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Bullismo, come si previene. Come si interviene

“Quando mi sveglio la mattina comincia il mio inferno. Non voglio alzarmi. Alzarmi significa andare a scuola. Non ce la faccio. Mi viene la nausea al pensiero. Le gambe si paralizzano. La rabbia che provo rimane tutta dentro, mi sento scoppiare. Dai ce la puoi fare mi dico. Non possono farti nulla. Sei forte. No, non ce la faccio, sono più forti loro. Fai schifo, ciccione, levati dalla nostra vista, sparisci. E io sparisco veramente”.
Le parole che abbiamo letto colpiscono per la loro crudezza, soprattutto se immaginiamo il dolore di chi le prova, spesso un ragazzo o una ragazza poco più che bambini, talvolta bambini stessi.
Torna in mente  quel che ha scritto sui social di Lodo Guenzi, leader dello Stato Sociale: «Mi chiamavano Cinzia, come il nome di una bici da donna». Il cantante, per la prima volta, rivela di essere stato “bullizzato” da ragazzino perché “troppo esile, effeminato, biondino”.
Ormai si parla ovunque di bullismo, un fenomeno sociale dilagante e pervasivo, che vede coinvolti bambini e adolescenti e preoccupa genitori, insegnanti e la società in generale. Così pericoloso che Amnesty International lo ha definito una violazione dei diritti umani, perché mina l’identità psico-fisica di chi lo subisce. La diffusione del bullismo rappresenta quindi una sconfitta per la società intera.
Ancora più pericolosa è la deriva virtuale del bullismo, il Cyberbullismo, che trova terreno fertile, tra i ragazzi, nella grande diffusione dell’uso di social network. Un fenomeno attraverso il quale ragazze e ragazzi, nascondendosi dietro l’anonimato dello schermo, possono diventare ancor più aggressivi e violenti. La rete amplifica l’onnipotenza di chi agisce la violenza, che è dunque molto più subdola e difficile da contenere e da sconfiggere. Le vittime sono continuamente sottoposte a insulti e denigrazioni attraverso messaggi postati sui social o foto condivise sulle chat e, in questo modo, non si sentono sicure neanche a casa loro. Episodi del genere si sono purtroppo verificati anche durante la fase, da poco conclusa, di didattica a distanza: è di maggio la notizia di una ragazza disabile insultata e offesa sulla chat di classe da alcuni compagni durante una videolezione di musica.
Il fenomeno è presente tra i giovani in modo trasversale; le ricerche rilevano dinamiche di bullismo-vittimizzazione in circa un ragazzo su quattro, con un picco tra la fine delle elementari e le scuole medie, per poi decrescere verso gli ultimi anni delle superiori.
Ma cos’è il bullismo? Cosa si nasconde dietro le azioni violente compiute dal bullo?
Per prima cosa dobbiamo delinearne bene le caratteristiche per riuscire a riconoscerlo e distinguerlo dallo scherzo, che ha ben altro significato. Uno scherzo presuppone una relazione alla pari tra i protagonisti e ha come obiettivo il divertimento di entrambi. Anche se può ovviamente capitare di fare uno scherzo che risulterà di cattivo gusto.
Il bullismo è un’altra cosa. Già negli anni 70 lo psicologo svedese Dan Olweus lo ha definito “un’oppressione psicologica o fisica, reiterata nel tempo, esercitata da una persona o da un gruppo nei confronti di un’altra persona o di un altro gruppo percepiti come più deboli”.
Le caratteristiche che lo contraddistinguono sono l’intenzionalità di fare del male, la persistenza nel tempo, l’asimmetria nella relazione, evidente nella scelta da parte del bullo della sua vittima, e la necessaria presenza di spettatori e/o gregari.
La domanda che abbiamo posto come sottotitolo del nostro libro: “È o non è cattiveria?”, è ovviamente retorica.
Non pensiamo affatto alla cattiveria che rappresenterebbe una condizione ineluttabile e insita nell’essere umano. Siamo convinte che gli esseri umani nascano sani e naturalmente non violenti, e allora per comprendere ma soprattutto per prevenire ogni espressione di prevaricazione dobbiamo cambiare radicalmente il modo di pensare. Dobbiamo pensare che dietro all’atto violento si nasconda un malessere che può e deve essere ascoltato.
Quello che colpisce è come il bullo mostri una totale mancanza di risonanza affettiva e di empatia verso l’altro. Sembra privo di sensi di colpa e tende a scaricare la responsabilità sulla vittima. Dato che non pensiamo che queste siano caratteristiche connaturate all’essere umano, tanto più se si tratta di un adolescente, dobbiamo andare a ricercare nel contesto familiare e culturale in cui il bambino cresce quei possibili fattori che possono costituire un terreno fertile per lo sviluppo di questa “disumanità”. Molte ricerche hanno mostrato come i “bulli” abbiano spesso alle spalle famiglie troppo autoritarie o distaccate emotivamente. Spesso si tratta di ragazzi che respirano fin da piccoli un clima violento e punitivo, più o meno manifesto.
