ciò solo incapace di dare risposte alla domanda di giustizia.
Visti i rischi, la propaganda governativa ha confezionato una seconda risposta, apparentemente più raffinata, se non altro per acrobazia discorsiva: con la riforma cesserà il condizionamento del giudice da parte del pubblico ministero, avrà fine la sottomissione del primo al volere del secondo nel momento della decisione, che così realmente svolgerà funzione di organo terzo e imparziale nel solco del principio del “giusto processo” tra parti uguali (Pm e imputato), unica garanzia di eguaglianza per i cittadini nel perseguimento di una giustizia più giusta.
Un postulato impegnativo. Che però, tradotto con esempi concreti, non brilla per chiarezza: in difesa di questa “riforma” si è detto che verranno cancellati i sospetti sulla innaturale “comunanza” tra Pm e giudice di un qualunque tribunale, avvezzi tra un’udienza e l’altra a consumare insieme un caffè al bar sotto il Palazzo di giustizia; si è detto che anche la composizione delle aule di Cassazione, dove la figura del procuratore generale, collocato su scranno elevato rispetto alla difesa e quasi affiancato al collegio giudicante, sia sinonimo della suddetta innaturale “comunanza”.
Anche il più informato dei cittadini potrebbe a questo punto provare un senso di disorientamento: in che modo il Pm condiziona il giudice? Il processo penale in Italia si svolge con giudici sottomessi alla volontà dei Pm? In concreto, come vanno separati? E cosa cambierebbe in termini di garanzia per il cittadino?
Di fronte a risposte indimostrabili, disinformazione e disorientamento rimangono: è proprio ciò a cui mira il governo della destra che, non a caso, definisce epocale questa “riforma”.
La Costituzione del nostro Paese, unico esempio nell’Occidente democratico, pone a garanzia dell’eguaglianza dei diritti dei cittadini l’indipendenza e l’autonomia della magistratura: è il principio dell’unità della giurisdizione a cui appartengono l’organo inquirente e l’organo giudicante, formati nella stessa cultura che vuole la magistratura soggetta soltanto alla legge, non ad altri poteri.
Pm e giudice hanno lo stesso compito: accertare la verità. Il Pm, che non è più l’organo inquisitorio di epoca anteriore al 1989, ha il dovere di acquisire anche gli elementi di prova a favore dell’indagato e non può tacere al giudice l’esistenza di fatti a favore dell’imputato: è l’accusa che – in autonomia e indipendenza – deve ricercare a 360° ogni elemento necessario a stabilire se esercitare l’azione penale.
L’uguaglianza delle “parti” nel processo è uno specchietto per le allodole. Accusa pubblica e difesa dell’imputato non difendono gli stessi interessi: il PM è chiamato a tutelare l’interesse pubblico, incluso quello della vittima del reato – figura pervicacemente dimenticata dalla propaganda governativa; la difesa dell’imputato tutela l’interesse del privato cittadino che assiste. La Costituzione è esplicita, non parla di parti uguali ma di parità delle parti nel contraddittorio avanti un Giudice terzo e imparziale.
E’ questi a garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge ed è questo che accade nei processi penali in Italia: d’altra parte, come perfettamente sanno i promotori della riforma, esiste un complesso sistema di garanzie che consente ad ogni cittadino che sia parte nel processo – in tutti i casi di supposti condizionamenti del Giudice – di ricusarne la figura, di denunciarne l’operato anche ai fini disciplinari, di rilevare le anomalie della sua decisione nei vari gradi di impugnazione.
L’indimostrata connivenza tra Pm e giudice, l’indimostrato condizionamento del Giudice da parte del PM – smentiti da dati statistici che, da soli, demoliscono la fraudolenta operazione del governo – rivelano la vera ragione di una riforma diretta alla separazione delle magistrature, non delle carriere.
L’inconfessabile motivo ha una lunga e oscura storia alle spalle, è una frenesia che da 40 anni periodicamente emerge nella vita politica italiana e trova tra i suoi originari promotori anche quel Licio Gelli che nel suo “piano di rinascita” della Loggia P2 dedicò ampie riflessioni alla magistratura italiana.
E’ una pura e semplice scelta politica; inconfessabile, perché nulla ha a che vedere con l’ostentata tutela dei diritti dei cittadini e perché si riassume in un elementare concetto: separato il Pm dalla magistratura giudicante, si apre la strada al suo controllo da parte del potere esecutivo, notoriamente ostile al controllo giurisdizionale che realizza l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e di cui la magistratura è espressione di garanzia.
Non è un caso – come segnalano molti giuristi – che l’opera distruttiva di cui è portatore questo DDL cominci con una modifica costituzionale quando sarebbe bastata una legge ordinaria: previsti in Costituzione due ordini separati, il Pm si trasformerebbe in un poliziotto, estraneo alla figura che oggi garantisce l’autonomia dell’accusa; si ridurrebbe a promuovere azioni penali solo per alcuni reati e non per altri, rispondendo del suo operato al potere politico di turno. E il giudice, affidato il Pm alle amorevoli cure del potere esecutivo, si ridurrebbe a mero burocrate indirizzato ad emettere sentenze destinate, queste sì, a sfociare in provvedimenti più aderenti alla tesi accusatoria, con buona pace del principio che ne vuole organo terzo e imparziale.
Ad essere indigesto all’attuale governo della destra è il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge: i soli cittadini di cui ha a cuore il destino processuale, al punto da non esitare nel sovvertire la Carta costituzionale, sono funzionari pubblici, parlamentari, ministri, politici e via dicendo.
Non sono i destini dei comuni cittadini ad inquietarlo: a loro difesa, quando si imbattono in un’indagine penale, mai innalza la bandiera del cosiddetto “garantismo” – altra truffaldina espressione riservata solo ai potenti incappati nelle maglie di qualche Pubblico Ministero per reati che ledono disciplina e onore a cui sono soggetti nell’esercizio delle funzioni pubbliche.
Gli scopi inconfessabili sono chiari: indebolire e limitare il potere giudiziario; controllarne l’operato per evitare che controlli l’operato del potere politico e perché da questo riceva le opportune direttive; eliminare il controllo di legalità – odioso ostacolo – che solo un’autonoma e indipendente magistratura è in grado di svolgere.
La cosiddetta “riforma della giustizia” pronta a disgregare l’ordinamento giurisdizionale è l’emblema del complessivo progetto politico – diretto a spezzare l’unità del Paese con l’autonomia differenziata e a frantumare l’ordinamento repubblicano con il premierato – che ha come unico scopo la sostituzione della Costituzione repubblicana e antifascista con altro testo estraneo alla democrazia di questo Paese.
Come è stato detto dal presidente del Tribunale di Bologna nel corso dello sciopero dell’ANM dello scorso 27 febbraio, “mai come in questo momento va detto che il potere deve rendere ragione ai principi costituzionali che ne fondano la sua legittimazione”.
La legittimazione del potere politico viene dai principi costituzionali e a questi il potere politico eletto deve rendere conto: non ad una volontà popolare che, ancora una volta all’insegna della manipolazione, viene raffigurata come unica fonte di un incostituzionale incontrollato esercizio di governo, sapendo perfettamente che anche la sovranità popolare va esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Nella Fattoria degli animali George Orwell aveva avvistato il pericolo: la manipolazione della realtà comincia con la corruzione del linguaggio e il successivo passaggio è l’autoritarismo.
E’ quello a cui oggi si sta assistendo, i cittadini vanno informati perché spetterà a loro nel prossimo referendum scongiurare l’archiviazione di principi e di diritti che rappresentano i valori fondanti della nostra democrazia costituzionale.

