Home Blog Pagina 88

Alla ricerca della propria nota personale con Orpheus groove

Al teatro Bellini di Napoli è ancora in scena fino al 16 febbraio, lo spettacolo scritto e diretto da Annalisa D’amato, Orpheus groove che aveva debuttato al Campania Teatro Festival nel 2024. Una coproduzione italo-francese (la regista e drammaturga vive e lavora tra Napoli e Parigi). Al centro della scena c’è una donna alle prese con un acufene associato a una stanchezza cronica, un disagio che le permette di condurre una vita normale, ma che in realtà non le permette di viverla pienamente. In italiano il verbo “sentire” possiede un duplice significato; provare un sentimento (ascoltare se stessi) e udire (ascoltare una fonte sonora esterna). L’acufene è un disturbo sonoro che proviene dal corpo stesso, ma che impedisce una corretta (e piacevole) percezione del mondo (sonoro) esterno che, all’orecchio della protagonista, risulta quindi “dissonante”. Per cercare di risolvere questo problema si rivolge a un misterioso “Istituto per la ri-armonizzazione universale”, un laboratorio in cui il fisico del suono indiano Orpheus Shivandrim. insieme a un team di bizzarri scienziati, conduce studi sul suono allo scopo di riarmonizzare la vibrazione degli esseri umani e della terra che si sta drammaticamente affievolendo. Un progetto mirabolante che parte da un assunto reale: esiste una condizione globale, un malessere che ci riguarda tutti. E un obiettivo cruciale: come fare a stare bene? Come curare questo mondo troppo offeso?
Lo spettacolo vuole essere la rappresentazione di un viaggio iniziatico compiuto dalla protagonista femminile alla ricerca di una cura a una condizione di malessere nella quale chiunque, in diversa misura, può facilmente riconoscersi. L’insofferenza verso le sollecitazioni del mondo contemporaneo (specialmente negli ultimi anni, tra pandemia e guerre) e l’insoddisfazione verso una quotidianità arida sono parte del “paesaggio esistenziale” dei nostri giorni.
Annalisa D’Amato, attraverso una scrittura drammaturgica molto ben calibrata, sempre in bilico tra il dramma e la farsa, ha il merito di metterci di fronte a questo malessere senza falsi pudori. Dissimulati nel testo, ci sono continui riferimenti ad autori e opere, puntualmente elencati nella brochure dello spettacolo: dal Trattato sugli effetti della musica sul corpo umano di Roger e La Danza Cosmica di Ellock a La società della stanchezza di Byung-Chul Han fino a Rushdie, Pavese, Rilke, Calvino, Gurdjieff e altri. Ma il peso specifico delle citazioni “colte” non affatto nuoce alla godibilità dello spettacolo, a tratti persino divertente.
In una recente intervista l’autrice ha dichiarato: «Per me la scrittura nasce da una domanda: come stanno le persone oggi? Mi ha risposto un libro, La società della stanchezza(Nottetempo). Quest’ultima è parola chiave della nostra epoca. Anche il più realizzato di noi dirà: va tutto bene, ma sono stanco. E lo siamo per iperproduttività, perché i nostri atti politici non trovano riscontro e perché siamo separati gli uni dagli altri. I Sufi dicevano che ognuno nasce con una propria nota, ma noi l’abbiamo persa. Ho pensato ad Orfeo come a uno sciamano e a un guaritore che trasforma la realtà malata: mi è venuta l’idea di un gruppo di scienziati che cercano di riarmonizzare le vibrazioni della terra e l’uomo».
Anche assistere a Orpheus groove può essere considerato l’inizio di un “percorso iniziatico”, nella misura in cui lo spettatore è invitato a porsi delle domande, a cercare per conto suo le cause della “dissonanza” tra il proprio corpo, spesso costretto ad eseguire compiti meccanici e stupidi, e la parte più profonda del proprio essere.

 

Orpheus Groove ideazione, scrittura scenica, regia Annalisa D’Amato, drammaturgia Elvira Buonocore e Annalisa D’Amato. con Andrea de Goyzueta, Juliette Jouan, Savino Paparella, Stefania Remino, Antonin Stahly, musiche: Annalisa D’Amato e Antonin Stahly, scenografia: Simone Mannino, costumi: Giuseppe Avallon

 

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, saggista e docente universitario

