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Un fantasma si aggira per la Germania

Dopo la fine della coalizione “semaforo” il 23 febbraio la Germania va alle elezioni. La rottura è stata il punto finale di un processo in cui il governo ha già perso molti consensi. Le contraddizioni tra i partiti erano troppo grandi. Il punto di conflitto decisivo era la questione del debito pubblico. Mentre socialdemocratici e verdi vogliono modificare la regolazione del pareggio di bilancio per finanziare investimenti nella infrastruttura e nella trasformazione ecologica dell’industria, i liberali vogliono rispettare rigorosamente questa regola.
La fine della coalizione semaforo rappresenta solo il culmine di una perdurante incapacità del governo di fornire risposte convincenti ai problemi più urgenti. La stessa Germania è in una grave crisi: economica, sociale e politica. L’economia è stagnante ed è effettivamente in recessione, il lavoro precario si sta diffondendo e la polarizzazione sociale è in crescita. C’è un diffuso malcontento fra i cittadini riguardo alla politica non solo quella del governo, ma verso la politica in generale. La gente è molto preoccupata per il carovita e molti hanno difficoltà a fare fronte alle spese per l’alimentazione, per l’energia e per la casa.

Futuro

In questi giorni, a seguito dell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, dopo la grande sorpresa per una vittoria data per poco probabile da tutti, c’è ora una forte indignazione e sorpresa per i modi non propriamente eleganti del neo-presidente. Penso non ci sia molto da sorprendersi, il personaggio lo conoscevamo già molto bene. Quello che penso sia necessario leggere è quale sia il significato, in questo momento storico, della elezione di Trump. Ma prima va detta chiaramente una cosa: l’elezione di personaggi come Trump sono quello che può capitare in una democrazia. È già successo più volte nella storia che leader anche dichiaratamente antidemocratici siano riusciti a conquistare il potere tramite libere elezioni.

Gli esempi sono tantissimi, basti pensare a Meloni o a Berlusconi.
Se quindi pensiamo che la democrazia sia il sistema di scelta del governo di un Paese migliore che ci sia, o agli Stati Uniti come la “più grande democrazia del mondo”, dobbiamo anche accettare che questo sistema abbia in sé la possibilità di avere questo tipo di effetti.
Proprio per questa “imperfezione” della democrazia esistono norme di struttura degli Stati (le Costituzioni) che sono, o dovrebbero essere, molto difficili da smontare, proprio per garantire la continuità del passaggio dei poteri da un governo al successivo.
Detto questo, io penso che al di là della propaganda, va capito perché certe proposizioni politiche vengano accettate dalla maggioranza degli elettori. Va capito qual è il pensiero di questi elettori che scelgono una proposta politica di questo tipo, qualcosa di impensabile per altri. Perché di fatto gli elettori, scegliendo un messaggio che gli viene proposto, dicono qualcosa del loro pensiero sul mondo. Non sono d’accordo che le fake news siano in grado di orientare le maggioranze. Certamente hanno un effetto su minoranze suscettibili e anche importanti nel conteggio totale del consenso.

Ma deve esserci qualcos’altro che fa cambiare opinione e pensiero degli elettori sulla realtà per cui scelgono qualcuno invece di qualcun altro. Deve esserci qualcosa nella percezione e poi nell’idea che si sono fatti gli elettori della politica di una parte rispetto ad un’altra, che li fa scegliere di eleggere qualcuno piuttosto che qualcun altro. Un’idea per cui ci possa essere un miglioramento nella vita propria e di tutti. Credo che innanzitutto sia profondamente sbagliato pensare che gli elettori siano stupidi. Quello che si può pensare è che possano essere ingenui, questo sì. Che possano credere a facili promesse. Ma l’errore è criticare l’ingenuità senza andare a vedere cosa dicono quelle promesse che vengono fatte e che cosa significano per le persone che sperano che quelle promesse si avverino. Naturalmente in questa mia critica mi riferisco in particolare alla sinistra: è profondamente sbagliato criticare gli elettori perché questi invece vanno ascoltati e compresi, soprattutto quando decidono di votare per altri. E se alla fine si vede che in qualcuno c’è un difetto di comprensione di una realtà complessa, cerchiamo di capire perché c’è quel difetto di comprensione.