 

L’autrice: Silvia Manderino, avvocato del Foro di Venezia.

Da leggere anche:

Giustizia sottomessa, vulnus per i cittadini di Andrea Natale (Magistratura democratica)

 

 

Meloni, il riarmo e il solito equilibrismo: dire e non dire, esserci e non esserci

Giorgia Meloni, di fronte al piano ReArm Europe, non prende posizione. O meglio, fa il possibile per non farlo. Sa che sfilarsi sarebbe impossibile, ma sposarlo apertamente significherebbe mettersi in rotta di collisione con Matteo Salvini, con la retorica sovranista americana e con un’opinione pubblica italiana che sul riarmo è tutt’altro che entusiasta. Così la presidente del Consiglio resta in bilico: evita di esprimere entusiasmo per il piano della Commissione, ma allo stesso tempo lo sostiene, pretendendo però ritocchi che diano l’illusione di una negoziazione.

La sua vera preoccupazione non è la difesa europea, ma la partita politica interna. Da un lato, vuole blindare l’alleanza con gli atlantisti di Forza Italia e garantire a Guido Crosetto il suo spazio sulla scena internazionale. Dall’altro, teme che la Lega possa cavalcare il tema del “debito per le armi” per rosicchiarle consensi. Così, tra un attacco a Salvini e una dichiarazione strategica sul rischio di avvantaggiare l’industria bellica francese, Meloni costruisce la sua solita narrativa: presente ma distante, ferma ma flessibile. In realtà, prigioniera di se stessa.

 

Buon mercoledì.

