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Scrutare di nuovo l’orizzonte

La considerazione che si può azzardare nel rapidissimo sconvolgimento degli scenari internazionali innescato dall’avvento della seconda amministrazione Trump, è che la forma di globalizzazione che conosciamo sia finita.
L’aggressività dell’amministrazione Usa è ben rappresentata dall’annuncio portato in Europa dal vicepresidente di Trump, J.D. Vance, che la questione Ucraina sarà affrontata su un tavolo composto da Usa e Russia al quale per noi non c’è, semplicemente, posto. Impensabile immaginare quali potranno essere le conseguenze di un simile approccio.
Intanto, sul tavolo dei fenomeni macroeconomici ha fatto irruzione la politica dei dazi dell’amministrazione Usa.

Per fare alcune considerazioni nel merito possiamo affidarci alla visione espressa dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in un intervento tenuto al Forex il 15 febbraio a Torino. A partire dalle tensioni e dai mutamenti che investono gli scambi internazionali, che Panetta così descrive: «Molti Paesi stanno concentrando le relazioni commerciali su partner considerati affidabili, con cui hanno relazioni consolidate o affinità politiche ed economiche. Questa tendenza sta ridisegnando la geografia del commercio, gli scambi tra paesi appartenenti a blocchi geopolitici contrapposti e aumentando quelli tra economie politicamente allineati». E il governatore aggiunge: «La riconfigurazione del commercio appena delineata, in cui hanno un peso considerevole le motivazioni geopolitiche, sta indebolendo il sistema multilaterale di governance economica globale fondato sull’integrazione produttiva e sul libero scambio. Il commercio internazionale viene sempre più utilizzato come leva strategica, soprattutto nella competizione tecnologica».

In tutto questo, a che punto è l’Europa? La sua economia è stagnante, il Pil praticamente fermo, la domanda interna debole, «le aspettative di una ripresa trainata dai consumi e sostenuta dall’occupazione sono state ripetutamente disattese» e «in base ai dati più recenti, la ripresa potrebbe tardare ulteriormente». «A soffrire di più è il settore manifatturiero, che continua a perdere quote di mercato».
Che fare, dunque? «L’Europa deve adottare un nuovo modello di sviluppo che valorizzi il mercato unico e riduca la dipendenza da fattori esterni. Vanno rilanciati gli investimenti, che da anni sono inferiori rispetto a quelli degli Stati Uniti e la cui carenza è particolarmente evidente se confrontata con l’elevata capacità di risparmio del nostro continente». Ma, avverte Panetta, «non basta investire di più. È necessario investire meglio, privilegiando i progetti e le riforme in grado di innalzare la produttività, la cui bassa crescita rappresenta il principale fattore di debolezza dell’economia europea. In cima alla lista vi sono i settori innovativi, che rappresentano il motore della produttività; in particolare quelli legati alla doppia transizione, ambientale e digitale, che svolgono un ruolo cruciale anche per l’autonomia strategica europea, come nel caso dell’energia. Le risorse necessarie sono ingenti, e richiedono un contributo sia pubblico sia privato. Gli interventi vanno realizzati con azioni congiunte a livello europeo, al fine di realizzare economie di scala e di evitare le duplicazioni che deriverebbero da interventi frammentati a livello nazionale. Serve quello che, in un recente intervento, ho definito un ‘patto europeo per la produttività’ […] avviare un programma di spesa comune – mirato negli obiettivi e limitato nel tempo e nell’ammontare – per finanziare investimenti indispensabili per tutti i cittadini europei».

Il governatore della Banca d’Italia Panetta

«Oltre a rafforzare il potenziale di crescita degli Stati membri, questa iniziativa consentirebbe di generare un’offerta stabile di titoli comuni europei privi di rischio, un tassello essenziale per la creazione di un mercato unico dei capitali capace di finanziare progetti innovativi, compresi quelli più rischiosi. Le priorità e le strategie per rafforzare la competitività dell’economia europea sono chiare e ampiamente analizzate. La vera sfida, ora, è metterle in pratica».
Il ragionamento di Panetta si svolge, dunque, nel solco molto vicino a quello impostato da Mario Draghi nel suo Rapporto sulla competitività europea. Un approccio che appare sempre più consistente. Oggi non dobbiamo solo accettare di doverci confrontare con due giganti economici come, appunto, gli Usa e la Cina. Ma dobbiamo anche affrontare, con molto realismo, l’indifferenza di Trump e dei suoi per una qualsiasi forma di destino comune costruito di concerto. Per l’America di Trump è necessario che l’Europa divenga una “astrazione geografica”, priva di peso e di autonomia decisionale. E, perciò, inevitabilmente, assai più debole e più povera. È ora di scrutare di nuovo l’orizzonte.

L’autore: L’ex ministro Cesare Damiano è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare

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Funambola senza rete: Meloni oscilla tra Usa e Ue, ma nessuno si fida

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Giorgia Meloni continua a muoversi su un filo sottile, oscillando tra fedeltà agli Stati Uniti e il tentativo di mantenere una parvenza di autonomia in Europa. Il vertice di Parigi lo ha dimostrato ancora una volta: da un lato, l’adesione all’aumento delle spese militari, un segnale lanciato a Washington; dall’altro, il rifiuto di discutere dell’invio di truppe in Ucraina, un gesto di prudenza che la allontana da Macron e dai “volenterosi” dell’Unione europea. 

L’equilibrismo, però, si sta rivelando sempre più una zavorra. La premier si ritrova in una posizione scomoda, costretta a rassicurare Trump, con cui condivide la diffidenza verso l’Unione europea, e a non irritare troppo i partner continentali, che guardano con sospetto la sua ambiguità. La sua strategia di evitare scelte nette rischia di tradursi in un isolamento doppio: non abbastanza allineata con i falchi europei, non abbastanza determinata per guadagnarsi un posto di rilievo nell’agenda di Washington. 

Meloni è una funambola su un filo sempre più sottile, con il rischio di precipitare nel vuoto. A Parigi ha cercato di tenere a bada Macron, senza però offrire alternative credibili. La sua prudenza sull’invio di truppe può sembrare buon senso, ma la verità è che non c’è nessuna strategia. L’Italia, in questa partita, non incide: annuisce agli Stati Uniti senza ottenere garanzie, si accoda alle decisioni europee senza influenzarle davvero. E così, mentre le alleanze si ridisegnano con una rapidità senza precedenti, Meloni resta impantanata in un’ambivalenza che non paga. Non a Bruxelles, non a Washington, non a Roma.

Buon martedì.

Così Londra voleva deportare i migranti in Ruanda

The Barge è il nome che gli abitanti di Portland hanno dato alla “nave-prigione” Bibby Stockholm. Per mesi è rimasta ancorata nel porto della cittadina del Regno Unito, ed è la rappresentazione plastica della feroce politica migratoria britannica.