Quindi farsi domande come: perché l’immigrazione viene percepita come un problema? Nessun pensiero nasce senza un motivo. È sempre per una reazione a qualcosa. Il pensiero umano ha sempre un rapporto con la realtà. Va quindi capito qual è quel qualcosa che l’ha provocato e poi eventualmente cercare di capire perché quella reazione possa non essere una buona reazione. Magari la causa, la noxa che genera una reazione non è la reale causa. Magari la preoccupazione per l’immigrazione non è dovuta realmente all’immigrazione ma è dovuta ad altro. Ma se non ci facciamo queste domande non capiremo mai perché si diffondono questi pensieri. Dovremmo iniziare col chiederci: come vivono le persone? Come stanno? Stanno bene? Stanno male? E quindi: chi sta male, perché sta male? E chi sta bene, perché sta bene?

Le società occidentali sono ricche, anzi ricchissime. Ci sono possibilità che nella storia erano impensabili. Malgrado tante infinite possibilità, sappiamo bene che ci sono difficoltà, che ci sono tanti che sentono di non stare bene. Non è quindi solo una questione economica, una questione di bisogni, che certamente vanno soddisfatti. Sono continui gli studi sul malessere in particolare tra i giovani, ma nessuno ha idea di quale sia realmente la causa. Un recente studio finanziato dall’Unione europea la individua nell’uso dei social network a seguito della pandemia o la mancanza di lavoro: certamente cose negative, ma possiamo dire che siano realmente la causa ultima? Altro elemento da considerare è il fatto che qui si parla di malessere, non di malattia. Se si vanno a vedere le diagnosi di vera e propria malattia mentale, l’incidenza percentuale sul totale della popolazione è sempre costante nel tempo. Se è così, allora dobbiamo pensare che si tratta di qualcosa dovuto a una realtà esterna, la reazione a qualcosa nella società e nella vita che facciamo che non ci corrisponde.

Qualcosa che sentiamo non abbia senso, qualcosa che ci fa pensare di non star facendo “la cosa giusta per me”. Sentiamo che la società non ci proponga di trovare una nostra realizzazione personale, uno sviluppo della identità personale. Il discorso sul perché è evidentemente complicatissimo. Quello che mi preme dire è che se si vuole fare politica in modo nuovo bisogna ripartire da qui, è necessario acuire lo sguardo, vedere e ascoltare in profondità le speranze e le domande che fanno le persone e i giovani in particolare, visto che sono i cittadini del futuro. Capire e vedere che la politica di volere una maggiore distribuzione di risorse materiali è certamente importante ma non è affatto sufficiente.

La sinistra deve farsi domande e cercare risposte: che cosa nella attuale società crea ansia e depressione nei giovani? Veramente è solo l’uso dei social network? Una volta si diceva della Tv ma siamo sopravvissuti. Forse dobbiamo pensare che l’uso eccessivo sia il sintomo di altro. Si tratta di un effetto, non di una causa. Poi certamente in una situazione di difficoltà l’uso eccessivo porta ad ulteriori problemi, questo è ovvio. Ma chiediamoci per prima cosa perché questo accade. Come altre volte la mia cantilena alla Sinistra, spero non fantomatica, è quella di studiare e cercare di capire, non accontentarsi delle solite storielle dell’essere umano cattivo perché vuole la conoscenza e che deve quindi soffrire per tutta la vita per aver tradito il patto con dio. Invece di accontentarsi di vivere nel paradiso terrestre della modernità… l’essere umano vuole vedere e sapere di se stesso e degli altri.