Lavoro in somministrazione. Ecco le novità contenute nel rinnovo del contratto

L’andamento della contrattazione in Italia, in questa stagione, è piuttosto frammentario. Mentre alcuni grandi contratti, come quello dei metalmeccanici dell’industria, non riescono ad andare in porto, altri settori offrono interessanti esempi di contrattazione di successo, come era stato, in novembre, proprio per i metalmeccanici artigiani e, recentemente, per i lavoratori dell’edilizia.
Poco più di una settimana fa, invece, è stata la volta di un comparto particolare: quello del lavoro in somministrazione che conta più di mezzo milione di attivi ogni giorno.
Ma cosa si intende con “lavoro in somministrazione”? In parole povere di tratta di un rapporto di lavoro con una caratteristica particolare, perché coinvolge non due, ma tre parti: cioè il lavoratore, l’agenzia di somministrazione e l’azienda utilizzatrice che si avvarrà della prestazione di lavoro.
Dunque, un rapporto nel quale si verifica una scissione tra la titolarità del contratto, che è in capo all’agenzia per il lavoro che lo sottoscrive, e l’uso effettivo della prestazione professionale da parte di un’azienda.
Il contratto nazionale di lavoro è stato sottoscritto, il 3 febbraio, da Assolavoro, l’associazione nazionale che rappresenta la quasi totalità delle agenzie per il lavoro, e dai sindacati confederali di questo complesso settore: Nidil-Cgil, Felsa-Cisl e UilTemp. E comprende diversi contenuti interessanti. La qualità del dialogo sociale tra le parti è un valore centrale dell’accordo: fatto non scontato per un settore che, fondato proprio sulla flessibilità del rapporto di lavoro è stato per taluni, nella prima parte della sua storia, sinonimo della condizione di precarietà dei lavoratori. Un settore che noi abbiamo sempre sostenuto per il semplice fatto che, per l’azienda utilizzatrice, questo tipo di prestazione flessibile ha un costo molto più elevato del normale lavoro dipendente a tempo indeterminato o determinato. Come spiega una dichiarazione congiunta delle organizzazioni confederali: “l’ipotesi di accordo, che sarà sottoposta al voto delle assemblee di lavoratori e lavoratrici, offre risposte, seppure con gradi diversi, a tutte le rivendicazioni della nostra piattaforma, adeguando le norme ai bisogni delle persone che lavorano in somministrazione e innovando il settore, anche attraverso una maggiore centralità delle relazioni sindacali”. Dal canto suo, Assolavoro definisce l’intesa «una prova di maturità importante per il settore, che dimostra di saper affrontare con responsabilità e visione le sfide del mercato del lavoro, garantendo continuità occupazionale ai lavoratori».
Riassumiamo gli aspetti sostanziali dell’accordo. Per quanto riguarda la formazione e le competenze, l’investimento delle risorse del fondo bilaterale Formatemp viene regolato in modo più strutturato per migliorare l’occupabilità dei dipendenti delle agenzie: 300mila lavoratori, ogni anno, potranno beneficiare di attività di formazione gratuita. Il welfare sanitario contrattuale prevede un rafforzamento delle prestazioni assicurative e mediche. La continuità occupazionale sarà sostenuta da nuovi strumenti che interverranno durante periodi recessivi e a supporto delle donne in gravidanza e delle categorie più svantaggiate. È stata aumentata, con percentuali superiori al 15%, l’Indennità di disponibilità, portando quella “ordinaria” da 800 euro a 1.000 euro mensili e quella di Procedura di ricollocazione (ex art. 25), da 1.000 a 1.150 euro. È previsto un meccanismo di verifica dell’adeguatezza in base all’andamento dell’inflazione. Per quel che riguarda il Fondo di solidarietà bilaterale è stato previsto un raddoppio del finanziamento con una crescita dell’aliquota contributiva allo 0,60%, ripartita tra agenzie (0,45%) e lavoratori (0,15%). Infine è prevista la certificazione della rappresentanza di settore, anche per la parte datoriale, e le regole per l’elezione delle Rsu.
Crediamo che, in un periodo tanto complesso e difficile per il nostro tessuto produttivo, Assolavoro e le organizzazioni confederali dei lavoratori di questo settore abbiano offerto al Paese, senz’altro, una buona notizia: ossia un esempio di relazioni industriali di qualità.

L’autore: L’ex ministro Cesare Damiano è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare

Foto

 

Decreto Piantedosi: sette giri del mondo per sabotare i soccorsi

Quelli di Sos Méditerranée si sono messi a fare i conti. La loro nave Ocean Viking, che nel Mediterraneo salva le vite che qualcuno vorrebbe annegate senza troppo rumore, ha percorso 63.000 chilometri inutili. Chilometri figli del cosiddetto decreto Piantedosi, vergato con il solo scopo di sabotare il salvataggio in mare. In tutto, le navi delle Ong che operano nel Mediterraneo hanno dovuto percorrere 271.000 chilometri inutili. Sette volte il giro del mondo.

La direttrice generale Valeria Taurino spiega che «prima del Decreto Piantedosi, una nave come la nostra Ocean Viking era in grado di salvare in media 278 persone a missione» mentre nel 2023 «questo numero è sceso a 143 e, nel 2024, a 114» nonostante l’assetto operativo della nave non sia cambiato. In compenso si è speso un milione e trecentomila euro in più.