Questione Curda: L’appello di Ocalan per salvare il confederalismo democratico

Il messaggio di Ocalan che, per la libertà e l’autodeterminazione del popolo curdo ha scelto la soluzione politica, proponendo lo scioglimento del Pkk e la fine della lotta armata, è un coraggioso e lucido atto rivoluzionario. Quale è stato, a mio avviso, l’appello di Ocalan il Gramsci contemporaneo, che ha saputo indirizzare e dirigere la commovente resistenza del popolo curdo anche dal tremendo carcere di Imrali, in cui è rinchiuso in condizione di totale isolamento da 25 anni. L’obiettivo, di importanza storica e emotivamente forte, è la salvezza delle magnifiche esperienze di Kobane, del Rojava (con il ruolo delle donne contro il capitale e il patriarcato), delle esperienze rivoluzionarie, importanti per tutto il Medio Oriente e anche per noi europei, ispirate dal pensiero del confederalismo democratico, di autogoverno nel Nord Est della Siria.

Nonostante l’inaudita condizione carceraria, ogni appello alla società di Ocalan ha avuto incidenza e creato una forte reazione popolare. Tanto più questo appello. Si tenga conto che il Pkk, per il popolo curdo, non è solo un partito, ma l’organizzazione della connessione sentimentale. La richiesta del suo scioglimento scuote, quindi, il popolo curdo: si accavallano, si inseguono, a volte si contrappongono entusiasmo per la pace e timore per le condizioni che verranno da Erdogan imposte. Un ruolo importante sta svolgendo il partito Dem, una forte e diffusa sinistra turco/curda, che ha un importante insediamento istituzionale e governa centinaia di Comuni, con tanti sindaci che, spesso, subiscono repressione, destituzione da parte del governo turco. È decisivo, quindi, che il Dem consideri l’appello di Ocalan una “opportunità storica per la pace.

La nostra prospettiva fondamentale nel prossimo periodo si concentrerà sull’espansione dei poteri delle amministrazioni locali; sull’assicurazione di garanzie costituzionali per la lingua madre, l’identità e i diritti religiosi; sul rilascio dei prigionieri politici e l’attuazione di riforme legali”. Bisogna, ora, fare i conti con le contraddizioni interne al sistema politico e militare turco. Finora il governo turco prende tempo, senza i necessari, precisi impegni. Giustamente il Pkk, accettando l’appello di Ocalan, ritiene urgente rimuovere gli ostacoli che impediscono ad Ocalan di essere parte centrale del processo di pace. Dalle montagne della resistenza curda, il Pkk dichiara un cessate il fuoco “per aprire la strada all’attuazione dell’appello del leader Apo per la pace e una società democratica. Siamo pronti a convocare il congresso.

Tuttavia, affinché ciò accada, è necessario creare un ambiente di sicurezza adeguato e il leader Apo deve guidare e gestire personalmente il congresso affinché abbia successo”. Il governo turco è diviso; il potere militare turco intende continuare la guerra, schiacciare la resistenza curda. Mentre, intanto, si intensificano gli attacchi militari contro la Siria del Nord Est, mentre l’artiglieria pesante delle milizie islamiste filoturche e i raid aerei attaccano la diga di Tishreen, che è la faglia di resistenza eroica dell’Amministrazione autonoma, che è curda ma rappresenta anche altre etnie importanti che vivono in pace. Un esperimento politico, istituzionale, umano che è temuto dalle oligarchie e dai califfati mediorientali. Per questo motivo tentano di distruggerlo, perché potrebbe aprire gli occhi ai popoli mediorientali. Siamo, insomma, sul filo di un’aspra trattativa. L’appello di Ocalan ha aperto un orizzonte storico di pacificazione. Il suo fallimento, per responsabilità del governo turco, aprirebbe il baratro di una guerra ancora più distruttiva. Possibile che l’Europa continui a tacere, appoggiando, nei fatti, Erdogan? E il governo e il Parlamento italiano perché fingono di non ricordare che il Tribunale di Roma ha concesso ad Ocalan l’asilo in Italia?

L’autore: Giovanni Russo Spena è costituzionalista e attivista politico

In foto WP una manifestazione pro Ocalan, a Londra 

L’appuntamento:

 

Similes cum similibus facillime congregantur

Dice qualsiasi vocabolario o enciclopedia che la diplomazia è quell’arte che si esercita attraverso la conduzione di negoziati, partendo dal principio del riconoscimento diplomatico di Stati, individui e gruppi. Non esiste diplomazia che non parta dal riconoscere la legittimità di chi si ha di fronte, dal riconoscerne la dignità, anche nelle sue colpe.

Il presidente Trump ha aperto un canale diplomatico con Vladimir Putin, riabilitandolo sulla scena internazionale, ma non sta conducendo alcun tipo di diplomazia con il presidente ucraino Zelensky. Molti osservatori definiscono quella con il presidente ucraino una trattativa, con ingiustificato ottimismo: non viene riconosciuto nella sua dignità politica, ma interpellato come portatore di merce.