Nell’ambito del programma il Fattore Umano il 18 febbraio  (su Rai3 alle 23,10) è andato in onda Mare dentro di Irene Sicurella e Fabio Colazzo, reportage che racconta gli ultimi giorni di questa nave. Si può rivedere su Raiplay.

Ecco il racconto per Left della coautrice del documentario

migranti a Portland, frame del reportage tv Mare dentro

«È come essere psicologicamente detenuti. Cerco di uscire ogni giorno perché non voglio stare seduto lì, mi deprimo. Ci sono tante persone, invece, che non escono mai. Penso che molti stiano soffrendo in silenzio». Con queste parole, John, trentenne kenyota, descrive la sua vita a bordo della Bibby Stockholm, un enorme colosso galleggiante senza motore, grande come un campo da calcio, approdato a Portland, nel sud-ovest dell’Inghilterra, nell’estate del 2023. Simbolo brutale dell’aggressiva politica migratoria dell’ex primo ministro Rishi Sunak, la “Bibby” è stata costruita per gli operai delle piattaforme petrolifere e fino a qualche anno fa è servita allo scopo per cui era nata. Accogliere in letti singoli poco più di 200 lavoratori che restavano lì tutt’al più qualche settimana. E invece ha lasciato il suo ultimo porto d’attracco e al seguito del suo piccolo rimorchiatore è arrivata, quasi a passo d’uomo, a Portland, con una nuova missione: ospitare – tutti i letti singoli sono diventati a castello – un massimo di 500 richiedenti asilo, esclusivamente uomini, in attesa di essere chiamati a fare il colloquio per richiedere lo status di rifugiato.
Sull’isola ci è rimasta più di anno e mezzo, fino a fine gennaio scorso, quando, ormai svuotata, ha lasciato le coste britanniche. Il contratto con l’azienda proprietaria non è stato rinnovato: troppe proteste e costi troppo alti. Alla prova dei fatti, la soluzione si è rivelata tutt’altro che conveniente rispetto agli alloggi in hotel, come aveva invece proclamato a gran voce Sunak.
Intanto, però, la chiatta ha lasciato dietro di sé molto più di un fallimento logistico: centinaia di vite da ricostruire, forse altrettanti traumi. A bordo hanno trovato alloggio, chi per qualche settimana, chi per molti mesi, uomini di qualsiasi nazionalità: afgani, sudanesi, pakistani, colombiani, somali, kenioti, a volte scappati da terre che in pochi da queste parti sapremmo trovare su una mappa, come il Belucistan. Centinaia di vite lasciate indietro e da ricominciare, di ferite da metabolizzare in fretta, perché nel limbo logorante dell’attesa non si poteva mollare mai il colpo.

Spiaggia di Portland, frame dal reportage tv Mare dentro

Leonard Farruku era albanese e aveva 27 anni quando si è tolto la vita in una delle camere della Bibby Stockholm, a inizio dicembre del 2023. Dopo aver perso, molto giovane, entrambi i genitori, aveva attraversato la Manica su un gommone, era andato a vivere in un hotel e poi, sotto richiesta del Ministero dell’interno, sulla chiatta.
L’avevano visto angosciato, le ore prima. Aveva confidato che le condizioni a bordo non erano pessime, ma che il personale li trattava come criminali.
La mattina dopo mi sono alzato presto. Volevo andare nella sala di informatica, dove si può usare il computer. Ma c’era la sicurezza e un sacco di polizia. Mi hanno detto: “Non puoi entrare. C’è un’indagine in corso. Un ragazzo si è tolto la vita, si è ucciso. Ho pensato: “questa cosa è orribile. Sono arrivato qui solo ieri”. Poi sono andato a prendere un caffè vicino alla spiaggia. Quando sono tornato alla chiatta, ho visto l’ambulanza portare via il corpo del ragazzo. Era tutto vero. Mi sono detto: “È questo il modo in cui si esce da qui? La gente qui dentro è così stressata che si uccide”.

Salah corre, frame dal reportage tv Mare dentro

Salah ha 26 anni, è scappato dalla Somalia che ne aveva 16, dopo che la tribù rivale ha ammazzato suo padre ed è venuta a cercarlo. Nove anni di viaggio infernali attraverso i lager della Libia, la traversata del Mediterraneo su un barchino di fortuna, il passaggio di Ventimiglia, due anni da senzatetto a Parigi, la giungla di Calais e un furgone su cui si è infilato di nascosto per arrivare in Gran Bretagna. Eppure quel suicidio lo ha scioccato. Non riusciva credere che quel posto facesse così impazzire. E invece ne ha presto conosciuto la routine: sorvegliati da telecamere, sottoposti ai raggi X ad ogni ingresso e ad ogni in uscita, anche quella di cinque minuti, per la sigaretta salva stress. Nessuno oltre loro poteva salire lì dentro. E poi un autobus blu allo scoccare di ogni ora per essere scortati fuori e dentro dal porto, a piedi era vietato. L’ultimo alle dieci di sera: se lo perdevi, niente cena, e soprattutto, niente rientro. Iniziava la ricerca di un posto dove passare la notte, tentando di scansare la paura che potesse diventare un’annotazione sul dossier ministeriale e pregiudicasse tutto.
La Bibby Stockholm a Portland non si vedeva, era nascosta in un porto privato sotto la collina più alta dell’isola. La spiaggia ventosa che ha ospitato gli sport velici delle olimpiadi di Londra 2012 piena di corpi paffuti e bianchi, scoperti a raccogliere i soli estivi o imbaccucati nella pioggia fredda a portare i cani a passeggiare. La chiatta ferma, chiusa al mondo, in fondo, dietro le ultime case. Lontana dagli occhi, lontana dalle coscienze. Il giorno in cui è arrivata però, i cittadini si sono fatti sentire. Due fazioni che una cosa sola avevano in comune: quella barca non l’avrebbero voluta lì. Da una parte chi la trovava disumana, ma era pronto ad accogliere i migranti in arrivo, dall’altra chi invece non li voleva proprio lì, perchè “500 nuove persone su un’isola di tredicimila sono troppe”, perché le differenze culturali erano un rischio, perché “sono tutti uomini e fanno paura”, perché l’unico medico di base dell’isola non ha posto per gli inglesi, figuriamoci per gli altri. E c’è chi su queste divisioni ha cercato di cavalcare l’onda, come Voice of Wales, Patriotic Alternative o il British National Party, i partiti di estrema destra corsi in tutta fretta a Portland a fomentare le proteste anti-immigrati, a esacerbare le sofferenze.