Poi ci sono i fermi amministrativi. «26 fermi amministrativi per le navi, per un totale di 640 giorni di stop in mare comminati, di cui 535 effettivamente scontati». Praticamente un anno e mezzo lontani dal mare, impigliati tra beghe amministrative quasi sempre smontate dai tribunali. In realtà, come spiega Taurino, «prolungare la permanenza di naufraghi a bordo di una nave è vietato espressamente dal diritto marittimo internazionale».

La Ocean Viking è stata multata per una deviazione di 15 miglia, 24,4 chilometri, percorsi per un allarme arrivato alla radio di bordo. Nel frattempo, in due anni di decreto Piantedosi, sono morte 4.225 persone. L’empietà può essere a forma di carta bollata?

Buon giovedì.

Ocean Viking, foto di Daniel Leite Lacerda

Così l’Italia diventa la 52esima stella della bandiera Usa, subito dopo Israele

Il lavoro intellettuale è portato per vocazione a seguire ciò che succede, a coordinare i fatti vicini e lontani, a mettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un quadro coerente, nella cultura e nella politica, per ritrovarvi la logica, l’arbitrarietà o anche la follia, ancor più se tutto è fatto in modo smaccato, e anche sciatto direi. Ma bisogna sempre badare alle coincidenze, ai ritorni periodici.

Partiamo dall’inizio, autunno 2024. Viene emesso il mandato d’arresto della Cpi a carico di Netanyahu. Senza esprimere giudizi – ai quali peraltro è chiamata la Corte –, i Paesi occidentali si dichiarano pronti a eseguire l’arresto nel rispetto del multilateralismo e della giustizia internazionale. Ma il governo italiano esprime posizioni contraddittorie, che lasciano trasparire già qualcosa che non torna. Se il più cauto ministro della Difesa a novembre diceva che non condivideva la scelta della Corte penale internazionale (Cpi), ma la si sarebbe dovuta eseguire, tutti gli altri leader di maggioranza hanno criticato la Corte, con toni più o meno accesi: Salvini ha espresso il categorico rifiuto di dar seguito ad un arresto, invitando qui il criminale Bibi; Meloni ha detto che la sentenza non era corretta, ma d’altronde ci ha fatto ben capire che dal suo punto di vista la divisione dei poteri non ha alcun valore; il presunto moderato Tajani parlava di sentenza inadeguata, su cui si sarebbero fatte le debite valutazioni in caso necessario.
L’ultima posizione è in realtà la più insidiosa, moderata solo in apparenza, e sfrutta proprio il posizionamento centrista, sbandierato e anche per questo ingannevole, del partito. Se si riconosce il valore storico e umano del diritto internazionale, ci si astiene da ogni valutazione, perché solo al tribunale spetta il compito di giudicare, esaminando i fatti e le carte, per decide alla fine se condannare o assolvere. Non spetta al potere politico, ripetiamolo sempre.
Ma loro avrebbero valutato…

Ricordiamo, nel mentre, che gli Usa avevano rigettato senza dubbi il valore del mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale. Lo fece l’allora presidente in carica Biden, senza sollevare polveroni, e anche il presidente eletto Trump, con critiche dure e sferzanti. Ma in ogni caso, la tendenza degli Usa è di agire sentendosi al di sopra delle parti, padroni gendarmi e giudici del mondo, non sottoposti al giudizio altrui. E così, già allora, Netanyahu fu accolto a Washington.

Intanto, le valutazioni di Tajani – dunque del governo in quanto lui è il capo della Farnesina – hanno partorito topolini pestiferi. Temporeggiando temporeggiando, il ministro degli Esteri il 16 gennaio dichiarava apertamente che l’Italia non avrebbe arrestato Netanyahu, e in più esprimeva un parere sull’operato della Cpi, tacciando i suoi provvedimenti di infondatezza.
Siamo ancora in tempi non sospetti, ma sul piano delle intenzioni politiche la decisione era stata presa: la Cpi è un nemico, non bisogna darle ascolto, sono magistrati, e per di più sovranazionali (odiosa parola per Meloni e Salvini).
E pochi giorni dopo scoppia il caso Almasri, di cui abbiamo scritto molto. In sintesi: in quell’occasione l’Italia non ha nemmeno preso tempo, ha subito fatto del diritto internazionale carta straccia, e il rito conclusivo è stato il pessimo spettacolo del ministro Nordio durante le informative al Parlamento.
Giusto così, come ipotesi, sembra che col caso Almasri il governo si sia preparato il terreno, non solo portare su tutto il globo terraqueo la guerra alla magistratura, ma anche per creare un precedente (nel senso tecnico della giurisprudenza), e poter accogliere Bibi con tutti gli onori in Italia. D’altronde, se riserviamo onori al boia libico, possiamo far lo stesso con quello israeliano. Ma per il momento, va Salvini a stringere la mano insanguinata in Israele, tanto per rendere più chiara la posizione del governo.