Ecco la favoletta del peccato originale andrebbe rigirata e andrebbe visto che è «Il vedere che l’essere umano vuole» (M.Fagioli, Teoria della nascita e castrazione umana, L’asino d’oro edizioni 2012 pag.76). E volere la conoscenza non è cattiveria o malignità, è una esigenza fondamentale fin dalla nascita. È necessario pensare fuori dagli schemi del pensiero “normale”, metterci sinceramente e profondamente in ascolto, non cercare soluzioni sbrigative e solo materiali e razionali. Dobbiamo cercare di comprendere cosa nasconde quel malessere, perché può dirci molto della società in cui viviamo e di come dovremmo cambiarla. La costruzione di una nuova Sinistra passa necessariamente da una nuova comprensione e pensiero sull’essere umano visto che tutte le teorie del passato hanno fallito, come le vittorie della destra dimostrano inequivocabilmente.

In foto: Il muro di Banksy, Bruxelles 2022 (Miguel Discart)

Trump, Musk e neofascisti. Europa, che fare?

A poco più di un mese dall’insediamento di Donald Trump il 23 febbraio si vota in Germania per le elezioni nazionali. L’intervista su X fatta dal «tecno architetto del mondo futuro», Elon Musk, ad Alice Weidel, candidata cancelliere dell’Afd, l’estrema destra tedesca, è stata, per le cose dette («Hitler era comunista perché nazionalizzava, noi siamo per il privato») nel suo essere smaccatamente reinventrice della storia e per il peso della Germania nella storia, l’atto più spettacolare dello sbarco dei nuovi Usa nel Vecchio Continente. Non ad Anzio, contro i nazifascisti, ma a Berlino incontrando la nuova/vecchia destra. Musk ha fatto tappa anche a Londra, invitando gli inglesi a liberarsi della vecchia classe dirigente e rivolgendosi a qualcosa che vada anche oltre l’ex “distruggi-establishment” Nigel Farage.
Trump continua a dire che l’Ue si deve pagare la sicurezza. Il 2% del Pil che la Nato vuole sia investito in armamenti va portato al 5%. E gli europei devono comprare il suo gas. E c’è pure spazio per una battuta sulla Groenlandia dove ci sono materiali rari e una percentuale alta dell’acqua immagazzinata. Trump ha anche concesso udienza a Giorgia Meloni, non a caso in piena crisi per il doppio arresto di Cecilia Sala in Iran e di Mohammad Abedini in Italia su richiesta Usa. La vicenda si è chiusa con un doppio rilascio che è naturalmente meglio di una guerra. Ma lo scambio di favori tra i dominanti è proprio l’altra faccia delle guerre.

L’Unione europea e la giungla dello Spazio

L’evoluzione esponenziale della tecnologia ha ridefinito i confini del potere geopolitico e moltiplicato le sue possibilità di influenza. Servizi satellitari come Starlink sono diventati veri e propri strumenti tentacolari di potere globale. Questo scenario è relativamente nuovo per l’Europa, che si trova di fronte a una domanda cruciale per il suo futuro: possiamo raggiungere l’autonomia tecnologica con progetti come Iris2 (Infrastruttura per la resilienza, l’interconnettività e la sicurezza via satellite) e competere con i giganti statunitensi e cinesi? Ma, prima di rispondere, è necessario chiarire cosa siano e su cosa si basino progetti come Iris2 e Starlink. Starlink, il servizio di connettività satellitare globale di SpaceX creato da Elon Musk, rappresenta un perfetto esempio di “soft power”. Con una rete di oltre 8mila satelliti in orbita bassa, destinata a crescere fino a 42mila unità, promette connessione ad alta velocità ovunque, persino nelle aree più remote.