Pub inglese frame dal reportage tv Mare dentro

Poi è arrivato il 4 luglio 2024, quando la sinistra di Keir Starmer ha riconquistato il Regno Unito dopo un impero conservatore di 14 anni. Il giorno seguente alla sua elezione, Starmer ha cancellato l’accordo tra Gran Bretagna e Ruanda che garantiva la possibilità di inviare richiedenti asilo arrivati illegalmente nel Regno Unito nel paese africano. Una forzatura che al tempo aveva fatto reagire anche la Corte suprema e l’Onu.
Ma sembra che poco altro sia cambiato. L’idea di “esternalizzare” e confinare i migranti continua ad affascinare tanti, ma a funzionare poco. Fa forse fa un po’ gola anche al nuovo premier inglese, che a settembre scorso, parlando con Giorgia Meloni dei due centri per richiedenti asilo costruiti dall’Italia in Albania, sembrava mostrare il suo interesse per il nuovo modello.
Peccato che dall’Albania i migranti tornino inesorabilmente indietro ogni volta. Le Corti d’appello, a cui è affidata la convalida dei trattenimenti, continuano a rigettare i fermi, così come avevano fatto le sezioni Immigrazione dei tribunali. E ora il governo discute un cambio di rotta: trasformarli in veri e propri centri per il rimpatrio nel tentativo di evitare che rimangano ancora deserti per mesi. Un altro fallimento. Logistico, politico, umano.

IL FATTORE UMANO È un format di Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, regia di Luigi Montebello, musiche originali di Filippo Manni e Massimo Perin. La puntata da titolo Mare dentro di Irene Sicurella e Fabio Colazzo va in onda martedì 18 febbraio, alle 23.10 – Rai 3

L’autrice: Irene Sicurella è giornalista

Tutela dei diritti nel nome di Giordano Bruno: laicità contro i soprusi della Chiesa

La filosofia di Bruno è la squilla della libertà: non ci può essere libertà senza il prerequisito della laicità, base di ogni patto democratico di civile convivenza democratica. 
Come ogni 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma rendiamo onore al Nolano, perché la memoria di quel rogo sia fiamma contro l’oscurantismo