E poi, l’Italia non ha firmato il documento Ue a sostegno dell’Aja, contro le sanzioni americane. Infatti, ormai in carica, Trump ha preso di mira anche la Cpi, di cui gli Usa nemmeno fanno parte. La Casa Bianca ha messo sanzioni sulla Corte e i suoi membri, dando come motivazione i presunti attacchi illeciti dei giudici nei confronti di americani e israeliani (ossessioni parallele su i cieli di Washington e Roma). E intanto, il presidente Usa si prepara ad acquistare Gaza, nella totale noncuranza del diritto internazionale, rispolverando ed esasperando la dottrina Eisenhower, che considerava il Medio Oriente una provincia americana, e che già Kennedy criticava, insieme al concetto di Pax Americana. Perciò, ecco lì Israele, già 51esima stella sulla bandiera Usa, al di là delle aggressive pretese di Trump su Canada e Groenlandia. E dati i suoi governanti attuali, l’Italia sembra tristemente indirizzata ad occupare la stella 52…

L’autore: Matteo Cazzato è dottore in filologia, ricercatore e insegnante

Governo in retromarcia: finita la recita da trumpisti di periferia

Dietrofront, camerati. Il ministro Nordio, così sfrontato in Parlamento quando ha inveito contro la Corte penale internazionale, improvvisamente si è ammansito. Dopo la sfuriata contro le opposizioni ha indossato l’abito dello statista (ogni membro del governo ne ha uno nell’armadio, Meloni più d’uno) e ha citofonato all’Aja con le mani giunte.

I bene informati dicono che tra le proposte dell’esecutivo ci sarebbe anche “quella di rivedere il sistema di invio al ministero dei mandati di cattura internazionali” per instaurare “una sorta di comunicazione diretta in modo da eliminare il passaggio con l’ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda”. Magari, si scherza, anche l’uso di Google Traduttore per comprendere le carte ricevute.

Negli uffici di via Arenula i consiglieri del ministro devono averlo convinto che trumpizzarsi contro la CPI e impugnare la clava contro il procuratore Lo Voi è un atteggiamento che accarezza gli sfinteri degli elettori ma che isola l’Italia sul piano europeo e internazionale. A meno che la presidente del Consiglio, sovranista alla bisogna, non sogni di diventare il cinquantunesimo Stato degli USA di Trump.

Dietrofront, audaci. Gli sfrontati nel giro di poche ore sono tornati a voler fare gli statisti. Hanno giocato a ribaltare l’ordine internazionale e la maestra li ha richiamati all’ordine. Fine della boria, fine della festa. Chissà come ci è rimasto il ministro Salvini in tournée con gli abiti sbagliati mentre i suoi treni continuano a non arrivare.

Buon mercoledì.

Quando la musica faceva le barricate contro la Lady di ferro

L’11 febbraio 2025 si festeggiano i 40 anni di Meat Is Murder, l’album più smaccatamente politico degli Smiths, a partire dalla copertina, che prende un fotogramma del documentario sul Vietnam In the Year of the Pig e cambia il motto sul casco del soldato: da “Make Love Not War” a “Meat is Murder”. È un album anti-monarchico, contro le istituzioni. Una fotografia della tragica, caustica Inghilterra di metà anni Ottanta. Un disco che arriva al primo posto, contribuendo alla sensibilizzazione sul tema della macellazione animale e della paura nucleare, influenzando un’intera generazione di giovani, ancora più protagonisti della controcultura britannica perché il gruppo si fece portavoce delle loro battaglie, del loro attivismo. Tuffiamoci in quegli anni con il libro di Fernando Rennis, Charming men (Nottetempo)

Ellen Wood è un nome che con molta probabilità non vi dirà nulla. Il 9 dicembre 2010 si trova assieme ad altri studenti a Parliament Square, a fronteggiare la polizia. Stanno protestando contro l’aumento delle tasse universitarie. L’atmosfera è tesa, ci sono scontri, arresti, gli agenti a cavallo. Video e foto testimoniano i tafferugli, ma uno scatto in particolare entrerà nella storia. Verrà accostato come potenza comunicativa a La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix. Sullo sfondo il terso cielo londinese, a destra il Big Ben. Sotto i poliziotti schierati e sui loro scudi si riflette proprio la sagoma di Wood: lei si prende tutto il lato sinistro. Guarda l’altra parte della barricata con aria di sfida. Indossa una maglietta degli Smiths.

Il nome del gruppo era già finito in Parlamento, quando, durante un question time, qualcuno aveva fatto notare che al primo ministro conservatore David Cameron era stato proibito di dirsi un fan degli Smiths dal chitarrista della band sull’allora Twitter. Nel siparietto tra il premier e la parlamentare laburista Kerry McCarthy, erano state menzionate alcune canzoni del quartetto di Manchester, il “gruppo da studenti” per definizione. Ma perché?