Anche la trattativa, però, pretende uno scambio di proposte e controproposte che preludono alla conclusione di un accordo. In questo caso c’è solo una proposta sul tavolo: accettare un’invasione economica nordamericana delle proprie terre per fermare l’invasione militare russa. Vi sono, insomma, tutti i connotati di un’usura. Ci vuole molta fantasia per chiamare tutto questo pace.

Il Cremlino ha fatto sapere che “la politica estera degli Stati Uniti adesso coincide” con la loro. Anche qui c’è un evidente svarione: l’uso della forza non è politica, ma imperialismo. C’è chi lo fa con i carri armati e chi lo attua con lo strozzinaggio. Uno la chiama “operazione speciale”, l’altro la chiama “pace”. E non è un caso che si assista al riallineamento politico: chi segretamente amava l’uno, ora può pubblicamente dichiarare l’amore per l’altro.

Buon martedì.

Oscar. Premiato No other land, sulla lotta dei palestinesi di Mesafer Yatta

Nel 2022, dopo una battaglia legale durata vent’anni, l’Alta Corte israeliana ordina all’esercito di procedere con l’espulsione forzata di circa 1800 palestinesi e di distruggere i loro villaggi al fine di utilizzare il territorio come campo di addestramento militare. No Other Land, girato da un collettivo palestinese-israeliano, si pone in prima linea nel restituire la strenua resistenza di una comunità impegnata in una lotta non violenta per rivendicare il diritto ad abitare le proprie terre. Scenario della protesta è Masafer Yatta, una regione montuosa della Cisgiordania meridionale, costituita da venti villaggi palestinesi e conosciuta per le antiche strutture di pietra e grotte, in molte delle quali vivono gli abitanti della zona, in maggioranza agricoltori. E nonostante i loro insediamenti compaiano sulle mappe dal XIX secolo, l’esercito israeliano non ne ha mai riconosciuto l’esistenza. È all’interno della comunità di Masafer Yatta che è nato e cresciuto Basel Adra, avvocato e giornalista, e regista del film insieme a Hamdan Ballal (fotografo e agricoltore palestinese), a Yuval Abraham (giornalista israeliano) e a Rachel Szor (direttrice della fotografia e montatrice israeliana).

In sala dallo scorso 16 gennaio con Wanted, No Other Land è stato presentato, nel 2024, a numerosi festival ricevendo, tra gli altri, il premio come miglior film e il premio del pubblico nella sezione Panorama alla Berlinale, e quello come miglior documentario e miglior film all’European Film Award (Efa). Ha inaugurato, inoltre, la terza edizione del Rome International Documentary Festival (Ridf) che si è tenuto a Roma, al Nuovo Cinema Aquila, lo scorso dicembre.

«Ho iniziato a filmare quando è cominciata la nostra fine», dichiara Basel Adra, figlio di genitori attivisti, che, all’età di cinque anni, ricorda di aver assistito al primo arresto di suo padre: «la realtà mi ha spinto a essere un attivista, non credo sia stata davvero una scelta. […] A sette anni ricordo che dormivo con le scarpe addosso per prepararmi a un’eventuale irruzione dei soldati in casa dopo le proteste. […] Se non lottavamo, saremmo stati sfrattati dalla nostra terra e avremmo perso la nostra comunità. L’inevitabilità della nostra lotta, in qualche modo, aiutava a gestire la paura».

Il vissuto personale della comunità di Masafer Yatta fa eco a una questione più grande, inserendosi all’interno del conflitto israelo-palestinese che sarebbe scoppiato nell’ottobre del 2023, poco dopo la fine delle riprese del film. No Other Land rappresenta una fondamentale testimonianza dei soprusi e delle discriminazioni in seno a un mondo diviso tra «uomini con le targhe gialle e uomini con le targhe verdi», dove ai primi – gli israeliani – è concesso di spostarsi liberamente, mentre agli altri – i palestinesi – è fatto divieto di lasciare il Paese. E accanto alle drammatiche immagini della demolizione di case e scuole, della privazione di acqua e attrezzi di lavoro, vi sono quelle di una comunità che resiste, unita, nella lotta, affinché non muoia, insieme al coraggio, anche la speranza di «un modo alternativo in cui israeliani e palestinesi possano vivere in piena uguaglianza».

L’autrice: Giusi De Santis è critica cinematografica e saggista. Questa recensione è tratta dal numero di Left di febbraio 2025

Missione fallita

Dicevano che l’Ucraina avrebbe potuto sconfiggere l’esercito di Putin. Quando gli è stato fatto notare la follia del loro proposito, hanno risposto che una mancata difesa avrebbe piallato l’Ucraina – ed è vero – e che si trattava solo di guadagnare con le armi un’agevole posizione per trattare. Missione fallita.