Giordano Bruno, 425 anni fa, dopo lunghi anni di carcere e sofferenze (fu sottoposto anche a tortura almeno due volte: a maggio del 1597 e a settembre del 1599), a piedi scalzi e con la lingua stretta nella mordacchia, veniva condotto dal carcere del Sant’Uffizio a piazza Campo de’Fiori per essere bruciato vivo. Era l’alba del 17 febbraio del 1600, e la Chiesa cattolica, che aveva voluto quella morte atroce, celebrava in quell’anno il suo Giubileo.
Il Santo tribunale dell’Inquisizione Romana, presieduto personalmente dal papa, l’aveva condannato al rogo perché «eretico, impenitente, pertinace» ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, venivano dati alle fiamme.
Sono gli anni in cui la Chiesa, attraverso la sua macchina inquisitoriale, che si alimentava della delazione e del sospetto indotto, del terrore del rogo e di torture a volte anche più crudeli della morte, sferrava uno dei più pesanti attacchi repressivi contro quanti osassero pensare con la propria testa e rivendicassero il diritto di scegliere visioni del mondo e comportamenti di vita non omogenei e funzionali alle sue opinioni.
Bruno non può non scontrarsi col potere dominante perché si assume il “fastidio” di pensare.
E fastidito si era definito nella sua commedia, Candelaio. Un unico termine, fastidito, che diviene monogramma esistenziale di chi non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide nel mondo. Senza il dubbio (demone) del fastidio contro il conforme e il fideistico, Bruno non avrebbe potuto maturare la sua rivoluzionaria filosofia. Una filosofia che ha fatto paura e che fa paura ancora a molti per la sua attualità straordinaria. Un pensiero che costringe a fare i conti con le proprie piccolezze e ristrettezze mentali. Perché non ammette zone grigie. Perché è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono – scrive Bruno – il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana». La sua filosofia fa paura perché è una condanna inappellabile per chi vorrebbe l’umanità eterna minore: “gregge” “asino” “pulcino” “pulledro” (sono i termini che usa Bruno). In uno stato di perenne minorità. Incapace di intendere e di volere. Bisognosa quindi di padrini, padri protettori, padreterni. Tanto più pericolosi quanto più assoluti. Un’umanità in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze sguazzano.
Bruno mette a nudo i meccanismi psicologici e consolatori, che riducono gli uomini ad asini obbedienti che si fanno «guidare – scrive – con la lanterna della fede, cattivando [imprigionando] l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida».
Giordano Bruno è un intellettuale scomodo perché condanna la menzogna, l’ipocrisia, l’ignoranza. Soprattutto se a praticarla sono i così detti “dotti”. «La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra – scrive – dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che … gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi …e ai popoli».
In un contesto storico come quello attuale, dove il senso della ragionevolezza sembrerebbe smarrito nella ripresa del fideismo religioso che si fa anche terrorismo, nel mentre spettri nazifascisti avanzano, noi bruniani, nell’anniversario del martirio di Giordano Bruno vogliamo rimettere al centro più che mai il valore della Laicità, supremo principio della nostra Carta costituzionale repubblicana.
Niente è più prezioso della Laicità, perché le garanzie di convivenza civile non possono venire da supposte rivelazioni, ma dal patto laico di cittadinanza, a tutela della dignità di ciascuno e nel diritto di ciascuno a essere l’esclusivo proprietario della sua vita. Sempre e ovunque, come sancisce la nostra Costituzione che vincola lo Stato repubblicano a rimuovere gli ostacoli che impediscono autonomia e autodeterminazione individuali.
Senza laicità non c’è democrazia. Non c’è libertà, né giustizia, né uguaglianza di pari opportunità. Ma solo sopruso.
La laicità è allora essenza e motore della democrazia per concretizzare l’uguaglianza nei diritti umani, nell’impegno politico a produrre benessere sociale, rispetto reciproco. Per uscire dalla caverna della sottomissione individuale e sociale, sperimentando il coraggio della libertà.
Bruno vuole un mondo di individui pensanti e liberi. Per questo ha accolto con entusiasmo la Rivoluzione copernicana, che sviluppa e amplifica nel suo straordinario infinito. In tutta una serie di successive e concentriche rivoluzioni. Eccole in sintesi:
– Al principio divino, sostituisce la Natura – Materia – Vita autosufficiente. Quindi perfetta, divina, nella sua infinita autonoma capacità di generare gli infiniti fenomeni. In natura niente si crea e niente si distrugge.
Alla conoscenza prefissata nel modulo dell’anima creata, sostituisce la fisicità della mente corpo funzione biologica. Insomma come dirà Crick, lo scopritore insieme a Watson della catena del DNA: «come la bile è una secrezione del fegato, l’anima è una secrezione della mente».  Contro il confessionalismo del precetto, rivendica la libertà dell’etica nella sua autonomia ed autodeterminazione per ciascun essere umano. Perché ognuno è proprietario della propria vita. Responsabile del progetto di vita che vuole per sé. Comunque e sempre.
Alla politica del potere di pochi, contrappone quella della cittadinanza per tutti.
Usciti dalla gabbia del geocentrismo, dove «gli erano mozze l’ali», gli esseri umani possono finalmente spiccare il volo e «liberarse de le chimere» di un cielo superiore e una terra inferiore.
E il Nolano chiama ogni essere umano a spiccare questo volo per sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire. Per diventare, «possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno», «cooperatori dell’operante natura». Penetrando le leggi fisiche della materia-vita. Dove tutto è corpo animato e infinita trasformazione nel suo particolare caratterizzarsi fenomenico.
La «natura materia madre, che partorisce dal suo grembo all’infinito le sue forme», non ha bisogno di altro che di se stessa. È autosufficiente nella costanza del suo autonomamente farsi.
Non c’è più bisogno di creazionismo, né di provvidenzialismo, né di finalismo.
Il Nolano ha squarciato il velo! E la favola delle immaginarie sacralizzate essenze si schianta su questa materia-vita-infinita-totale-universale-essere, di cui ogni essere umano nella sua fisicità fa parte. E proprio nella sua fisicità può scoprire, conoscere, agire. E in questo si è maghi. Si è dei a se stessi.
La magia di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: «magia – scrive – è la contemplazione della natura e scoperta dei suoi segreti».
E il nostro filosofo scrive: «Approvo quello che si fa fisicamente e procede per apotecàrie [farmaceutiche] ricette… Accetto quello che si fa chimicamente»; «Ottimo e vero è quello che non è sì fisico che non sia anche chimico e matematico».
Questa è la magia per Giordano Bruno, contro la «magia di disperati» «di chi invoca supposte intelligenze occulte con riti preghiere formule».
La magia è allora arte della conoscenza, magia di conoscenza, «potenza cogitativa» che sa tessere interrelazioni rappresentative. È memoria ragionata, che sviluppa pensiero problematico. Elabora giudizi fondati.
E Bruno sottolinea la fisicità di questo processo intellettuale: «la ricerca ragionata dei dati particolari, è il primo accostarsi al cibo, la loro collocazione nei sensi esterni ed interni, è una forma di digestione» per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza».
La memoria dunque, in questo incessante processo di scomposizione e ricomposizione di «atomi corporei-mentali» (li chiama proprio così) è «conoscenza del nuovo». Esercizio di continua trasmigrazione concettuale. Succedersi di cicli conoscitivi conclusi, che si riaprono a sempre nuovi cicli di diversificate acquisizioni (le pitagoriche trasmigrazioni di cui parla).
Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza».
Bisogna allora impegnarsi a “spacciare” (scacciare) via l’ottusità della fede asinina attraverso una radicale renovatio. Per fare spazio alle infinite possibilità delle individuali singolarità. Quelle che ancora oggi l’integralismo cerca di reprimere.
È il confessionalismo di potere che considera l’umanità eterna minore, e che per questo vuole riappropriarsi del controllo della scuola, della ricerca, della scienza …
Contro tutto questo e molto altro ancora, la filosofia di Bruno è la tromba del riscatto perché – come scrive- «la vita vera … sta nelle nostre mani». Ognuno ha intelletto e mani, afferma Giordano Bruno, ma è la mano, l’operosità, l’agire che ci rende intelligenti.
Christian René de Duve, premio Nobel per la medicina (1974) ha scritto: «L’Homo sapiens, quello che possiede conoscenza, deriva dall’Homo habilis, colui che sapeva usare le mani». Un bel riconoscimento per il nostro Giordano Bruno, che a proposito di evoluzionismo secoli prima di Darwin scriveva che senza la mano «l’uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d’edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca». E ancora «dove sarebbero le istituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congragationi de cittadini, le strutture de gl’edificij et altre cose assai, che significano la grandezza et eccellenza umana […]? Tutto questo se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano organo de gl’organi».
Insomma, è l’azione che fa la differenza! Ed è sul primato dell’agire che Bruno prospetta la sua riforma politico-sociale. Invitando a costruire Repubbliche, a rimuovere le ingiustizie, perché il Paradiso – scrive Bruno – bisogna costruirlo in terra, o almeno cercare di far diventare la terra meno inferno. Ecco allora, che alla religione del regno dei cieli, Bruno contrappone la religione civile, che è legame politico-sociale. Legame umano per vivere in pace e serenità. Nella civile pacifica convivenza: «dove – sostiene il Nolano – la quiete de la vita sia fortificata e posta in alto […] dove non si dee temer d’altro che d’essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia». Ovvero spogliato della dignità. Dei diritti umani, che garantiscono l’emancipazione individuale e sociale. Che, come aveva ben capito il Nolano, esiste soltanto se è tutelata nel patto sociale.
Patto costituzionale lo chiamiamo oggi. Vincolo per ciascuno a rispettarlo, perché è la garanzia che la mia libertà inizia contemporaneamente a quella di ciascun altro. Nei diritti e nei doveri. E solo su queste basi di laicità – cultura dell’emancipazione e dell’uguaglianza – si può costruire una società più giusta ed equa, dove ognuno sia tutelato contro il sopruso, il familismo … la prepotenza.
«La legge – scrive Bruno – faccia che gli potenti per la loro preminenza e forza non sieno sicuri». E aggiunge: «gli potenti sieno più potentemente compressi e vinti» affinché «gli deboli non siano oppressi».
Insomma bisogna avere la certezza del diritto e costruire le condizioni del diritto: per l’emancipazione individuale e sociale. Perché a nessuno continua: «non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate». (Spaccio).
Ecco il bene comune! I beni comuni!
E proprio sulla questione dei diritti sociali e dei beni comuni, passa oggi la riaffermazione della dignità di ciascuno, anche contro l’arroganza di un liberismo selvaggio che assicura la ricchezza a pochi, e a tutti gli altri la certezza di una vita sempre più precaria. …
Attenzione, la ricchezza non è un male – sostiene il nostro filosofo – se è risultato del lavoro che consente l’emancipazione a cui tutti devono essere posti nella condizione di accedere. Ma, cara Ricchezza – scrive – sei da scacciare via « quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia […] e non sei quella, che dai fine a’ fastidi e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie».
Insomma, poiché il sopruso trova sempre il modo di metabolizzarsi. Ecco allora la necessità di affermare per il bene comune il principio dell’uguaglianza delle opportunità: «non è possibile – afferma il nostro filosofo – che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta».
Insomma libertà e democrazia nell’accesso ai diritti. E se questo non avviene, – continua Bruno – dipende «dalla inegualità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inegualità, ogni iniquitade». Gli uomini possono produrre le ingiustizie. Gli uomini possono rimuoverle. Ecco allora in sintesi il programma attualissimo della Riforma di Giordano Bruno: fornire l’istruzione a tutti perché ognuno possa emanciparsi; rimuovere gli ostacoli degli svantaggi individuali, sociali ed economici; togliere i privilegi; deporre i tiranni; costruire le Repubbliche e rafforzarle; scegliere governanti onesti. Perché individui si diventa. Perché l’appartenenza nella cittadinanza è nostra costruzione.
Cittadinanza democratica, di cui la laicità è motore e baluardo contro il sopruso.