Marco Santarelli

Tuttavia, dietro la facciata di progresso tecnologico si nasconde una strategia geopolitica sottile: il controllo delle informazioni. Marco Santarelli, docente di Sicurezza e intelligence e membro del Centro di ricerca sicurezza e terrorismo (Crst), avverte del pericolo: «I satelliti di Starlink non solo riducono i tempi di latenza e migliorano la connessione, ma permettono anche di raccogliere dati sulle abitudini e le scelte degli utenti, influenzando potenzialmente politica, commercio, conflitti e persino emozioni, con la giustificazione di fornire servizi a Paesi che oggi non hanno nemmeno acqua potabile o luce». Il caso di Starlink in Ucraina è emblematico: Elon Musk ha dimostrato come il controllo su una rete satellitare globale possa influenzare direttamente i conflitti internazionali. Un esempio è il secondo attacco al ponte di Crimea, quando la flotta di navi e droni ucraini è stata…

 

 

Il capitalismo digitale soffia sul fuoco dei conflitti

Con la fine della convertibilità del dollaro in oro, decisa da Nixon il 15 agosto 1971, alcuni economisti previdero che una nazione industriosa qual erano gli Stati Uniti si sarebbe trasformata in una di rentiers.

Infatti, mentre qualsiasi altro Paese per acquistare merci e risorse dall’estero deve produrre altre merci, da allora, agli Stati Uniti, basta produrre dollari. Dall’inizio degli anni Settanta dunque i crescenti deficit esteri e di bilancio pubblico del Paese furono coperti da dollari, che furono ben accettati sui mercati internazionali perché quella moneta era essenziale per lo svolgimento di ogni commercio. La finanziarizzazione, che si è sviluppata in modo esponenziale nei decenni successivi, ha qui le sue basi, come ha qui le sue basi lo sviluppo di quelle catene globali del valore che vedono la delocalizzazione della produzione delle grandi imprese multinazionali in ogni angolo del globo, e che richiedono ampia disponibilità di un’unica moneta per svolgersi senza ostacoli.

La dottrina Meloni: svendere l’Italia

La politica estera di Giorgia Meloni, più ancora che del suo governo, praticamente muto su questo versante, risulta molto chiara. La presidente del Consiglio ha ben capito che l’amministrazione Trump sarà assai dura con l’Europa, introducendo dazi doganali pesanti per ridurre il disavanzo della bilancia commerciale, e avrà grandi pretese in termini di spesa militare in sede Nato: in sintesi l’Europa sarà il bersaglio primario dell’offensiva trumpiana, che utilizza il proconsole Musk come demolitore (attraverso il sostegno a tutte le destre più brutali) di ogni prospettiva di un’Europa dotata di un qualche peso. Alla luce di ciò Giorgia Meloni spera di “salvarsi” dal trattamento americano mostrandosi l’allieva modello, la scolaretta più ossequiosa nei confronti della “dottrina Trump” ed evitando così il trattamento riservato agli altri Paesi del Vecchio Continente. Questa posizione ha però due enormi pericoli rappresentati dalla necessità di svendere l’intero patrimonio strategico del nostro Paese, compresa la gigantesca partita del risparmio gestito, dal capitalismo finanziario a stelle e strisce e dal pressoché totale isolamento nei confronti del resto dell’Europa: un isolamento che rischia di essere devastante per un Paese come l’Italia che esporta molto negli Usa ma che ha con alcune realtà europee un formidabile legame, corroborato dal fatto di avere come moneta l’euro e il debito nazionale denominato in quella moneta.