Inoltre, si è visto che è proprio il contesto culturale di riferimento ad influire maggiormente sull’incidenza del bullismo.
Se il ragazzo è inserito in un contesto sociale in cui la prepotenza e la sopraffazione tra le persone vengono considerate normali, in cui qualsiasi difficoltà è vissuta come segno di “debolezza”, rischierà di generalizzare, nei diversi ambiti della sua vita, una modalità alterata di rapportarsi con gli altri, non basata sull’interesse e la valorizzazione delle diversità come fonte di conoscenza ma come legge del più forte, dove il più forte non è altro che il più violento.
I luoghi di aggregazione in cui possono verificarsi gli episodi di bullismo sono diversi ma il contesto scolastico è quello in cui avvengono con maggiore frequenza. La scuola è il luogo della crescita personale e culturale, quello in cui bambini e ragazzi vivono gli anni cruciali per lo sviluppo e la definizione della propria identità: si separano gradualmente dalle figure genitoriali e cercano sempre di più il contatto con i pari. È anche il luogo della socializzazione: si impara e si cresce insieme. Per cinque o sei giorni alla settimana e per almeno metà della giornata, il confronto con compagni e insegnanti è continuo. Nonostante di bullismo a scuola si parli molto, spesso si interviene solo in caso di atti gravi e manifesti. Come mai? Il bullismo è un fenomeno subdolo, perché il bullo agisce, generalmente, nei momenti o negli spazi in cui è più difficile essere visto dagli insegnanti o dal personale scolastico: i cambi di aula, i bagni, gli spogliatoi, il percorso di ingresso o uscita dall’istituto. Esistono varie forme di bullismo: una diretta in cui la violenza è pressoché fisica e verbale e una indiretta, più pericolosa e ancora più difficile da individuare che si manifesta con l’annullamento dell’altro e l’esclusione dal gruppo. Come se il ragazzo o la ragazza presa di mira non esistessero. È una forma subdola e silenziosa ma può avere conseguenze anche molto gravi sulla vittima che, sentendosi invisibile, può convincersi di non contare davvero nulla. Gli insegnanti, con un’adeguata formazione, professionale e personale, possono avere un ruolo importantissimo. Sicuramente l’attenzione ad eventuali campanelli d’allarme permette di intervenire tempestivamente. Ciò che a nostro avviso può fare la differenza è la relazione: il clima in classe è strettamente legato al rapporto di fiducia e rispetto che l’insegnante riesce ad instaurare con gli studenti; solo stimolando la collaborazione e il dialogo in classe è possibile promuovere la coesione all’interno del gruppo, fondamentale per evitare lo sviluppo di dinamiche di prevaricazione o esclusione. È necessario, ovviamente, coinvolgere anche i genitori, come avviene in molte iniziative di sensibilizzazione, progetti o programmi di prevenzione attuate negli istituti scolastici in collaborazione con forze dell’ordine, servizi territoriali e associazioni.
Possiamo scorgere in questi programmi di prevenzione proprio il tentativo di promuovere un cambiamento culturale partendo dall’idea che il debole, lo “sfigato”, non sia in realtà la vittima di atti di bullismo ma chi non riesce a rapportarsi all’altro se non sulla base della sopraffazione e della prepotenza. Per chi si occupa di prevenzione del bullismo nei vari contesti risulta evidente che non può esserci prevenzione laddove non venga scardinata una cultura che ritiene gli esseri umani malvagi o costituzionalmente malati per loro stessa natura. Se quindi il bullismo non viene derubricato a una forma di violenza insita in chi l’agisce ma considerato il risultato di qualcosa che non è andato come avrebbe dovuto nello sviluppo psichico di quella persona, è possibile prevenirlo e laddove sia intercettato, intervenire con una finalità terapeutica. La psicoterapia, in particolare la psicoterapia di gruppo si rivela molto utile nel trattamento sia di vittime che di bulli. Attraverso il rapporto con gli altri e il confronto, infatti, i ragazzi possono iniziare ad affrontare le proprie difficoltà relazionali che, come abbiamo detto, sono alla base del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo. Solo così si potrà tentare di modificare o addirittura evitare lo sviluppo degli effetti devastanti nel breve e nel lungo periodo che queste forme di violenza possono determinare.