Dicevano che gli Usa fossero stati e sarebbero stati il faro dell’Occidente, che l’Europa aveva come unico imperativo quello di stargli in scia, che ci avrebbero pensato loro. A chi faceva notare che la strategia dell’Unione europea cameriera dei desideri americani avrebbe portato all’irrilevanza, rispondevano che il patto atlantico (e la Nato) era inossidabile. Missione fallita.

Dicevano che la guerra in Ucraina avrebbe rafforzato l’Europa. Missione fallita. Dicevano che con Putin non bisognava trattare, al diavolo lui, le sue richieste e al diavolo tutti i russi del presente e del passato. Dicevano che bisognava combattere chiunque dialogasse con Putin. Missione fallita.

Dicevano che non era tempo di attivare la diplomazia con voce più alta delle armi perché sarebbe arrivato il momento buono, il momento giusto. Missione fallita. Dicevano che i sacrifici dei cittadini per le armi avrebbero garantito la solidità del multilateralismo e della democrazia occidentale. Missione fallita.

Molti di loro sono gli stessi che leccavano Putin, che sorridevano del suo lettone regalato a Silvio. Sono gli stessi che ora leccano Trump, perché riconoscono lo stesso odore. Hanno fallito su tutto, ora propongono di ripiegare sulle armi.

Buon lunedì.

In apertura, disegno di Marilena Nardi

L’intensa ricerca (politica ed estetica) del regista iraniano Koohestani

Amir Reza Koohestani, regista e drammaturgo tra i più rilevanti del panorama iraniano contemporaneo. In Italia è noto soprattutto per il suo Dance on Glasses, uno dei suoi primi spettacoli col Mehr Theatre Group agli inizi degli anni Duemila e per la sua partecipazione alla Biennale teatro di Venezia con Blind runner.

Ma facciamo un passo ancora indietro: Nei primi anni della sua carriera teatrale Koohestani ha lavorato come drammaturgo radiofonico con  opere che fin da subito testimoniano una profonda ricerca politica, culturale e artistica che gli ha permesso di portare il teatro iraniano all’attenzione internazionale. Il suo lavoro affronta tematiche universali come l’interiorità e le relazioni sociali, mantenendo sia una connessione profonda con la cultura iraniana che al contempo un’apertura verso temi più globali come le migrazioni in Europa, intrecciando un approccio “minimalista” e simbolico insieme.

Mantenendo un legame costante con la cultura e i problemi sociali del proprio Paese di origine, trova spesso un filo emotivo e concreto connesso al mondo occidentale, con pubblico straniero, interrogandoci su questioni politiche e emotive con produzioni caratterizzate da un’eleganza visiva e una narrazione che lascia sempre spazio a un’interpretazione aperta.

Il suo lavoro si basa sulla voce e sul dialogo, utilizzando un linguaggio semplice e moderno. Uno dei migliori modi per descrivere le sue opere forse lo fornisce lui stesso quando dice: “I miei testi teatrali raccontano sempre una storia e sono centrati sui personaggi, ma sono aperti, senza un finale definitivo.” (cfr www.ilna.ir).

La sua scrittura si muove tra simbolismo e realismo, passando dalla descrizione documentaristica della vita quotidiana a una dimensione immaginaria di profonda ricchezza poetica. Le sfumature della vita quotidiana si intrecciano con un simbolismo che spesso ha radici proprio nella sua cultura di origine. Questo approccio alla narrazione lascia in fin dei conti allo spettatore la libertà di decidere la propria verità, quella potrà accogliere in quel momento della sua vita e con cui entrerà o meno in risonanza più profonda.

Koohestani usa la fiction per esplorare temi reali, creando un mix fra documentario e immaginazione. Una capacità di immaginare che, come afferma Joëlle Chambon, “gli artisti europei sembrano talvolta aver perso”. Al contempo Koohestani nelle sue opere fa tesoro di modalità che ricordano molto alcune tradizioni teatrali europee che continuano una ricerca di una terza via, appunto tra documentario e narrazione immaginativa. Chambon sostiene inoltre che il percordo di Koohestani sia dettato dalla sua lingua: il vocabolario persiano è breve, e la sfumatura si esprime meno nel lessico che nella metafora o nell’ironia, ossia nell’arte dell’aggiramento.

La combinazione di elementi di teatro simbolista e realistico, a volte integrando al contempo convenzioni del teatro tradizionale iraniano (come alcuni suoi spettacoli della produzione iraniana, entra anche nella messa in scena con elementi non verbali.

Il regista ci invita a spettacoli che si basano prima di tutto su un testo forte, drammatico e strutturato, e l’aspetto più importante di questo è che tutti gli elementi creativi dello spettacolo sono al servizio dell’idea e del testo principale, senza mai uscire dal mondo teatrale. La scrittura è poetica e realistica.