Riavvolgiamo il nastro. Siamo negli Ottanta, i coloratissimi anni Ottanta. Il Regno Unito, però, non si è scrollato di dosso il grigiore del decennio precedente. La disoccupazione miete vittime in senso figurato e letterale, sale l’inflazione e dilaga la violenza dentro e fuori gli stadi. I minatori sono in sciopero, ma il drammatico braccio di ferro tra sindacati e governo è destinato a essere perso malamente dai lavoratori. Al numero 10 di Downing Street c’è Margaret Thatcher, paladina del liberismo, nemica dei college d’arte e dei sussidi. A Buckingham Palace una regina che deve affrontare i divorzi dei suoi figli e il gossip attorno a una famiglia tutt’altro che reale; sembra più quella di una soap opera.

I giovani in televisione guardano video di popstar che sorseggiano cocktail a bordo piscina, per strada si imbattono nei rampanti yuppie, a cui interessa fare soldi per condurre una vita agiata. In tavola abbonda la gelatina, nei giornali le pubblicità del primo telefono mobile, del computer. Tecnologia, il successo da raggiungere obbligatoriamente, una forte sessualizzazione dei corpi, artisti che sembrano di plastica. E, poi, la paura della guerra fredda e l’ansia di possibili disastri nucleari, la ricerca disperata di quell’alternativa che per Thatcher, no: non c’è.

Quando gli Smiths fanno la loro comparsa a Top of the Pops con “This Charming Man” nel novembre del 1983 sembra, invece, che un altro mondo sia possibile. Uno in cui si elogia la normalità, dove rispecchiare il proprio essere diversi dai modelli imposti dai mass media. È un mondo pieno di fiori, alla faccia della digitalizzazione dilagante, dove le parole sono importanti. Infatti, con quel brano, gli Smiths mettono in bocca ai giovani del Regno Unito un’espressione vittoriana come “jumped-up pantry boy”.

Sono il cantante Morrissey, il chitarrista Johnny Marr, il bassista Andy Rourke e il batterista Mike Joyce. I primi due, la forza motrice del quartetto, hanno scelto di chiamare il gruppo con un diffusissimo cognome inglese, lo stesso del loro primo album – Smiths, appunto. Nel secondo disco affermano che mangiare carne è un assassinio, nel terzo che la regina è morta e avevano pensato di intitolarlo “Margaret alla ghigliottina”. Ovviamente, si tratta di Thatcher. Quando l’Ira le prepara un attentato, lei scampa miracolosamente alla morte e Morrissey alla stampa si dice contento che l’organizzazione abbia imparato a scegliere i suoi obiettivi, triste perché questa volta erano stati mancati. Forte, certo, sopra le righe, ma perfettamente in linea con i giovani inglesi appartenenti alla controcultura.

Gli Smiths ne sono stati i portavoce, trattando temi come il vegetarianismo, la libertà sessuale. Partecipando alle iniziative dei laburisti, rivendicando un posto per gli emarginati che non volevano fare la fila agli uffici di collocamento per essere costretti a lavorare, incastrati in una vita lontana dai propri desideri. La loro carriera è durata appena cinque anni, cementando il loro mito. Sono diventati il prototipo della musica indipendente – anche se sono stati talmente popolari da piazzare i loro quattro album in studio al secondo e primo posto delle classifiche britanniche – e un esempio di integrità. Nei decenni successivi Morrissey avrebbe tradito questa eredità, dicendosi a favore della Brexit e sostenitore di Nigel Farage, un’ulteriore frattura nel rapporto tra lui e Johnny Marr, il cui deterioramento è stata una delle cause principali della fine del gruppo. Il chitarrista si sarebbe distinto per la coerenza con quel giovane musicista degli anni Ottanta, intervenendo sul dibattito pubblico e resistendo alle sirene di una reunion.

Gli Smiths hanno rappresentato un’alternativa. Lo farebbero anche oggi, dove nuove generazioni subiscono un impatto quasi rimasto intatto negli anni. Perché le loro canzoni non mettono al centro modelli vincenti e inarrivabili, ma personaggi tremendamente normali, loser che non si riconoscono nella rappresentazione mainstream dei giovani. La loro è una lode alla normalità, una lotta al consumismo, un tentativo di combattere le brutture del mondo con un mazzo di gladioli e la poesia, un atto di resistenza estetica e culturale.

Se la commedia romantica del 2009 500 Days of Summer è stata fondamentale nella riscoperta degli Smiths da parte della Gen Z, con l’avvento di Tik Tok i brani del gruppo sono stati perfetti per descrivere il tentativo di affrontare un lungo periodo di crisi economica, sociale, pandemica con un pizzico di amara ironia. Molti giovani preoccupati dall’assenza di lavoro, per esempio, hanno usato nei loro video i versi di “Heaven Knows I’m Miserable Now”: “Stavo cercando un lavoro, poi l’ho trovato e il cielo sa che ora sono infelice”. Allo stesso modo, la capacità del gruppo inglese di sintetizzare fragilità, insicurezza e rabbia nei confronti delle istituzioni, sempre più lontane dai giovani, in piccoli gioielli pop, ha permesso alla Gen Z di riportare all’attenzione la musica degli Smiths.