Le autrici: Marzia Fabi è psicologa e psicoterapeuta; Nella Lo Cascio e Fiorella Quaranta sono psichiatre e psicoterapeute; Eleonora Serale è insegnante.
Questo testo è uscito originariamente su Left il 26 giugno del 2020 in occasione dell’uscita del loro libro Il bullismo. E’ o non è cattiveria? (L’Asino d’oro edizioni)

Oltre Trump, la rivincita dell’imperialismo capitalista (bianco)

Cambierà qualcosa nell’ordine internazionale? L’irruzione sulla scena del nuovo Trump farebbe presagire di sì. Anche se buona parte della politica del neo-eletto presidente americano sembra rispondere al principio del “fare rumore, che qualcosa comunque resterà”, è pur vero che dietro alle minacce e alle iniziative ventilate qualcosa si muove. La tattica di Trump, come ha argomentato il suo ideologo Steve Bannon, è quella di «flooding the zone», infangare le acque (diremmo noi), così da confondere gli avversari che non sapranno più su cosa focalizzarsi, dimenticando le questioni più urgenti a favore di quelle più eclatanti ma meno importanti. Tuttavia, se l’approccio di Trump a commercio ed economia è stato da più parti definito “sconsiderato”, non per questo non nasconde quello che ormai pare essere lo stato delle cose: gli Stati Uniti si sentono minacciati, la loro economia è in buona salute ma il loro deficit commerciale ha ormai raggiunto i tremila miliardi di dollari e il loro predominio tecnologico e finanche finanziario appare sempre più in discussione.
Il ritorno di Trump è stato uno shock, per le proporzioni che sta avendo. Il sovvertimento della costituzione statunitense, l’impudenza con la quale sbeffeggia anni di “correttezza” e perfino la buona educazione, la mano forte che mostra su immigrazione e lealtà dell’apparato fanno di questo “Trump 2, la vendetta” un pericolo. Ma il sentimento profondo dal quale egli pesca esiste e rischia solo di polarizzare una nazione divisa e inguaribilmente affetta dai suoi vecchi mali: il razzismo e il suprematismo che fu già dei settler originari, un capitalismo e un sistema economico fondamentalmente classista. Il problema, poi, è che il Trump “forte”, sulla scena internazionale, rischia di muoversi come un elefante, avendo però in mente ben chiari gli obiettivi di fondo di chi lo sostiene, l’élite tecno-capitalista in primis: la supremazia e il dominio imperiale, oggi messi in discussione.
Se Trump sarà capace di “far pace” in Ucraina, convincendo Putin a fermarsi e Zelensky a mettersi da parte, rinunciando alla Nato e ai territori occupati, sarà solo perché vorrà portare il presidente russo dalla sua e rompere l’alleanza in via di consolidamento con Cina e Iran. Qualcosa dovrà pur dargli in cambio, e non sarà l’autorizzazione a far “come gli pare” in Groenlandia e a Panama, avallando così l’annessione di parte dei territori ucraini. Piuttosto, sarà il disimpegno con la Nato – lasciata agli indecisi Europei – che dovranno così provvedere a sé, rimanendo però ben saldi sotto il predominio USA. Aver fermato Netanyahu dichiarando che ora ci penseranno gli USA a far quella “pulizia etnica” che è da sempre l’obiettivo dei sionisti lascia interdetti, ma nessuno, da questa parte del mondo, sembra voler obiettare.