Koohestani, nelle opere con le produzioni europee, spesso racconta storie che si intrecciano in una città-mondo, dove ogni personaggio è in movimento e “spostato” con attori che parlano tedesco, farsi, arabo, francese e altre lingue europee. L’uso della diversità linguistica gli consente di utilizzarle come strumento per esplorare temi di incomprensione e del potere legato all’uso o non uso di una lingua.

La struttura scenica nelle sue opere è spesso costellata da video, proiezioni e riprese in real time, permettendo di amplificare la profondità del personaggio e del tema dello spettacolo. Nelle produzioni della sua compagnia, la Mehr Theatre Group, spesso vediamo movimenti scenici integrati con riprese in tempo reale del volto degli attori, creando un quadro multidimensionale della loro presenza sul palco. Le videoproiezioni sono così utilizzate per almeno due piani di realtà, quello visibile e quello nascosto dei personaggi, rivelando la molteplicità interiore ed esteriore. L’uso delle tecnologie nelle sue opere quindi è sempre presente e significativo pur mantenendo un approccio minimalista e strettamente funzionale.

Joëlle Chambon nel suo articolo “Amir Reza Koohestani, un dramaturge européen?” riporta proprio su questo tema: “il dramma esplora le sue tracce attraverso immagini e discorsi compositi, creando un “poema teatrale”. La scenografia multimediale nelle sue opere non si manifesta come “privilegiata” e mantiene il suo ruolo funzionale, essendo al servizio della narrazione.

Dal 2016, Amir Reza Koohestani è costantemente attivo in Europa e in Germania dove attualmente risiede. Ha realizzato senza la sua compagnia, in qualità di regista, diverse opere teatrali in Germania, Svezia e Francia con temi presi quasi esclusivamente dalla cultura europea, mentre con la sua compagnia ha sviluppato invece direzioni prevalentemente legate a tematiche contemporanee. Uno dei temi più noti nelle sue opere è la migrazione. L’artista critica l’ipocrisia delle politiche europee nei confronti dei paesi del Medio Oriente e il problema irrisolto della migrazione, nonché un’Europa meno accogliente nei confronti dei nuovi cittadini stranieri. Riflette inoltre sulla difficoltà di sfuggire alle etichette imposte dalla società e dal pubblico, che si aspettano da lui narrazioni legate esclusivamente alla sua esperienza di outsider o migrante, in particolare riguardo alla realtà iraniana. Il teatro europeo sembra non essere ancora pronto ad accogliere un autore “straniero” che riesca a portare in scena un dramma borghese senza associarvi etichette geografiche. (cfr intervista  aVenezia con «Blind Runner», fra Iran e Europa)

Maria Stuarda è l’ultimo progetto firmato da Amir Reza Koohestani con la produzione del Teatro di Stato della Bassa Austria a St. Pölten, andato in scena a settembre 2024.

Il regista, con la sua coautrice Mahin Sadri, ha trovato un adattamento innovativo della storia di queste due regine. Nella commedia di Schiller, Maria ed Elisabetta si chiamano a vicenda “sorella”. “Una ha amore ma non ha potere, e l’altra ha potere ma non amore”, dice l’autrice Mahin Sadri (cfr Landestheater.net). Schiller ritrae la rivalità politica e personale tra le due regine e allo stesso tempo la mette in discussione. Koohestani / Sadri rafforzano la drammaturgia dell’immagine speculare disponendo i personaggi simmetricamente attorno ai poli Maria ed Elisabetta condensando il classico in un “intimo spettacolo da camera con due regine, due amanti, due cameriere e una guardia”. I sosia sono un motivo letterario e artistico comune, spesso ripreso anche da Franz Kafka e che si ritrova nei primi lavori teatrali di Amir Reza Koohestani. A differenza dell’originale, sono le donne / sosia sono più coinvolte nella trama: “Abbiamo dato tanto spazio alle cameriere di Elisabetta e Maria Stuarda perché rappresentano le voci che spesso non vengono ascoltate. Nella nostra versione, vivono la politica da vicino, sviluppano il proprio atteggiamento nei suoi confronti e prendono le proprie decisioni” (cfr Mahin Sadri ).

Le cameriere salutano Elisabetta perché non vogliono sostenere le rimostranze del sistema politico. Forse si uniranno alla rivolta fuori dalle mura del castello. In ogni caso rappresentano la voce di chi spesso non viene ascoltato. “Per me, questo è un forte ponte con ciò che sta accadendo in Iran”, ha affermato Amir Reza Koohestani. Anche in questa opera, sul palco troviamo attori multilingue, dal tedesco al persiano. Koohestani e Sadri in questa versione sfidano la politica attuale europea che cammina verso i populisti. Come citato dal sito di www.tangente-st-poelten.at: “L’opera evidenzia l’importanza di usare l’arte per fare luce sulle ingiustizie e sfidare le strutture politiche oppressive”.