L’appuntamento: L’associazione nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” come ogni anno ricorderà il filosofo Giordano Bruno il 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma (dalle ore 17). Con interventi di Giulia Gazerro “L’eco di Bruno: uomo natura cultura in un universo dinamico, di Luca Tedesco “Il Libero Pensiero a Roma nel 1904: l'(in)attualità di un congresso” e di Maria Mantello: Laicità è democrazia. A seguire i recitativi di Annachiara Mantovani. E infine cori di canti popolari nella continuazione dello spirito bruniano, diretti da Sara Modigliani.

L’autrice: Maria Mantello è saggista e presidente dell’Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno

Segreti, minacce e depistaggi: il governo insegue i suoi fantasmi

Il sottosegretario Alfredo Mantovano

Mi pare che sia passato molto sotto traccia l’articolo pubblicato lo scorso 11 febbraio su Il Foglio a firma di Luca Gambardella. All’interno si legge che, dopo la figuraccia mondiale del governo Meloni con la liberazione del capo della polizia libica Osama al Najem, detto “Almasri”, il capo dell’Aise, Giovanni Caravelli, sarebbe volato in Libia per “escogitare un piano per evitare nuovi episodi imbarazzanti”. Il Foglio scriveva che “Caravelli ha incontrato il premier libico Abdulhamid Dabaiba e il procuratore capo di Tripoli, al Sidiq al Sour, con i quali si è confrontato sui nominativi riservati di alcuni libici su cui la Corte penale internazionale ha emanato un mandato d’arresto. Il capo dell’Aise ha informato chi di questi potrà viaggiare in Italia in futuro senza il rischio di essere arrestato”.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano, rispondendo ai giornalisti alla Camera, ha smentito la ricostruzione parlando di “calunnia in libertà” e ha promesso di querelare il giornalista e la testata.

Nel frattempo, abbiamo scoperto che l’attivista sudanese David Yambio (che ha denunciato d’essere stato vittima delle torture di Almasri) è indagato dalla procura di Palermo. L’abbiamo saputo – anche lui – da un articolo de Il Giornale, che però ha indicato come indagato Luca Casarini di Mediterranea, sebbene non lo sia. L’informazione era contenuta in un documento riservato del Viminale indirizzato ai servizi. Yambio è tra gli spiati con lo spyware Graphite di Paragon, che però non è in uso in quella Procura.

Tutto bene?
Buon lunedì.

L’Italia mammona sul palco di Sanremo

Nella settimana in cui ero a Sanremo ricevevo messaggi audio che cominciavano con “scusa, lo so che sei a Sanremo” come a dire lo so che sei in quella bolla, in quel mondo a parte. Ed il festival è proprio questo, un momento di sospensione per l’Italia capace di nascondere sotto il tappeto anche gli elefanti più ingombranti, però è anche un grande fenomeno sociale capace di indicarci lo stato di salute del Paese. Inevitabile non far caso alla conduzione di Carlo Conti che come già hanno scritto in molti si è mostrata democristiana fin dalla prima puntata, forse la più difficile per il conduttore in quanto lo status Dio, padre e famiglia sembrava proprio trovare gli interpreti giusti in Gerry Scotti (il dio della tv), Carlo Conti (il padre che mette insieme tutta la famiglia provando a non litigare a natale) e Antonella Clerici (la famiglia, che tieni uniti a tavola da buona mamma).
E a proposito di mamme mi è sembrato di vederne e sentirne tante in questo festival. Simone Cristicchi nella sua canzone – Quando sarai piccola – parla della malattia di sua madre, Tony Effe dedica la canzone a sua madre, Fedez arriva all’Ariston con sua madre che è anche la sua fedelissima manager, Achille Lauro ha tratto spunto per la sua canzone- Incoscienti Giovani – dalla storia di sua madre ed infine Carlo Conti di solito tutto d’un pezzo in conferenza stampa si commuove parlando di sua madre.
Quante madri! Ma non è che sarà proprio questo il problema di questo Paese? La difficoltà di fare una separazione dalla propria madre e smettere di guardale come pilastro sacro in ogni cosa che si fa senza mai trovare la propria identità?
Come se non bastasse già il trio della sacralità, all’improvviso durante la competizione canora è arrivato papa Francesco con un videomessaggio, per la prima volta durante il festival di Sanremo, messaggio che si è perpetuato all’interno del 70% della case degli italiani (si, perché sono stati questi i numeri dello share), Tutto questo mi lascia basita, su una rete che dovrebbe essere nazionale e pubblica e rispettare la “laicità” di questo paese visto che siamo noi a pagarla.
Ma non solo cose negative, per fortuna ci hanno pensato tre cantautori, accomunati da una bella sensibilità a colorare e condire con stupore questo Festival sciapo, facendosi largo uscendo dalle loro nicchie con vari slalom fino ad arrivare sul podio. Partendo dal terzo classificato Brunori Sas che in questo tenero pezzo -“L’albero delle noci”- parla della sua terra, la Calabria e di come la nascita di un figlio possa cambiare l’architettura del proprio cuore. Passando al secondo classificato Lucio Corsi, la vera scoperta di questo Festival di Sanremo, cantautore umano e poetico che sul palco ha portato gli amici che suonano con lui dalle medie, il mondo immaginifico di topo Gigio e la volontà di abbattere quell’apparenza da duri e provare semplicemente a essere quello che si è.
Podio per il giovane Olly, genovese e anche egli cantautore che ha fatto breccia in pochissimi anni tra i giovanissimi per la sua semplicità, sul palco è tutto cuore e questo ai ragazzi gasa, per fortuna. Fa un po’ sorridere che il titolo della canzone vincitrice di questo festival si chiami proprio- “Balorda nostalgia” -come un po’ di “quella” nostalgia traspare da queste cinque puntate della kermesse proposte dalla tv di stato guidata dal governo Meloni, e come recita la canzone di Willy Peyote, anche lui in gara “c’è chi ha perso la memoria e vorrebbe che tornasse, come se non bastasse, grazie ma no grazie”. ‎

L’autrice: Marina Parrulli è attrice e speaker radiofonica. Per Left conduce il podcast LeftTalk

La Biennale IntelliGens di Carlo Ratti

Il curatore della Biennale architettura 2025 Carlo Ratti

Sarà una Biennale collettiva, così promette il curatore della 19esima Mostra internazionale di architettura Carlo Ratti, architetto e ingegnere, insegnante al Massachusetts Institute of Technology (MIT) nonché direttore del Senseable City Lab e socio fondatore dello studio Carlo Ratti Associati.