Ma il fatto che, per esprimere la propria condizione e ridere di questi tempi la gioventù ricorra a una band nata nel 1982 e scioltasi cinque anni dopo, non è il sentore che avremmo bisogno di più gruppi così, in questo nostro difficile presente? Gruppi che non hanno paura di prendere posizione e sono talmente reali da rappresentare un luogo in cui potersi sentire sé stessi? Quando sono stati ospiti di Sanremo nel 1987, gli Smiths venivano presentati da Carlo Massarini come “un gruppo diverso dalla maggior parte delle altre band, che vanno dietro alle frivolezze, che vanno dietro agli atteggiamenti”. In quella occasione, Marr, intervistato per uno speciale, parla di un’Inghilterra che “lotta duro per resistere” e che dovrebbe tornare a essere “democratica e socialista”, meno classista. Spiega anche la motivazione di aver scelto con Morrissey il nome della band: “Era ora che un gruppo si identificasse con la gente normale”. Ecco, sarebbe ora che succedesse di nuovo.

L’autore: Fernando Rennis è critico musicale e scrittore

Ogni tribunale smentisce Piantedosi. Ma la persecuzione delle Ong continua

Ieri è successo, ancora. Ogni volta che un giudice, un qualsiasi giudice, deve decidere sulla legittimità delle sanzioni imposte alle navi che salvano le vite in mare si finisce con l’annullamento o la sospensione dei provvedimenti. Il cosiddetto decreto Cutro, che ha inventato il reato di troppo salvataggio per sabotare le Ong, è sostanzialmente illegale.

Ieri è stato annullato il fermo amministrativo della Sea-Watch 5, accusata di non aver chiesto il permesso alle autorità libiche prima di soccorrere persone in pericolo di vita nel settembre 2023, ed è stata sospesa una multa per Aurora, l’assetto veloce di Sea-Watch, che nel giugno del 2023 si rifiutò di raggiungere un porto troppo lontano scegliendo di tutelare la sicurezza delle persone soccorse.

Sea-Watch parla di “provvedimenti pretestuosi, privi di qualsiasi fondamento giuridico, pensati per scoraggiare, danneggiare e tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi della società civile”. Ci siamo abituati al gioco tetro del ministro Piantedosi di assegnare porti lontani alle navi di salvataggio per lasciare scoperto il Mediterraneo. Ci siamo abituati ai fermi e alle multe che piovono dopo ogni attracco. Ci siamo abituati alla voce dei tribunali che ripete sempre lo stesso concetto: quelle leggi sono illegali.

Un governo che si ostina a imporre leggi fuorilegge può avere solo un unico scopo, quello di puntare allo scoraggiamento come elemento deterrente per le operazioni umanitarie. Immaginate che fine farebbe un qualsiasi direttore in una qualsiasi azienda che si ostina a mettere regole irregolari.

Buon martedì.

Elezioni in Ecuador: Luisa González (cs) conquista il ballottaggio contro il presidente uscente. Ecco tutti gli scenari possibili

Dopo una lunga giornata elettorale cominciata alle 7 e terminata alle 17 in Ecuador è giunto il primo verdetto: per conoscere il nome del prossimo o della prossima presidente della repubblica bisogna aspettare i risultati del ballottaggio fissato per il prossimo 13 aprile. A contendersi il mandato saranno: Daniel Noboa, il presidente uscente, e Luisa González, già candidata alle elezioni del 2023. Se dovesse vincere di nuovo Noboa, l’Ecuador dovrà continuare a subire le politiche neoliberiste applicate già negli ultimi sette anni con i presidenti di destra Moreno e Lasso. Un paradigma di sviluppo che ha smantellato lo stato sociale costruito nei primi dieci anni del XXI secolo dall’economista progressista Rafael Correa. La vittoria di Luisa González, rappresenterebbe un cambio di tendenza e un recupero del ruolo dello Stato e del settore pubblico. La candidata del centrosinistra ha dichiarato in campagna elettorale che tra i punti principali della sua azione di governo ci sarà l’aumento delle risorse per la Salute e per l’educazione, ridotte al minimo da Noboa. Inoltre, ha garantito una maggiore attenzione al mondo del lavoro, sempre più precario e flessibile dopo le riforme neoliberiste di Lasso e Noboa.

