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“Borderlands”, le vite sospese al confine tra Messico e Usa

Una ricerca per immagini sui confini, lungo il lato americano del confine tra Messico e Usa. E uno sguardo profondo sulle vite di chi vuole oltrepassarli, quei confini, e di chi li sorveglia. Il fotografo Francesco Anselmi ha realizzato il libro Borderlands, pubblicato in edizione internazionale (Kehre Verlag) a cura di Renata Ferri con un testo di Francisco Cantù. Ecco il racconto dell’autore del reportage, realizzato tra il 2017 e il 2019.

Borderlands nasce dalla volontà di raccontare il confine tra Stati Uniti e Messico tentando di superare la narrazione emergenziale che sempre più caratterizza il racconto delle zone liminali. In molti casi queste aree si confrontano con i flussi migratori da decenni, tanto da aver visto il proprio tessuto sociale plasmarsi intorno a questi fenomeni, ma nonostante questo, il tema dell’immigrazione continua ad essere narrato e affrontato come un’emergenza, sia a livello mediatico che politico. L’intenzione del lavoro è stata da subito quella di trasmettere la complessità di questi luoghi, sollevando domande sulle trasformazioni in atto, le contraddizioni che li regolano; tentando di mostrare le borderlands come il luogo a sé stante che sono rispetto ai due Paesi che separano.

Un pallone aerostatico, controllato a distanza dalle pattuglie di frontiera federali e utilizzato per intercettare attività illegali lungo il confine. Dotati di telecamere a infrarossi, questi dispositivi possono tracciare i movimenti a una distanza fino a 200 chilometri. Roma, Texas. Aprile 2017

Il confine è spesso narrato come un luogo di separazione netta, di non continuità, un luogo dove permane costantemente il rischio che qualcosa o qualcuno di “sbagliato” possa attraversare contaminando il lato “giusto”.

E la chiamano democrazia

L’età dell’oro dell’America. Così ha definito il suo secondo mandato il presidente Donald Trump durante il discorso di insediamento alla Casa Bianca. Dopo quattro anni lontano dalla presidenza, Trump torna al 1600 di Pennsylvania Avenue con intenzioni a dir poco bellicose. Lo aveva già fatto presagire durante la campagna elettorale senza esclusione di colpi, dove il razzismo e il sessismo l’avevano fatta da padroni nei suoi comizi. L’aveva confermato quando ha scelto il suo staff di impresentabili ma fedelissimi, intenzionato a non ripetere gli errori della presidenza iniziata nel 2016, quando accanto a lui c’era ancora qualcuno che aveva l’ardire di contraddirlo. Questa volta Trump ha la strada spianata, un esercito di yes men nella sua corte e un elettorato che lo ha preferito alla vicepresidente e candidata democratica Kamala Harris. Non si è trattato di percentuali bulgare, come Trump vorrebbe far credere, ma comunque lo scorso novembre è riuscito ad aggiudicarsi sia il voto popolare che quello dei Grandi elettori.

In fuga dalla dittatura

Il nostro terreno è la memoria». Da queste parole capisco subito che di fronte a me c’è un regista militante. Un uomo che fa dell’arte cinematografica un atto politico. A pronunciarle è il cineasta argentino Omar Neri che, insieme alla sua collega Mónica Simoncini, hanno girato un documentario sulla storia di quelle donne e quegli uomini che – dopo il golpe militare di Jorge Videla del marzo 1976 – riuscirono a fuggire dall’Argentina e ad arrivare in Italia, a Roma.

Resistenza è un altro grande lavoro portato avanti da Mascarò Cine, un gruppo cinematografico indipendente nato nel 2002 che, attraverso gli audiovisivi, «descrive, e in qualche modo recupera, le lotte sociali e politiche degli anni Sessanta e Settanta», portando nel presente storie che «intervengono nei dibattiti attuali sul tipo di società che vogliamo costruire». E da dove nasce l’idea di girare una pellicola sugli esuli argentini a Roma? Tutto inizia da un incontro con Progetto Sur, un’associazione di italo-argentini fondata a Roma nel 2003 e che da allora sostiene iniziative di movimenti e organizzazioni argentine, per i diritti umani, sociali, ambientali e dei popoli originari.

Così Milei vuole riabilitare golpisti e torturatori

e Abuelas di Plaza de Mayo hanno ritrovato il nipote 138. L’annuncio ufficiale è stato dato il 27 dicembre scorso dalla presidente Estela Carlotto nella loro sede nell’ex caserma Esma, a poche decine di metri dalla palazzina del centro di detenzione clandestino e di sterminio più feroce della dittatura civico-militare argentina (1976-1983). Il ritrovamento di uno dei figli di una coppia di desaparecidos, partito da una denuncia del 1988, arriva nel pieno di un’aggressione alla memoria organizzata dal governo negazionista del presidente Milei, che non perde occasione per provocare e umiliare le madri e le nonne delle vittime (in tutto furono circa 30mila). Alle prigioniere, costrette a partorire nei centri clandestini, venivano sottratti i figli, poi consegnati, con la complicità delle autorità ecclesiastiche, a coppie ritenute affidabili e compiacenti: per questo la ricerca delle Abuelas è da sempre motivo di apprensione per chi ha collaborato col regime. Non a caso, in agosto un decreto presidenziale ha di fatto smantellato la Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi), l’ufficio che coordina l’attività investigativa delle ricerche.