Con il titolo “Intelligens, Naturale, Artificiale, Collettiva”  la Biennale di Venezia si svolgerà dal 10 maggio al 23 novembre 2025 ai Giardini, all’Arsenale e a Forte Marghera.
Il tema di fondo è centrato sulla necessità di rispondere alla crisi climatica ripensando l’approccio progettuale seguito fino ad ora superando il modello, non più sufficiente, del progetto come mitigazione, riduzione del nostro impatto sul clima, ma viceversa ripensando il progettare come adattamento dei modelli insediativi che considerino i profondi cambiamenti climatici che si vanno manifestando e che nel tempo saranno sempre più marcati.
Per fare ciò le forze da mettere in campo, è stato detto, sono tante: architetti, scienziati in varie discipline, mondo dell’imprenditoria, cioè tutte le intelligenze innovative che possono fermare i grandi sconvolgimenti prodotti dall’uso scriteriato del suolo, dall’inquinamento delle acque, dall’aumento del calore sulla terra che preannuncia eventi catastrofici.
In questa prospettiva l’architettura deve attingere a tutte le forme di sapere, ridefinendo il concetto di autorialità e deve quindi aprirsi con una nuova inclusività al mondo scientifico, a quello dell’arte e all’insieme delle generazioni vecchie e nuove, svolgendo a pieno il suo ruolo che è quello di fornire soluzioni da proporre sviluppando l’ascolto e la condivisione nella formazione di scelte che coinvolgono tutti.
Le recenti sfide poste dai catastrofici effetti del climate change cui abbiamo assistito con gli incendi di Los Angeles, le inondazioni di Valencia e Sherpur, la siccità in Sicilia (solo per fare gli esempi recenti) hanno ribadito la necessità di rinnovare l’impegno in quell’arte necessaria all’umanità per affrontare un ambiente ostile che è l’architettura.

Un’architettura deve diventare flessibile e dinamica, proprio come il mondo per cui sta progettando. La Biennale Architettura 2025 si propone di sviluppare l’intelligenza umana e artificiale per progettare città più sostenibili. Per Carlo Ratti diventa fondamentale il rapporto tra natura e tecnologia.
Di conseguenza, la Biennale ha programmato una sinergia tra architetti e scienziati per proporre sistemi artificiali che, ispirandosi ai modelli della natura, possano generare architetture e città che affrontino i cambiamenti climatici.
Molti sono gli architetti, artisti, scienziati e imprese coinvolti: da Michelangelo Pistoletto con il suo Terzo Paradiso, a Konstantin Novosëlov premio Nobel per gli studi sul grafene e alla Porsche che si allea alla Norman Foster Foundation nell’ambito del progetto The Art of Dreams presentando l’installazione Gateway to Venice’s Waterways. E ancora da Kengo Kuma allo stesso Norman Foster promotore, insieme al Comune di Kharkiv del concorso per la ricostruzione della città sviluppato in collaborazione con il Consiglio comunale di Kharkiv, la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite, Arup e il Kharkivproject Institute e vinto da Andrew James Jackson, ingegnere progettista britannico, con la proposta, intitolata “Guarigione di Kharkiv: dalle macerie al rinnovamento”

Il Padiglione Italia curato da Guendalina Salinei si svilupperà fuori dalla sede storica che è in ristrutturazione e si estenderà in vari luoghi della città di Venezia intitolandosi “Terrae Aquae – L’Italia e l’intelligenza del mare”. La sezione “Space for Ideas” raccoglierà poi le idee selezionate attraverso una call che permetterà di scoprire voci inedite e inascoltate che altrimenti sarebbero passate inosservate.

Quindi una Biennale Architettura come un grande e diffuso laboratorio di idee, una astronave che pensa anche a un futuro in cui lo spazio fuori dalla terra non è una via di fuga alla Elon Musk ma un mezzo, con le sue ricerche, per migliorare materiali e sistemi da usare nelle costruzioni. Una astronave che Pietrangelo Buttafuoco ha fatto atterrare nel mondo attuale devastato dalle guerre citando Luciano Violante che ha descritto, in un articolo sul Corriere della Sera, l’attuale fase storica come domicidio cioè la deliberata e sistematica distruzione di scuole, ospedali, abitazioni, intere città allo scopo di privare un popolo della propria identità e anche memoricidio attraverso cui si vuole distruggere la storia e la memoria dei popoli. Abbattendo la dignità di un popolo, annichilendolo, se ne può poi disporre. E compaiono le atroci immagini di distruzione che giungono dai conflitti in Ucraina, in Palestina, nel Myammar .

Viene allora da sottolineare con forza che non ci si oppone abbastanza ai deliranti progetti di espulsione della popolazione e di sua sostituzione con i giganteschi progetti di sfruttamento immobiliare di Netanyahu e Trump (che vuole fare di Gaza un resort di lusso, deportando i gazawi ndr). Al crollo del senso umano delle cose, prima con le guerre poi con tali progetti, occorre trovare, anche attraverso eventi internazionali come la Biennale, una forte opposizione culturale.
La Biennale come laboratorio, fucina di idee e palcoscenico di progetti, assieme alle scuole di architettura, la nostra gens, come volontari, potrebbe farsi promotrice di proposte per contribuire alla ricostruzione di Gaza. In questo momento non pensare a questo territorio dove si è sfregiato il volto dell’umanità assumerebbe le sembianze di un degrado culturale anche dell’architettura.
Proponiamo allora un laboratorio in cui idee, progetti e iniziative possano coinvolgere tante professionalità per ricostruire la storia e la memoria dei popoli. Sommessamente suggeriamo: forniamo i macchinari per trattare le macerie e trasformarle in materiali per le costruzioni, utopisticamente proponiamo di riutilizzare i tunnel di Hamas per la climatizzazione degli ambienti recuperando le antiche conoscenze del mondo arabo, mutando così completamente il senso di quelle strutture.

Una Biennale di Architettura per costruire collettivamente le idee per permettere alle popolazioni di auto costruirsi le loro città, ritrovando una bellezza dopo la distruzione.
“L’architettura è l’arte del costruire, non risponde mai solo a bisogni, ma anche ai sogni, all’immaginario. Inseguire i sogni è cruciale. Fare dei progetti è anche questo, inseguire un sogno, proiettarsi in avanti. Voglio dire che l’architettura ha una tekne, ma anche una poiesis. Si tratta di creare luoghi dove le persone possano star bene insieme: scuole, università, sale da concerto, biblioteche, centri sportivi, musei, parchi. C’è una poesia dello stare insieme.” Renzo Piano intervista a Paolo Valentino. Sette – Corriere della Sera del Sera, dicembre 2024
E sorge adesso un interrogativo, se pure sarà possibile rispondere con tutte le intelligenze e le tecnologie alle sfide del clima che l’uomo ha alterato, quanto sarà indispensabile riuscire a trovare una risposta alla distruttività di alcuni individui della specie umana, quanto sarà indispensabile riuscire a condividere il bene comune attraverso una nuova arte di abitare la terra….