Il multipolarismo è ormai un dato di fatto, in cui i cinesi di antica saggezza, peraltro, appaiono molto meno minacciosi di come sono stati i bianchi euro-americani per secoli, essendosi imposti più con la spada prim’ancora che con il soldo. Nel torbido gioco degli interessi, però, ambigui appaiono gli sceicchi come gli indiani di Modi – quel che succede in India, di cui non si parla, è nazismo – e isolati gli iraniani, mentre il cancro della “unica democrazia del Medio Oriente” non smette di espandersi. Gli Stati Uniti sono stati capaci di mettere al laccio l’UE – con la crisi ucraina privandola di un formidabile partner commerciale – mentre hanno lasciato fare Israele, l’altro braccio dell’imperialismo euro-atlantico. Ma con ciò si sono isolati dal resto del mondo, che ora più che mai guarda all’Occidente con timore.
Il fatto è che, però, noi europei siamo totalmente dipendenti: tecnologicamente, militarmente, culturalmente. Non c’è leader europeo, uomo o donna che sia, che potrebbe fare il discorso che ha tenuto Claudia Chenbaum, presidente del Messico. Il predominio tecnologico e finanziario delle Big Tech è ormai incommensurabile, anche se incalzato dagli asiatici nelle tecnologie energetiche e dei trasporti. L’influenza mediatica di Musk e dei suoi sodali è finanche sottostimata e il loro potere di controllo e suggestione immenso. Non sembriamo renderci conto che stiamo soggiacendo silenziosamente ad una orwelliana dittatura, ben oltre ciò che è apparente e ci “scandalizza” (come il sostegno di Musk a AfD). L’automa ormai guida le nostre vite, le controlla, possiede tutti i nostri dati, è in grado di influenzare i nostri umori e le nostre convinzioni e noi sembriamo non accorgercene, indifferenti.
Il tutto mentre le nostre società ristagnano, le disuguaglianze si acutizzano, incancrenendosi, e il corpo sociale, frammentato, agonizza tra un benessere che vede sfuggirgli di mano e la paura (indotta) che gli venga sottratto dalle orde di diseredati del mondo pronti ad assalirlo. E così, dà corda ai suonatori di flauto delle destre reazionarie che promettono “protezione” e “sicurezza”, nell’assenza delle sinistre, perse nella difesa dei “diritti”, incuranti delle concrete condizioni di vita e di lavoro, lasciate al mercato. Mentre i liberal abbaiano ai nuovi autocrati che starebbero “rovinando” le democrazie, quando è stato il neoliberismo, in primis, che ha portato allo sfascio, lasciando ai margini le crescenti masse di non protetti.
Più si guarda a queste tendenze nel loro complesso più diviene chiaro che quelli non faranno la guerra mondiale, perché non è questo ciò che vogliono. È la guerra civile globale che vogliono, la guerra tra i poveri e la guerra per riaffermare, una volta e per sempre, il predominio dei ricchi (bianchi). Il capitalismo bianco e senile sta reagendo, sentendosi assalito, e non esita più, perché il sistema è più importante del suo ormai vuoto involucro democratico: difendere le cittadelle del benessere, le nuove “enclosures”, respingere, esasperare, finché i “poveri” non tenteranno l’assalto al palazzo, e allora li si potrà sterminare. Non è forse questo ciò a cui punta Musk? Il caos, prima che l’automa ci prenda tutti per mano, tanto, comunque, alla nostra estinzione stiamo già provvedendo da soli.