La giornata elettorale è stata caratterizzata da almeno un paio di situazioni importanti. La prima è stata la presenza di ben 943 osservatori tra i quali 741 nazionali e 202 internazionali tra cui i delegati dell’Unione Europea e quelli dell’Organizzazione degli Stati Americani (Oea). La forte presenza dei delegati internazionali, in aumento rispetto alle ultime due elezioni del 2021 e 2023, indica una preoccupazione costante di presunti brogli elettorali da parte di più candidati alla presidenza. Heraldo Muñoz, capo della Missione degli osservatori internazionali dell’Oea, ha detto che diversi avversari hanno accusato Noboa di non aver gareggiato ad armi pari, essendo lui sia presidente che candidato. Muñoz ha precisato che alcuni elementi raccolti destano preoccupazione e che l’Oea terrà conto delle denunce ricevute.
La seconda questione che ha caratterizzato la giornata elettorale è stato l’imponente dispiegamento di militari e poliziotti ai seggi in tutto il Paese. Erano lì a ricordare che nel 2023 l’Ecuador è stato dichiarato il Paese più violento dell’America Latina. Un trend che sembra confermato dai dati del ministero dell’Interno giacché nel solo mese di gennaio del 2025 ci sono stati 750 tra omicidi e morti per cause violente, la cifra più alta degli ultimi 10 anni. A pesare su questo dato contribuisce il decreto 111/24 di Noboa che ha di fatto dichiarato guerra a una serie di organizzazioni criminali presenti in tutto il territorio nazionale.

I dati ufficiali del Consiglio nazionale elettorale, con il 79% degli scrutini effettuati dicono che Daniel Noboa ha conquistato il 44.17% dei consensi e Luisa González il 44.44%. Uno scarto di appena 20 mila voti separano i due maggiori protagonisti della disputa elettorale. Sorprende positivamente il terzo posto di Leonidas Iza, il candidato della Conaie (la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador) che ora potrà essere determinante al ballottaggio con il suo 4.8%. Tuttavia, non è scontato che al secondo turno Iza dia indicazione di voto per Luisa González. Nelle due precedenti tornate presidenziali (2021 – 2023) il movimento indigeno ha optato a maggioranza per i candidati della destra. Una grave e pesante contraddizione politica ed ideologica quella del movimento indigeno ecuadoriano.
Quasi inesistenti sono gli altri 13 candidati, avendo raccolto complessivamente il 6.6% dei consensi. Spicca solo il 2.7% racimolato da Andrea González del partito social patriottico di Lucio Gutiérrez, già presidente dal 2003 al 2005. A pesare nel ballottaggio potrebbero essere coloro che al primo turno hanno annullato la scheda essendo stati ben il 6,8%. La loro decisione potrebbe pesare nella vittoria finale di un candidato o dell’altro.

L’analisi territoriale del voto ci dice che Noboa prevale in 14 regioni soprattutto della zona Andina e dell’Amazzonia. Invece la candidata González di regioni ne ha conquistate dieci, tutta la zona costiera e alcuni distretti dell’Amazzonia. La roccaforte correista continua ad essere la regione di Manabí dove, con votazioni bulgare, González ha preso il 64% dei voti contro il 29% di Noboa. Bel risultato di Loenidas Iza nel Cotopaxi, la “sua regione”, dove ha conquistato il 28.7% piazzandosi al secondo posto. I risultati rispecchiano generalmente la tendenza delle elezioni di novembre 2023. Qualcosa è cambiato nelle sezioni estere dove per la prima volta il voto correista ha perso l’egemonia a discapito di Noboa che ha vinto praticamente ovunque. Un po’ meglio è andata alla González solo in Europa dove pure non ha vinto ma la presenza di Rafael Correa in Belgio, dove si trova in esilio dal 2017, ha pesato sul risultato finale.

Analizzando il voto dell’Assemblea Nazionale emergono dei dati interessanti da non sottovalutare: il primo elemento è la vittoria del partito ADN del presidente uscente che conquisterebbe più componenti del partito della Revolución Ciudadana. Dopo almeno 12 anni sarebbe un dato storico. Questo dato influirà sulla stabilità politica del nuovo governo. Se dovesse vincere Noboa, non ci sarebbero problemi in quanto avrebbe la presidenza e l’Assemblea dalla sua. Se invece dovesse vincere Luisa González per lei sarà più difficile governare con il Parlamento contro. A questo punto sarebbero determinanti i 5 – 6 assembleisti che dovrebbe conquistare il candidato Leonidas Iza. Se si alleano Luisa Gonzáles e Loenidas Iza ci sarebbe un governo organico e stabile. Staremo a vedere.

In foto, Luisa Gonzáles

Se chiama il ministro, il bonifico è servito: truffati, ma servili

Alcuni tra i migliori imprenditori del Paese sono cascati come polli in una truffa architettata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Per farla breve, un presunto collaboratore del ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe telefonato a Giorgio Armani, Marco Tronchetti Provera, Patrizio Bertelli, alle famiglie Caltagirone e Del Vecchio tra martedì e giovedì della scorsa settimana, chiedendo un bonifico urgente per liberare alcuni «giornalisti italiani rapiti in Medio Oriente». La voce del ministro sarebbe stata clonata o perfettamente imitata, risultando oltremodo verosimile. Almeno in due hanno pagato. Il bonifico è andato a buon fine.