Gli autori: Fiammetta Nante, Corrado Landi, Alessandro e Giancarlo Leonelli sono architetti

In foto il curatore della Biennale architettura 2025 Carlo Ratti, courtesy Biennale di Venezia

 

Malattie rare: una rivoluzione culturale contro la discriminazione dei pazienti

Definire significa necessariamente limitare, ridurre a un’etichetta la complessità delle cose, porre entro dei confini ben precisi l’identità specifica di ciascuno. Definire una persona “disabile” significa condannarla alla sua malattia, ricondurre tutte le sfumature della soggettività a un’unica grande categoria, quella della mancanza. È per evitare questo stigma che il decreto legislativo n. 62/2024 ha aggiornato la terminologia: “persona con disabilità” non indentifica un individuo con la sua menomazione ma separa le qualità intrinseche della persona da una condizione oggettiva di svantaggio. Il 15 febbraio è la giornata mondiale della Sindrome di Angelman, ma le parole e la sensibilizzazione pubblica non bastano se non sono accompagnate da un effettivo riconoscimento sociale dei diritti delle persone con disabilità.

La Sindrome di Angelman, scoperta dal pediatra inglese Harry Angelman nel 1965, è una malattia genetica rara che colpisce circa un bambino ogni 15mila, causata da un’alterazione di un gene del cromosoma 15. È caratterizzata da un grave ritardo dello sviluppo psicomotorio, linguaggio verbale assente, epilessia, deficit dell’equilibrio dinamico e movimenti scoordinati con tremori agli arti. I primi sintomi si manifestano tra i 6 i 12 mesi, mentre le crisi epilettiche compaiono intorno ai 2-3 anni di vita (nell’80-85% dei casi). Spesso sono presenti anche problemi gastrointestinali, visivi e ortopedici (curvatura anormale della colonna vertebrale). Il comportamento tipico rivela una certa facilità nella relazione, iperattività motoria, ipereccitabilità con ridotto span attentivo e disturbi del sonno. Un altro tratto frequente, presente nell’80% dei casi, è la microcefalia, che si rende evidente dopo i 2 anni di vita.

«Quando abbiamo saputo che nostro figlio aveva la SA, chiaramente la notizia è stata devastante», racconta a Left Ferruccio, il papà di Federico. «Il mondo ci è crollato addosso, perché tutti i sogni e le aspettative che una giovane coppia si fa quando sta per nascere il primo figlio vengono a crollare, soprattutto quando si tratta di una sindrome così rara. Paura e sconforto sono state le sensazioni prevalenti durante quel periodo. A darci un po’ di sollievo è stato conoscere le altre famiglie di bambini con SA, che abbiamo incontrato grazie all’associazione ORSA (Organizzazione Sindrome di Angelman).». Oggi Federico ha 14 anni, frequenta la prima superiore e gioca a baskin (basket inclusivo). È ben voluto dai compagni e dagli insegnanti, e affronta con serenità questa fase della sua vita. Tuttavia gli episodi di discriminazione non sono mancati in passato.

«Le discriminazioni più grandi che abbiamo vissuto finora paradossalmente sono arrivate proprio da parte dello Stato, nei confronti dei diritti di nostro figlio – diritti che in buona parte gli sono stati negati nei primi anni di vita e solo tramite una causa civile all’INPS siamo riusciti a far riconoscere. Dopo la diagnosi di Angelman, a Federico sono state attribuite l’invalidità civile al 100% e la L.104, entrambe però con rivedibilità della diagnosi. La giustificazione è stata che, essendo molto piccolo ancora, poteva esserci margine di miglioramento. Per noi era una cosa normale, perché avevamo fiducia nella commissione che se ne occupava, un’equipe di professionisti costituita da medici, assistenti sociali, e via dicendo».

«Al primo convegno dell’Orsa a cui abbiamo partecipato abbiamo scoperto che, secondo il decreto ministeriale 02/08/2007, la Sindrome di Angelman prevede sì l’invalidità civile e l’handicap grave (L. 104 art.3 c.3) ma con l’indennità di accompagnamento, mentre a noi era stata attribuita quella di frequenza; soprattutto, non è considerata rivedibile. Volevamo fare ricorso ma non potevamo perché era troppo tardi. Abbiamo dovuto aspettare due anni per fare una seconda visita di accertamento e di nuovo l’invalidità civile non è stata riconosciuta come “non rivedibile”. Ci siamo quindi rivolti a un avvocato per fare causa all’INPS, che abbiamo poi vinto. Altre circostanze discriminatorie si sono verificate a scuola, dove abbiamo sempre dovuto lottare per ottenere l’assegnazione del massimo delle ore di sostegno o della presenza della figura dell’educatore nelle ore mancanti».

Episodi come questi si verificano tutti i giorni nella vita delle persone con disabilità, storie di diritti calpestati che cadono nel silenzio. Lontano dalle luci dei riflettori, gli individui più fragili pagano il prezzo di vivere in una società ultra-competitiva che non ha tempo di badare a chi rimane indietro. «Tutti si riempiono la bocca di belle parole come inclusione, solidarietà, partecipazione ecc., ideali sicuramente nobili, ma nella realtà quotidiana le cose vanno diversamente. Tutto viene scaricato sulle spalle delle famiglie, che devono costantemente rimboccarsi le maniche ed essere disposte a battersi: se non lo fanno, vengono emarginate. Alle nuove famiglie che hanno appena scoperto la disabilità del proprio figlio/a dico sempre che la prima cosa da fare in assoluto è accettare la situazione. La seconda: lottare per far valere i propri diritti. Perché quella è veramente la discriminazione più grande. Nessuna malattia è così rara da non meritare l’attenzione».

L’autore: Elvis Zoppolato è docente, giornalista e saggista

In apertura Ritratto di fanciullo con disegno di Giovanni Francesco Caroto. Sembra che il soggetto ritratto potesse essere affetto dalla sindrome di Angelman

Foto wikimedia

Lo “Stato canaglia”, teoria e prassi

Nelle relazioni internazionali l’epiteto di “rogue” è riservato a Stati che deliberatamente si isolano dal contesto internazionale per perseguire condotte illecite, in spregio del diritto internazionale e tossiche per gli attori contermini o ad essi legati. Tutto questo al solo fine di perseguire vantaggi specifici e univoci dell’ambito internazionale e rafforzare posizione del proprio governo in politica interna. L’aggettivo “rogue” può essere tradotto come pericoloso o disonesto, in questo caso specifico però viene generalmente tradotto con canaglia, per sottolineare la malafede del soggetto in questione. L’epiteto di Stato canaglia è generalmente utilizzato da Paesi che hanno una grande potenza e influenza nelle relazioni internazionali, ad esempio gli Stati Uniti, contro Paesi che confliggono contro i propri interessi. Derrida nel suo libro Stati canaglia esplicitava bene il meccanismo per il quale nell’era post-liberale la definizione di “Stato canaglia” forse ormai d’uopo a sostenere le politiche estere degli attori più forti. Questo non toglie, tuttavia, che possano essere identificati come comportamenti da “Stato canaglia” alcune condotte particolarmente spregiative del diritto internazionale e contrarie ai trattati cui gli stessi “Stati canaglia” ufficialmente aderiscono, con un atteggiamento talvolta piratesco e tendente ad ottenere un vantaggio politico molto spesso più interno che internazionale.