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario all’Università di Bologna. Insegna Economia dello sviluppo ed Economia dello sviluppo internazionale. Il suo nuovo libro s’intitola Le classi sociali in italia oggi (Laterza) 

Intanto l’Italia cola a picco

Il ministro Giorgetti

Mentre il governo si contorce tra le polemiche per il caso Almasri e per gli attivisti spiati dai servizi, l’Italia affonda. Non per modo di dire, ma con i numeri alla mano: l’Ufficio parlamentare di bilancio ha smentito le previsioni trionfali di Giorgetti, confermando che la crescita economica rimarrà sotto l’1% almeno fino al 2026. Dopo il +0,7% del 2024, si prevede un misero +0,8% nel 2025 e un +0,9% nel 2026, ben al di sotto delle stime del governo. Il divario tra le promesse e la realtà si amplia di quattro decimi rispetto alle previsioni del Piano strutturale di bilancio. Un’economia stagnante, intrappolata tra promesse elettorali irrealizzabili e una realtà che presenta il conto. E il peggio deve ancora arrivare: senza il traino del Pnrr, dopo il 2026 l’Italia rischia di ritrovarsi senza alcun paracadute.

Il dibattito pubblico è altrove. Si litiga sui voli di Stato, sulle faide interne ai partiti e su un’operazione di intelligence pasticciata che ha rispedito in Libia un trafficante di esseri umani accolto come un eroe. Ma c’è anche un Paese che si sta lentamente spegnendo, mentre il governo continua a insistere su previsioni di crescita ottimistiche che vengono puntualmente smentite. La guerra commerciale annunciata da Trump potrebbe peggiorare ulteriormente il quadro, con dazi che penalizzerebbero le esportazioni italiane, mentre il costo del gas, già elevato, potrebbe aggravarsi con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche. I

Si può ignorare la matematica per un po’, si possono raccontare favole di ripresa e resilienza. Ma alla fine i numeri tornano sempre.

Buon venerdì. 

In foto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti

Jacopo Teolis, fra jazz e musica classica un ponte di suoni

il musicista e compositore Jacopo Teolis

Jacopo Teolis è un trombettista e compositore romano (classe 1999) che, dopo una serie di rassegne e festival, sta emergendo, come dimostra il premio “Giovane visionario” de Il Jazz italiano per le terre del sisma conferitogli a L’Aquila nel 2023. Lo abbiamo incontrato per l’uscita, il 7 febbraio, del suo album di debutto The Moving Forest (Parco della Musica Records). È un progetto che si propone di creare un ponte tra il jazz moderno e contemporaneo e la musica classica, che rimanda ad un approccio orchestrale di ampio respiro, anche se con un ensemble di soli sei elementi.

Come è nata la tua passione per la musica ed in particolare per il jazz?

Ho iniziato a sei anni in una scuola molto particolare, molto inclusiva, con degli insegnanti fantastici con i quali facevamo musica durante l’orario scolastico. Ho cominciato con la batteria e le percussioni africane per poi passare a nove anni alla tromba dopo che un insegnante ci aveva fatto ascoltare “La vie en rose” suonata da Louis Armstrong. Il modo in cui esegue il tema, il calore e la brillantezza del suo timbro mi suonavano nuovi e pieni di vita; ricordo che pensai “questo è il suono più bello del mondo!”. Poi ho frequentato le scuole medie ad indirizzo musicale e al liceo ho studiato privatamente con vari maestri, per poi approdare al conservatorio a Siena Jazz dove ho conosciuto alcuni dei miei musicisti preferiti. Da qualche mese vivo a Londra dove ho iniziato un nuovo master of arts alla Royal Academy of Music.