In un’intervista (Intervista a Amir Reza Koohestani, Landestheaterniederoesterreich, pagina Instagram, settembre 2024), esprime l’idea che ci sono donne che hanno la capacità di essere ottime regine o politiche, ma il sistema sociale o politico in cui vivono non consente loro di esercitare pienamente questi ruoli. La struttura scenica ci fa ricordare la macchina scenica del teatro greco “ekkyklema”, rivisitata e digitalizzata con pannelli trasparenti per la proiezione di video ripresi in tempo reale o registrati. La scenografia come elemento dominante che controlla e dirige attraverso la “macchina”. Elisabetta cerca fin dall’inizio di non alimentare la violenza e l’aggressività, ma alla fine non ha altra scelta, perché il sistema non lo permette. L’autore ribadisce che l’obiettivo principale è stato la creazione di questa macchina in cui le persone hanno difficoltà a sopravvivere, ossia lui si sente in dovere di creare situazioni difficili o sfidanti per i personaggi, quasi come se fosse una sua responsabilità artistica mettere alla prova i personaggi e mostrare le loro reazioni in condizioni estreme.

Pigmalione, di George Bernard Shaw, è il testo elaborato da Amir Reza Koohestani, con la produzione del Residenztheater, in cui mette in discussione l’influenza sempre più rilevante dell’AI e il ruolo della tecnologia sulla società contemporanea e nel modellare le nostre identità. Nella variante di Ovidio “Pigmalione e Galatea” (“Metamorfosi” X), uno scultore crea una statua di una donna di cui si innamora e Afrodite le dà vita. Nella commedia di George Bernard Shaw, rappresentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna nel 1913, un professore di Fonetica scommette con il suo amico di trasformare entro sei mesi una venditrice di fiori ignorante in una signora di alta borghesia. Attraverso un intenso addestramento linguistico e di buone maniere, lui e la sua collega la trasformano, non solo esteriormente, una giovane donna sfacciata e sicura di sé in una brava signora che lotta con il suo nuovo ruolo e le sue aspettative.

Il tema dell’AI è uno dei temi più attuali nella nostra società. Indubbiamente l’uso dell’intelligenza artificiale è paragonabile ad eventi importanti come l’invenzione della stampa o l’utilizzo dell’elettricità. Le reti neurali dell’intelligenza artificiale selezionano la protagonista da una varietà di possibili candidati, un aspetto che rende il testo particolarmente attuale poiché invita il pubblico a riflettere sul ruolo della tecnologia nel determinare i destini umani in futuro e le reti neurali potrebbero cambiare il nostro futuro, quello privato, quello professionale o persino la nostra libertà (cfr www.adoringaudience.de).

Anche in questo spettacolo, il tema centrale si concentra sulla figura di una donna, come sottolineato dagli autori dell’opera. Così dice in un una intervista: “Eliza è una donna della classe operaia che non appartiene a nessun posto: nemmeno a suo padre che beve e non ha interesse per lei, né per il professore che abusa di lei per la sua vanità egoista. La lotta per definire se stessa, la propria identità, è al centro del nostro approccio all’opera di Shaw.”

Woyzeck Interrupted di Georg Büchner, non può essere considerato semplicemente un’opera sulla violenza domestica, nonostante vi si consumi un femminicidio. Questo atto di violenza, che ha avuto una lunga tradizione nella letteratura drammatica, si inserisce nel contesto di un’umanità segnata dalla gelosia, uno dei motivi che spingono Woyzeck ad accoltellare Marie.

L’ispirazione di Büchner, datata 1821, si lega a un crimine passionale. Oggi, in Germania, dove ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito o ex marito, la tragedia del femminicidio trova nuova vita nella versione del “Woyzeck” di Koohestani e Sadri dove non parlano di singoli casi, ma cercano relazioni del potere di genere e della violenza strutturale nella vita privata.

Quello che trovano sono modelli, che mostrano anch’essi ma non per riprodurli, bensì per interromperli. Gli autori propongono una nuova via: trasgressione delle regole / innovazione radicale / rompere il costrutto. Il tema della “rottura” si manifesta nella struttura drammaturgica del testo dove la protagonista interrompe la gravidanza e il Covid interrompe le prove. Così in un suo intervento.