C’è quindi un milione di euro che giace su conti esteri, che gli investigatori stanno cercando di congelare prima che finisca nelle mani dei malfattori. Il ministro in persona ha denunciato l’episodio. La Procura si muove.

Tacito accennava alla “cupiditas serviendi”, ovvero l’eterna “cupidigia del servire di cui l’essere umano è affetto”. Uno dei nodi di questa antipatica situazione risiede infatti nella celere disponibilità di un pezzo dell’imprenditoria italiana ad allargare i cordoni della borsa, mettendosi in allerta alla prima (finta) telefonata di un uomo di potere. Mi pare che in pochi stiano riflettendo sulla disponibilità a bonificare il potente di turno in nome di una non meglio precisata ragion di Stato, che prevederebbe pagamenti sommersi e immediati.

C’è un tema di promiscuità con il potere, oltre alla superficialità, che dovrebbe interrogare più della stessa truffa. Non sta accadendo.

Buon lunedì.

Family life ad alte dosi di psicofarmaci. Il nuovo spettacolo di Eleonora Danco

Il teatro Vascello a Roma presenta fino al 16 febbraio un testo inedito della regista, attrice e drammaturga Eleonora Danco (il suo lungometraggio del 2014 N-Capace è disponibile su raiplay). Il dramma Bocconi amari – semifreddo – in prima nazionale) si sviluppa intorno a due scene, due compleanni, prima quello della madre e poi quello del padre, due momenti nei quali si incontrano e si scontrano le traiettorie dei personaggi. Sulla scena una famiglia, (due fratelli, Luca e Pietro e una sorella, Paola) nella quale il tempo ha eroso i rapporti umani fino a ridurli a vuoti rituali. L’unica cosa di cui sono capaci i personaggi è scaricare le proprie frustrazioni sugli altri familiari. Nella seconda scena, dopo la morte della madre, la famiglia si riunisce per il compleanno del padre, ma i rapporti umani risultano ancora più degradati e tutti i personaggi sono ormai prigionieri delle proprie nevrosi e delle proprie angosce, a cui il crescente consumo di psicofarmaci rappresenta l’unico rimedio. La figlia, rimasta accanto al padre, è una presenza muta avvolta in un sacco nero, che simboleggia la sua condizione, e per tutta la scena del pranzo deambula prona su un carrello. Attraverso alcuni flashback lo spettatore può entrare nel mondo dei personaggi e comprendere come e perché sono arrivati al punto in cui si trovano.
Il linguaggio del dramma è quello più universale, semplice e colloquiale e la realtà che lo spettatore vede sulla scena è quella di uno dei tanti interni in cui la famiglia, gradualmente, si trasforma in un guscio vuoto perché il tempo corre, come un piano inclinato, verso la vacuità. Il dramma si chiude con un breve monologo del personaggio di Paola, nel quale racconta il suo trauma e il disagio mentale che ne è conseguito.
L’autrice (tra l’altro anche interprete del testo in questione), nata a Roma ma vissuta per tutta l’infanzia e l’adolescenza a Terracina, rappresenta una delle figure più interessanti nella drammaturgia contemporanea. Nel 2009 era uscita per i tipi di Minimum fax Ero purissima, la raccolta di testi teatrali di un decennio, quella che allora poteva essere considerata la più grande rivelazione del «giovane teatro arrabbiato» degli ultimi anni, è diventata una realtà nel panorama del teatro italiano. Il lungometraggio del 2014, premiato Torino Film Festival nelle categorie miglior film e miglior cast d’insieme, appare come una sorta di “estensione” della sua poetica al mondo del cinema. Vagamente ascrivibile alla categoria della docu-fiction, N-capace può essere considerato la sintesi dei meccanismi che muovono la sua drammaturgia: prima di tutto un folle amore per la realtà, nei suoi aspetti più crudi e indecorosi, per i personaggi marginali e per gli adolescenti. Dacco ci sbatte in faccia la disperazione e la nevrosi quotidiana delle nostre città. I suoi testi per il teatro e il suo lungometraggio sono un concentrato di rabbia e poesia, espresso in un linguaggio crudo ma pieno di grandi invenzioni e illuminazioni improvvise, che l’ha portata a diventare attrice cult.
Quello proposto (e prodotto) dal Teatro Vascello, rappresenta quindi l’approdo di una ricerca, o meglio, un’indagine sulla realtà, che va avanti da più di venti anni. Bocconi amari – semifreddo è solo un frammento di un mondo più vasto, che uno spettatore interessato alla drammaturgia contemporanea non può e non deve ignorare. E se nel teatro italiano c’è ancora spazio per nuovi autori, in questo caso è opportuno, persino necessario dedicare maggiore attenzione a un’autrice come Eleonora Danco.

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e docente universitario

In foto un’immagine lancio dello spettacolo, courtesy Teatro Vascello