Una rete collettiva per salvare l’università

Il futuro dell’università pubblica italiana è appeso a un filo sottile, minacciato da una riforma che sembra non avere la minima attenzione per le esigenze degli studenti e dei lavoratori del sapere: la riforma Bernini.

Questa riforma non è che l’ennesima conferma di un’idea di università e di istruzione pubblica considerate non come beni comuni da tutelare, ma come un lusso da razionalizzare. Una visione che si fa ancora più evidente in un momento storico di profonda crisi economica e sociale, in cui il Paese si trova sempre più schiacciato sotto il peso della precarietà.

Un governo nemico del sapere

Il 2025 è partito con pessime notizie per l’università italiana. Sono due i provvedimenti che determinano un sostanziale passo indietro: la legge di bilancio 2025 e il disegno di legge 1240 sul pre-ruolo in discussione in queste settimane in Parlamento (dal titolo Disposizioni in materia di valorizzazione e promozione della ricerca).

La legge di bilancio 2025 prevede anche per il sistema universitario pubblico una riduzione di risorse finalizzata al raggiungimento degli obiettivi programmatici di finanza pubblica 2025-2029. Tradotto: tagli che con tutta probabilità, si riverseranno di nuovo sullo stanziamento del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), fondo che solo 7 mesi fa, in piena estate, era stato già ridotto di oltre 500 milioni di euro.

Il panpenalismo rende sudditi

Lo scorso 14 dicembre è entrata in vigore la legge n. 177 del 2024 recante “Interventi in materia di sicurezza stradale e delega al governo per la revisione del codice della strada di cui al decreto legislativo n.285 del 1992” impropriamente etichettata come “il nuovo codice della strada”.

Uso l’avverbio “impropriamente” perché, in realtà, con il semaforo rosso ci si deve ancora fermare, la precedenza si deve sempre dare a chi viene da destra e non si può andare contromano, così come non si può guidare ubriachi o sprovvisti della patente di guida regolarmente conseguita. Le regole fondamentali, quindi, sono rimaste invariate e con una sufficiente conoscenza della segnaletica stradale e un po’ di buon senso, possiamo continuare a percorrere tranquillamente il patrio suolo asfaltato con le nostre due o più ruote. Senonché, fatta la tara dei dovuti toni trionfalistico-minatori con i quali la novella è stata annunciata, un dato mi è parso alquanto allarmante.

Le zone nere del diritto

Foto di Renato Ferrantini

Stiamo assistendo all’applicazione, nelle metropoli, di provvedimenti ministeriali, prefettizi, di polizia, tesi, in nome della presunta “sicurezza pubblica”, contro l’accesso, in alcune predeterminate zone, di soggetti ritenuti “pericolosi”. Parlo di “zone a vigilanza rafforzata”, aree delle città in cui alle forze di polizia e militari è permesso di allontanare coattivamente chiunque assuma «atteggiamenti aggressivi, minacciosi o insistentemente molesti», come recita la circolare ministeriale. Condivido il parere di Alessandra Algostino che scrive di «ostracismo sociale e politico dalla città neoliberista». In realtà questi provvedimenti rappresentano il prologo e l’applicazione anticipata del disegno di legge sulla cosiddetta “sicurezza pubblica” che è ancora in discussione al Senato della Repubblica. Si tratta, quindi, di provvedimenti amministrativi che, però, incidono profondamente sui diritti costituzionali di mobilità e di accesso in alcuni spazi urbani, anche in assenza di flagranza di reato. Viene, infatti, con essi esteso al diritto di accesso in alcune zone cittadine a persone che risultano apparentemente “pericolose” o denunciate e condannate, anche con sentenza non definitiva. Sono provvedimenti incostituzionali.

Attacco allo Stato di diritto

È noto che da molti anni l’ordinamento costituzionale della magistratura è oggetto di attacchi furibondi e di tentativi di riforma. Il 7 aprile 2011 il governo Berlusconi presentò un suo progetto che fu definito dal ministro della Giustizia Alfano, una riforma “epocale” della giustizia nel nostro Paese.

La riforma Berlusconi-Alfano, raccoglieva le suggestioni provenienti da alcuni settori dell’avvocatura e dalla falange dei media di proprietà o a servizio di Silvio Berlusconi, ossessionato dalle inchieste giudiziarie frutto della sua “vita spericolata”, e deciso a porre fine allo scandalo del “potere diviso”.

L’asse centrale della “riforma epocale” di Alfano si incentrava sulla rottura del modello costituzionale dell’unicità della magistratura.

Giustizia sottomessa, vulnus per i cittadini

La riforma costituzionale approvata dalla Camera dei deputati nella seduta del 16 gennaio suscita preoccupazione. Tre, schematicamente, gli ambiti di intervento della riforma: la separazione delle carriere; la riforma del Consiglio superiore della magistratura; l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, esterna al Csm.
Per comprendere le ragioni del grido di allarme lanciato dalla magistratura associata, è utile fare un passo indietro, ai tempi in cui nacque la Costituzione repubblicana. I costituenti avevano nitida memoria di un potere giudiziario che durante il ventennio subì le prepotenti pressioni del regime e risultò in larga parte prono alle volontà del governo. Per questo la Costituente avvertì la necessità di istituire un organo garante dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle maggioranze politiche, affidando al Csm – tra le altre cose – la vigilanza sulla professionalità dei magistrati, la nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari, la valutazione degli illeciti disciplinari da loro eventualmente commessi.