Il sogno europeo e l’incubo di Mister X

Keep Europe Elon-free. Abbiamo scelto di mettere in copertina l’incisivo stencil di un anonimo street artist per dire “Su la testa, Europa!”. In gioco c’è la nostra democrazia, la nostra qualità della vita, i diritti delle donne, dei lavoratori, dei giovani e delle persone vulnerabili. Se guardiamo solo alle strategie economiche, è questo il momento di cominciare a investire seriamente su innovazione, tecnologia, ricerca per recuperare competitività rispetto alle grandi potenze del settore (Usa e Cina) e per sottrarsi alle mire espansionistiche del tecno capitalismo a stelle e strisce che usa le peggiori destre come testa d’ariete per dividere e frammentare l’Unione. Ora più che mai è il momento di darsi una mossa. Un esempio? Starlink non è la sola rete satellitare possibile. Cosa aspetta l’Europa a implementare il progetto Iris 2 a partecipazione pubblica? Certo, è vero, scontiamo un gap profondissimo. Gli Usa da sempre investono in tecnologia più di chiunque altro. Musk stesso ha beneficiato di ingenti fondi pubblici per sviluppare i propri progetti. SpaceX dal 2008 ha ricevuto 20 miliardi di dollari dal governo Usa, quasi tutti dalla Difesa e dalla Nasa, come ha ricordato il sociologo Evgenij Morozov, intervistato da Repubblica. Accadeva ben prima del ritorno di Trump che ha cooptato Musk nella compagine di governo in qualità di “consigliere del principe” mettendolo a capo del Doge, il nuovo dipartimento di Stato con il compito di tagliare spese e burocrazia.

Anche la Cina punta fortemente sull’innovazione tecnologica da oltre 25 anni e i risultati si vedono eccome, non solo nel settore dell’auto elettrica ma anche in quello dell’informatica e degli smartphone. Non è un caso che sia cinese l’ideatore di DeepSeek, la start-up di intelligenza artificiale open source che ha raggiunto prestazioni simili a quelle di ChatGpt con microchip meno potenti e a basso costo, «mettendo in discussione le spese ingentissime sostenute negli ultimi anni dai colossi tecnologici statunitensi», ha rimarcato all’Agenzia Nova l’amministratore delegato di OpenAI, Sam Altman. In un solo giorno il colosso big-tech Nvidia ha visto bruciare in borsa 465 miliardi di dollari, solo per dirne una.
Ma torniamo in Europa. In questa cover story Alessandro Volpi e Andrea Ventura analizzano la nuova fase del capitalismo che punta alla dissoluzione dei grandi Stati-nazione sostituiti da tanti piccoli territori senza tassazione progressiva, senza welfare, dove impera la deregulation. Si tratta di una dinamica ben descritta da Quinn Slobodian nel suo recente libro Il capitalismo della frammentazione (Einaudi). E Musk con il suo saluto fascista nel giorno dell’insediamento di Trump è la manifestazione plastica di questa analisi.
Nonostante lo spostamento a destra della Commissione europea (che va contrastato con ogni mezzo) noi pensiamo ancora che il sogno di un’Europa nata a Ventotene per dire mai più fili spinati, sia l’unica risposta contro le guerre, contro l’arroganza e la violenza della tecnodestra al potere negli Usa. In un momento storico in cui assistiamo a un inquietante salto di paradigma del capitalismo in cui i padroni delle piattaforme private, gli oligarchi del web, si stanno facendo Stato per dissolverlo e privatizzarlo, pensiamo – forse romanticamente – che proprio quell’Europa che il Welfare lo ha inventato, possa essere ancora un baluardo di progresso democratico, in nome dell’uguaglianza. Lo sappiamo, l’Europa reale, che con la prossima attuazione del migration act assomiglierà sempre di più a una Fortezza, non è quella che immaginiamo e vogliamo. Occorre invertire la rotta puntando sul processo di integrazione politica, sull’affermazione dello stato di diritto, sul rispetto dei diritti umani, sulla solidarietà.