L’Ora, il giornalismo a schiena dritta

ttraverso un lavoro scrupoloso, frutto di anni di archivio e di approfondita conoscenza della bibliografia e storiografia sul tema, Ciro Dovizio ricostruisce ne L’alba dell’antimafia (Donzelli) la storia de L’Ora, quotidiano della sera palermitano, concentrandosi in particolare su quella coincidente con la direzione di Vittorio Nisticò (1954-1975), giornalista calabrese inviato in Sicilia nel 1954, dopo l’acquisizione del giornale da parte del Pci, il quale avvia, insieme allo straordinario ed eterogeneo gruppo redazionale che riunisce attorno a lui (da Mario Farinella ad Aldo Costa, da Antonio Sorgi a Felice Chilanti, da Leonardo Sciascia e Danilo Dolci – solo per citare alcuni della redazione “storica” -, sempre affiancati da fotoreporter di grande rilievo, tra i quali si annovera anche Letizia Battaglia), le prime battaglie giornalistiche contro la mafia, fenomeno allora sostanzialmente assente dalle testate sia nazionali sia locali e dai notiziari televisivi, peraltro allora agli albori.

Eugenio Salvarani, gli ideali della ricostruzione

La mano appoggiata all’impalcatura di un cantiere, quel giovane uomo degli anni 50, elegante e sobrio, ha uno sguardo deciso, è sicuro di sé, ma non lo esibisce. La fotografia che ritrae Eugenio Salvarani, architetto di Reggio Emilia di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, è nel dépliant sulla giornata di studi con cui il 12 aprile la città emiliana renderà omaggio non solo al progettista originale ma anche all’architetto immerso nella appassionante ricostruzione del dopoguerra, al socialista impegnato e all’innovatore che studiava e immaginava la modernità come bene comune. Sarà quindi l’occasione per far conoscere ad un pubblico vasto un architetto di grande talento la cui carriera fu stroncata a soli 42 anni e per ripercorrere quei primi decenni cruciali della Repubblica in cui il cammino verso il futuro era segnato da momenti di pericolosa stasi e di buio opprimente. Come quello che avvolse la scomparsa di Salvarani nel 1967 in Etiopia mentre stava lavorando ad un progetto finanziato dalla Banca mondiale. L’aereo su cui viaggiava, questa la versione ufficiale, precipitò in un viaggio interno, ma il suo corpo e quello del principe Daniel Abebe che lo accompagnava non furono mai trovati. Il silenzio omertoso delle istituzioni italiane su questo caso, nonostante numerose interrogazioni parlamentari, ancora oggi sconvolge.

Titina Maselli e la poetica della metropoli

Al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma, nei suoi locali silenziosi e appartati dalle folle dei turisti, ospita fino al 21 aprile, una mostra antologica dedicata alla pittrice romana Titina Maselli. La retrospettiva, in occasione del centenario della sua nascita, prosegue con alcune opere di grande formato, al Mlac, il Museo laboratorio di arte contemporanea della Sapienza Università di Roma.

Dopo l’esposizione della scorsa estate negli stessi locali della villa (Artiste a Roma. Percorsi tra secessione, futurismo e ritorno all’ordine), questa nuova mostra dedicata a Titina Maselli, con il catalogo che la accompagna, offre un’altra occasione da non perdere per gettare luce sull’arte delle donne e per conoscere questa importante artista del Novecento italiano.

Titina Maselli, nata nel 1924, a Roma, in una famiglia della borghesia intellettuale dell’epoca, cresce, insieme al fratello Citto (che diventerà un famoso regista caro al Pci), «sulle ginocchia di alcuni dei più grandi personaggi della cultura italiana», come scrive Costantino D’Orazio in Vite di artiste eccellenti (Laterza, 2021). La casa di via Sardegna del padre Ercole Maselli è, infatti, il cenacolo raffinato e colto di grandi artisti e intellettuali del tempo, da Alberto Moravia e Elsa Morante fino a Renato Guttuso e Luigi Pirandello.

Viaggiando con Pollock tra linee e colori della mente

“Pollock, les premières années (1934-1947)” è il titolo della mostra curata da Joanne Snrech e Orane Stalpers al Musée Picasso. L’esposizione è stata una occasione speciale per tornare ad approfondire l’opera del pittore americano, basti dire che è soltanto la terza retrospettiva parigina a partire dagli anni Ottanta e segue quella generale dell’82 al Centre Pompidou e una più recente del 2008 alla Pinacothèque, dedicata ai rapporti con lo sciamanesimo.