La scena è una sorta di casa delle bambole a più livelli, e le stanze sembrano schermi. La struttura scenica enfatizza la sensazione di separazione, quarantena, isolamento. Da un lato è la metafora della situazione sociale del periodo del Covid nel 2020, dall’altra parte rappresenta le relazioni contemporanee mediate dalla tecnologia. L’uso costante delle immagini / video nella narrazione dei personaggi sottolinea la presenza rilevante della tecnologia / immagine nella vita dei personaggi. La narrazione non lineare e le scene frammentate, grazie all’utilizzo degli schermi e delle proiezioni, riflettono anche lo stato mentale di Woyzeck e la difficoltà di comunicare nel mondo digitale.

Lo spettacolo non è riuscito a conquistare pienamente i critici teatrali tedeschi, nonostante un cast perfetto e una realizzazione impeccabile.

In un mondo sempre più globalizzato, il teatro di Koohestani rappresenta un invito a guardare oltre le etichette geografiche e culturali, a interrogarsi sulle dinamiche del potere e sulle ingiustizie che caratterizzano la nostra società. Le sue opere non solo toccano le corde dell’anima, ma stimolano anche una riflessione critica sul presente e sul futuro, dimostrando che il teatro può essere un potente strumento di cambiamento e di dialogo tra mondi apparentemente distanti. Amir Reza Koohestani con la sua arte ci ricorda che il teatro è un luogo di incontro, di confronto e soprattutto di libertà.

L’autrice: Mahnaz Esmaeili è direttrice artistica e docente a contratto dell’Università Sapienza di Roma

Foto di Arno Declair

Cortina, la pista di bob e il solito spreco di Stato

C’è una pista di bob che nessuno vuole. Nemmeno il Comitato olimpico internazionale, che a Cortina ha mandato una lettera per dire chiaro e tondo che l’impianto rischia di essere una cattedrale nel deserto, con costi esorbitanti e un futuro incerto. Eppure, il governo insiste. Perché?

L’impianto costa 81 milioni di euro. Servirebbe per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, ma la realtà è che dopo i giochi resterà un monumento allo spreco. Nessun altro evento internazionale è previsto, la manutenzione sarà insostenibile, gli atleti italiani che praticano bob, skeleton e slittino si contano sulle dita di una mano. Ma chi se ne frega.

A Cortina si doveva recuperare la storica pista “Eugenio Monti”, chiusa dal 2008. Un’idea nostalgica che nasconde la solita gestione opaca delle grandi opere: progetti inutili, costi che lievitano, nessuna visione a lungo termine. Il Cio, di fronte a questa follia, ha persino suggerito di spostare le gare in Austria.

Ma l’Italia non molla. Perché i grandi eventi, qui, sono un pretesto per gettare – quando va bene – colate di cemento e – quando va male – anche per soddisfare appetiti. Non per lasciare eredità sportive, ma debiti. Il vero sport nazionale.

Buon venerdì. 

 

In foto: Il palazzo olimpico del ghiaccio di Cortina, di Wusel007 – Opera propria

Trump detta le regole, l’Unione europea prende appunti

Donald Trump alla primo consiglio dei ministri 26 febbraio 2025

Stanotte Trump si è esibito in una torrenziale conferenza stampa, la forma di governo preferita di ogni plutocrazia che usa le parole per fomentare lo spostamento dell’etica pubblica. Il presidente degli Usa ha detto al mondo che l’Unione europea è «nata per truffare gli Stati Uniti» e che i prodotti europei saranno «presto» soggetti a dazi del 25%. «Abbiamo preso la decisione, e la annunceremo a breve, che sarà del 25%», ha detto Trump. I dazi contro la Ue «riguarderanno le auto e altre cose», ha detto Trump.

L’elefantiaca Unione europea, di rimando, ha fatto sapere che «reagirà in modo fermo e immediato alle barriere ingiustificate al commercio libero ed equo, anche quando i dazi vengono utilizzati per contestare politiche legittime e non discriminatorie», promettendo di «proteggere le aziende, i lavoratori e i consumatori europei dai dazi ingiustificati». Letta così, la risposta di Bruxelles è un’affermazione di incontrovertibile buon senso. Il problema, sempre lo stesso, sta nel fatto che è solo una risposta, come sempre.

Donald Trump ha in mente un’idea precisa: scardinare le strutture democratiche degli Usa, lanciare una campagna predatoria e imperialista nei confronti del resto del mondo, consolidare il suo rapporto con Putin, che ritiene «molto intelligente», lucrare sulla pace in Ucraina dopo aver fatto affari d’oro sulla guerra, distruggere il diritto internazionale con il bilateralismo e accogliere chiunque si presenti al suo confine con un sacco di soldi.

Ecco, forse il problema per l’Europa è qualcosa di più dei “dazi ingiustificati”. Donald ha una strategia, e l’Europa?

Buon giovedì.

 

In foto Ipa: Donald Trump al primo “consiglio dei ministri”