Perché, se l’Europa resta solo un’unione di mercati, continuerà ad essere politicamente e socialmente fragile e i Musk di turno se la mangeranno in un boccone, usando come clava forze antieuropeiste ed eversive. Basti pensare ai neonazisti di Afd, in forte crescita in una Germania in crisi anche economica (che il 23 febbraio va alle elezioni), come scrive nella sua accorata analisi Heinz Bierbaum. In piena campagna elettorale l’intervista senza filtri di Musk – che su X ha 215 milioni di follower – alla leader di Afd Alice Weidel, le dichiarazioni di Mister X del tipo «Solo Afd potrà salvare la Germania», i suoi interventi da remoto al raduno di AfD in Germania per affermare, nel Giorno della memoria, che i tedeschi non devono più avere sensi di colpa per il passato nazista, ma anzi devono essere orgogliosi di essere di tedeschi, nonché i suoi attacchi al «multiculturalismo che diluisce tutto», non lasciano adito a dubbi sul Musk-pensiero. Manca solo che parli di razza ariana superiore.
Intanto negli Usa Trump ordina rastrellamenti di persone che potrebbero o meno essere immigrati illegali e prova a cancellare un pilastro della Costituzione Usa: lo Ius soli (contrastato dal deep state americano, che per fortuna ha ancora i suoi pesi e contrappesi), come scrive qui Alessia Gasparini. E in Italia Giorgia Meloni fa altrettanto deportando migranti in carceri costruite in Albania con i soldi dei contribuenti italiani. Nel frattempo ha scarcerato e accompagnato a Tripoli con un volo di Stato il generale libico Almasri, torturatore di migranti e criminale di guerra su cui pesa un mandato di cattura della Corte penale internazionale .(Ma la presidente del Consiglio non aveva detto di voler dar la caccia ai trafficanti di esseri umani «su tutto il globo terracqueo»?).

E poi, a proposito di strategie per disgregare la democrazia, quando viene indagata dalla Procura di Roma (per il caso Almasri) Meloni coglie l’occasione per attaccare frontalmente un altro organo costituzionale: la magistratura. Come se non sapesse che quello della procura è un atto dovuto e legittimo. L’obiettivo della destra che punta a far passare entro l’estate una pericolosa riforma costituzionale, è bene rimarcarlo, è limitare il più possibile l’indipendenza dei pubblici ministeri, come ben spiega Andrea Natale di Magistratura democratica, che con altri giuristi interviene autorevolmente su questo numero. Nell’Italia di Meloni (unica rappresentante europea di governo corsa a baciare la pantofola di Trump), di Salvini e Tajani, nell’Italia di La Russa presidente del Senato, l’attacco alla magistratura, la persecuzione degli stranieri, la retorica xenofoba e i provvedimenti per reprimere ogni forma di dissenso (come il ddl Sicurezza) stanno creando le condizioni per uno Stato di polizia. In questa congiuntura la presidente del Consiglio vuole affidare asset strategici e delicati che riguardano la difesa a Starlink, facendo fare affari a SpaceX. Anche per questo ripetiamo con forza: Musk stia alla larga dall’Europa. E dall’Italia.

In foto: opera dello street artist Harry Greb

Manco li cani

Niente segreto di Stato. In compenso ieri è andata in scena la menzogna di Stato, con il ministro Nordio nella parte del primo attore che è riuscito a infilare di fronte al Parlamento una serie di sfondoni giuridici e politici degni di un’interrogazione di diritto andata male alle scuole superiori.

Nordio spiega che Almasri è stato rilasciato perché ha ritenuto troppo vaghi i capi di accusa della Corte penale internazionale nei confronti del torturatore Almasri. Quindi, poiché il macellaio libico è stato ritenuto non pericoloso, è stato rilasciato. Ma è stato accompagnato a casa con un volo di Stato – che era pronto tre ore prima della decisione ufficiale del ministro – perché ritenuto troppo pericoloso. Anzi, si è deciso di accompagnarlo proprio tra le braccia festanti dei suoi colleghi, mezzi poliziotti e mezzi trafficanti, per umiliare completamente l’Italia agli occhi del mondo.

L’attrice protagonista di questa brutta storia, Giorgia Meloni, è rimasta fuori scena. Oscena come si direbbe letteralmente. Tra le quinte a spiare e sperare che tutto passi in fretta, confidando nella credibilità delle sue comparse. Missione fallita.