L’Italia ha concluso una serie di accordi per negare il diritto di asilo a tutta una serie di soggetti bisognosi di tale istituto, ma la cosa più grave è che lo ha fatto con governi che spesso hanno dimostrato di essere sprezzanti dei diritti umani e con i quali l’Italia ha scambiato sostanzialmente assistenza militare con la repressione del diritto di asilo e, spesso, la detenzione illegittima e la tortura dei migranti.

L’accordo dell’Italia con la Libia è emblematico in tal senso: l’Italia si è impegnata a: «a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera». Questa posizione nella sostanza è già di per sé delicata poiché presuppone che l’Italia supporti direttamente forze armate di un altro Paese e ponga quindi risorse economiche importanti nella disponibilità di un governo straniero per il controllo dell’immigrazione. Oltre a ciò questo comportamento rappresenta un’aperta contraddizione ai tentativi dell’Unione Europea per sviluppare una comune politica di asilo ed è stato siglato con un governo che non è apertamente riconosciuto da tutta la popolazione libica. Infatti in Libia coesistevano e coesistono due entità amministrative che non godono di mutuo riconoscimento: il governo di stabilità nazionale e il governo di unità nazionale. Infine, come già accennato, il governo libico con il quale l’Italia ha siglato l’accordo pro domo sua, ha dato prova a più riprese di calpestare i diritti umani dei migranti. Uno dei più solerti torturatori e stupratori in servizio in Libia è proprio il famigerato Najeem Osam (Almasri) contro il quale è stato emesso un mandato di arresto internazionale (dalla Corte penale internazionale) il 18 gennaio scorso e che è stato prima arrestato e poi liberato e rimpatriato a causa di una cogente e quasi certamente consapevole omissione dell’esecutivo italiano.

Un altro atteggiamento che ha del piratesco è quello che l’Italia tiene con la Tunisia. Il Paese mediterraneo, nel quale è presidente l’autoritario Kaïs Saïed sta divenendo una vera e propria autocrazia. Saïed è una figura abbastanza controversa che ha di fatto forzato l’entrata in vigore di una nuova Costituzione del 2022. Questa Carta fondamentale, che concede poteri straordinari alla figura del presidente, gli dà la possibilità, come vero e proprio dominus istituzionale di gestire direttamente e senza bilanciamento il potere esecutivo e legislativo (vedi l’articolo di Biagi sulla rivista Diritti comparati”). L’Italia ha deciso di plasmare la propria politica sull’immigrazione anche in funzione di una partnership con Kaïs Saïed, assistendo la Tunisia con sistemi d’arma come motovedette e, di fatto, esternalizzando ad essa la sorveglianza di alcune delle proprie frontiere.

L’imbarazzante questione dei migranti a più riprese tradotti in maniera illegittima, e con spese consistenti, in centri di detenzione in Albania e poi ricondotti in Italia per provvedimenti della magistratura sono un esempio più della sprovvedutezza dell’esecutivo che della volontà di calpestare il diritto, tuttavia servono a delineare un quadro preoccupante.

Un altro comportamento che mette in evidenza la volontà italiana di agire come freerider delle relazioni internazionali è il piano Mattei. E’ stato tronfiamente annunciato dall’Italia oltre un anno fa, nonostante le proteste di vari paesi africani, tuttavia è ancora in una fase frammentata ed embrionale. Nei mesi che hanno seguito il suo annuncio ufficiale, la gestione e articolazione del Piano hanno evidenziato varie criticità. Come afferma anche un articolo apparso sul sito del think tank “ECCO” il “piano”, che un vero è proprio piano non è, ma assomiglia piuttosto ad una serie di avventurose iniziative bilaterali, ha un carattere frammentato, presenta la difficoltà di ricondurre i singoli progetti a una strategia e brilla per l’assenza di chiarezza. Sembra piuttosto un goffo tentativo di prendere il sopravvento sulla diplomazia di diversi paesi africani.

In rapporti che l’Italia tesse con Israele per la fornitura a questo Paese di armi documentati da varie testate e rappresentati da siti come quello di Altreconomia e la contemporanea intesa promossa dal governo italiano con l’Arabia saudita, emergente dalla visita del Presidente del consiglio italiano alla corte del principe saudita in gennaio gettano la luce sui reali interessi dell’Italia in Medio-oriente: sponsorizzare l’attività delle industrie di armi italiane nell’area. Quest’ultimo punto è lampante dal Memorandum of Understanding siglato la Leonardo contestualmente alla visita.

Il quadro che emerge è chiaro al di là di quanto viene alla luce da episodi sporadici (e gravissimi) come quello di Almasri, ed è quello dell’Italia che si comporta similmente a un vero e proprio “stato canaglia” delle relazioni internazionali. Questo atteggiamento intossica il lavoro fatto dalle istituzioni europee per creare un ambiente virtuoso fra i paesi più rilevanti nelle proprie politiche di vicinato e crea il potenziale di instabilità che potrebbe portare ad un ulteriore peggioramento della situazione delle aree esaminate.

In foto, Giorgia meloni con il presidente della Tunisia Kaïs Saïed 

Stalking, maltrattamenti, femminicidi: il tribunale attende, gli assassini no

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia. Non per un errore isolato, ma per un sistema che non protegge. La storia di P.P., la donna che ha visto la sua denuncia di stalking impantanarsi nella lentezza della giustizia italiana, non è un caso raro: è il paradigma di un Paese che lascia sole le vittime.

Le autorità sapevano. Sapevano delle aggressioni, delle minacce, dei 2.500 messaggi. Eppure, tra rinvii e prescrizioni, l’ex compagno ha ottenuto l’impunità. E ora lo Stato paga 10mila euro per i danni morali: una cifra che sa di elemosina per chi ha visto la propria sicurezza calpestata.

La condanna della Cedu fotografa una macchina giudiziaria che non riesce a garantire giustizia tempestiva alle persone che denunciano violenza. I numeri sono noti: troppe donne uccise da uomini già segnalati, troppi fascicoli lasciati a prendere polvere finché non arriva l’irreparabile. Il ritornello è sempre lo stesso: “Non c’erano elementi per intervenire prima”. Falso. C’erano, ma non bastavano. Non bastano mai.

Nel 2024, una donna è stata colpita con dieci martellate dall’ex compagno, che aveva già precedenti per maltrattamenti. Nel 2023, Vanessa Ballan ha denunciato il suo stalker prima di essere uccisa. P.P. ha denunciato e ha atteso che la giustizia facesse il suo corso, ma la giustizia ha scelto di non correre.

L’Italia è stata condannata, ma non è la prima volta. E non sarà l’ultima. Finché il sistema continuerà a trattare la violenza di genere come una faccenda privata, i tribunali non saranno luoghi di tutela ma di attesa. Attesa di un processo, attesa di una condanna, attesa di un’altra vittima.