Proprio per la novità del tema, trattato in modo così approfondito, relativo appunto ai primi anni del lavoro artistico del James Dean of the Canvas, è stata considerata un evento non solo in Francia ma anche in tutt’Europa. Si accede al percorso espositivo con la consapevolezza di confrontarsi con un artista immerso nel suo tempo, una personalità che ha segnato un’era, passando dalla grande Depressione economica del Ventinove, oltre la seconda guerra mondiale, alla grande “paranoia” della Guerra fredda, dal realismo on the road verso la Beat generation. È sicuramente una mostra che ha offerto una ricchezza di non facile riducibilità e una rarità in stimoli emotivi, suggestioni estetiche e riflessioni: l’ingresso non coinciderà nel modo più assoluto con l’uscita. Come accennavamo colpisce la sede, il celebre Museé National Picasso del quartiere del Marais che introduce sin da subito il dritto confronto tra i due pittori che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte nel Novecento.

“Borderlands”, le vite sospese al confine tra Messico e Usa

Una ricerca per immagini sui confini, lungo il lato americano del confine tra Messico e Usa. E uno sguardo profondo sulle vite di chi vuole oltrepassarli, quei confini, e di chi li sorveglia. Il fotografo Francesco Anselmi ha realizzato il libro Borderlands, pubblicato in edizione internazionale (Kehre Verlag) a cura di Renata Ferri con un testo di Francisco Cantù. Ecco il racconto dell’autore del reportage, realizzato tra il 2017 e il 2019.

Borderlands nasce dalla volontà di raccontare il confine tra Stati Uniti e Messico tentando di superare la narrazione emergenziale che sempre più caratterizza il racconto delle zone liminali. In molti casi queste aree si confrontano con i flussi migratori da decenni, tanto da aver visto il proprio tessuto sociale plasmarsi intorno a questi fenomeni, ma nonostante questo, il tema dell’immigrazione continua ad essere narrato e affrontato come un’emergenza, sia a livello mediatico che politico. L’intenzione del lavoro è stata da subito quella di trasmettere la complessità di questi luoghi, sollevando domande sulle trasformazioni in atto, le contraddizioni che li regolano; tentando di mostrare le borderlands come il luogo a sé stante che sono rispetto ai due Paesi che separano.

Un pallone aerostatico, controllato a distanza dalle pattuglie di frontiera federali e utilizzato per intercettare attività illegali lungo il confine. Dotati di telecamere a infrarossi, questi dispositivi possono tracciare i movimenti a una distanza fino a 200 chilometri. Roma, Texas. Aprile 2017

Il confine è spesso narrato come un luogo di separazione netta, di non continuità, un luogo dove permane costantemente il rischio che qualcosa o qualcuno di “sbagliato” possa attraversare contaminando il lato “giusto”.

E la chiamano democrazia

L’età dell’oro dell’America. Così ha definito il suo secondo mandato il presidente Donald Trump durante il discorso di insediamento alla Casa Bianca. Dopo quattro anni lontano dalla presidenza, Trump torna al 1600 di Pennsylvania Avenue con intenzioni a dir poco bellicose. Lo aveva già fatto presagire durante la campagna elettorale senza esclusione di colpi, dove il razzismo e il sessismo l’avevano fatta da padroni nei suoi comizi. L’aveva confermato quando ha scelto il suo staff di impresentabili ma fedelissimi, intenzionato a non ripetere gli errori della presidenza iniziata nel 2016, quando accanto a lui c’era ancora qualcuno che aveva l’ardire di contraddirlo. Questa volta Trump ha la strada spianata, un esercito di yes men nella sua corte e un elettorato che lo ha preferito alla vicepresidente e candidata democratica Kamala Harris. Non si è trattato di percentuali bulgare, come Trump vorrebbe far credere, ma comunque lo scorso novembre è riuscito ad aggiudicarsi sia il voto popolare che quello dei Grandi elettori.