Era in scena invece la deputata meloniana Augusta Montaruli, che ospite nello studio di Tagadà su La7, ha pensato di silenziare il Dem Marco Furfaro abbaiando. Quello faceva notare che Fratelli d’Italia mandasse in televisione a discutere di giustizia una pregiudicata e la pregiudicata rispondeva ripetendo ossessivamente “bau bau”, con la faccia anche piuttosto divertita. La conduttrice è dovuta intervenire per ricordare che la situazione era seria. Invece è tragica, ma non seria.

Buon giovedì.

Trump e l’illusione del protezionismo

Le guerre commerciali di solito non finisco bene, tantomeno per chi le inizia. È ormai cronaca che lo scorso 1 febbraio il neo-presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto un aumento delle tariffe doganali per i prodotti che vengono dai tre principali partner commerciali, ovvero dal Canada, dal Messico e dalla Cina. Gli importatori americani saranno costretti a pagare il 25% di tasse su tutte le merci provenienti dal Canada e dal Messico, legati agli Stati Uniti, è bene ricordarlo, da un accordo di libero scambio noto come NAFTA (Accordo nordamericano per il libero scambio). Per quanto riguarda la Cina, ad oggi si parla dell’imposizione di tariffe dell’ordine del 10%. Chi impone le tariffe, di solito, si deve aspettare delle ritorsioni di egual misura, se non di ordine di grandezza più grande.

Trump gioca sulla convinzione dell’importanza del mercato interno americano (quello dei consumi e dei capitali, per intenderci) per tutte le economie export-led, ovvero quelle che fanno delle esportazioni delle proprie merci un fattore determinante per la propria ricchezza nazionale (come lo è di fatto anche l’Italia). Dati alla mano, la ricchezza pro-capite degli Stati Uniti (dati 2023) è di 74,600 dollari a testa (cifra media che non tiene ovviamente conto delle enormi diseguaglianze tra ricchi e poveri), rispetto a quella della Cina e del Messico che è di soli 22,100 dollari. Limitare l’accesso al mercato statunitense, secondo Trump, vorrebbe dire mettere in difficoltà i partner commerciali più di quanto non metterebbe in difficoltà gli Stati Uniti. È una politica dell’azzardo, rischiosa per i suoi effetti destabilizzanti non solo sull’economia globale ma anche sull’ordine geopolitico.
Bisogna infatti considerare che molte aziende americane usano il mercato cinese, canadese e messicano per produrre i propri prodotti beneficiando dei costi del lavoro più bassi e di regolamentazioni ambientali light. Parte così delle importazioni americane da questi Paesi sono a marchio Made in USA, specialmente prodotti tecnologici, automobili, abbigliamento, etc. I primi a beneficiare di questo rapporto commerciale tra USA e “resto del mondo” sono le stesse aziende americane (ed europee, anche italiane) che, per tutelare i propri scopi di profitto risparmiando sui costi del lavoro, causano un deficit della bilancia commerciale del proprio paese. Chi soffre sono quelle imprese ed aziende americane (ma anche quelle italiane) che lavorano e producono esclusivamente sul suolo nazionale (e che non possono delocalizzare) e che risentono così della concorrenza estera. Trump di fatto ha ottenuto una valanga di voti proprio da questa fascia di popolazione “indebolita” da siffatto sistema di scambi. Non deve infatti meravigliare che una delle sue prime mosse politiche si concentra nel dare un segnale forte ai suoi elettori scatenando una guerra commerciale su vasta scala. Paradossalmente però, tali scontri commerciali causeranno crescenti costi a tutta la popolazione americana, almeno nel breve periodo.

Come ricorda il sito Bloomberg, le nuove tariffe americane ridurranno di circa il 15% le importazioni totali e genereranno circa 100 miliardi di dollari di maggiori entrate all’anno. Tuttavia, questo genererà anche dei contraccolpi nell’economia americana. Prima di tutto può creare delle distorsioni nella catena del valore a livello internazionale, rompendo e alterando i vari collegamenti di approvvigionamento delle aziende. Di fatto l’aumento dei costi può rendere meno conveniente produrre o assemblare in un paese rispetto ad un altro, etc. Di conseguenza, un secondo contraccolpo è certamente l’aumento dei costi per chi svolge attività imprenditoriali e commerciali su scala planetaria (ma non per le compagnie high-tech o di servizio come Amazon e Meta). Di conseguenza si arriverà alla perdita di molti posti di lavoro, non è detto esclusivamente nei paesi periferici. Facciamo un esempio: se mi aumentano i costi per le mie esportazioni o importazioni (visto poi che ai dazi americani si aggiungeranno i dazi degli altri paesi) non è detto che sia conveniente per me far tornare l’intera produzione in patria. Magari è semplicemente più conveniente delocalizzare interamente tutta la mia produzione in un paese terzo per compensare l’effetto degli aumenti dei costi tariffari. Nella migliore delle ipotesi, tali aumenti causeranno un rialzo generale dei prezzi e dunque un danno per tutti i consumatori.
Per quanto ne dica Trump, l’economia americana è fatalmente interconnessa con moltissimi paesi stranieri. Tra i vari rincari previsti dai nuovi dazi, c’è quello dell’energia. Circa il 70% del petrolio grezzo lavorato nelle raffinerie americane proviene da Canada e Messico (Trump vuole aumentare lo sfruttamento del petrolio nazionale per superare questo problema ma non si conoscono ancora bene i tempi). Collegato al settore del petrolio è certamente quello dell’auto. Attualmente gli Stati Uniti importano circa la metà delle auto vendute nel proprio paese, specialmente da Canada e Messico (dove sono presenti molto aziende americane che usano i vantaggi offerti in questi paesi, come ad esempio un assai minore costo del lavoro in Messico). Il Council of Foreign Relations stima che ci sarà un aumento per veicolo di circa 3 mila dollari al momento della vendita. Anche i prezzi alimentari potrebbero subire un aumento, sia come conseguenza del rialzo del costo del petrolio che per la dipendenza americana dai prodotti agricoli messicani: questo paese fornisce agli Stati Uniti circa il 60% delle importazioni di ortaggi e verdura nonché un’enorme quantità di frutta.
Trump gioca sul fatto che Canada e Messico verranno a loro volta colpiti pesantemente dai novi dazi. I due paesi sono molti dipendenti dal commercio con gli Stati Uniti, dato che circa il 70% del loro PIL dipende da questi scambi. Basti pensare che l’80% dell’export messicano prende la via degli Stati Uniti (per Washington invece le importazioni dal Messico valgono solo il 15% della torta). La guerra commerciale con il Messico rischia di causare un calo del suo PIL dell’ordine del 16%. Questo causerebbe un aumento della povertà e dunque dell’immigrazione verso gli Stati Uniti; possibilità che Trump dovrebbe evitare, per quanto funzionale alla sua politica di strumentalizzazione politica a danno degli immigrati.
Stessa cosa per il Canada. Gli Stati Uniti acquistano circa il 70% dell’export canadese, che vale circa il 14% delle importazioni americane. Basti pensare che circa l’80% dell’export di petrolio canadese varca i confini degli Stati Uniti.

Tuttavia, il deficit americano nei confronti di questi Paesi permette a Washington di sostenere la sua valuta e di finanziarie la propria spesa pubblica a costi decisamente più bassi rispetto a quelli che il mercato imporrebbe. Di fatto, essendoci tanti dollari in giro, acquistare i titoli di Stato americani (Treasury) diventa una scelta più che ragionevole e quasi obbligata (se si punta su investimenti “sicuri”). Questa condizione mantiene il costo dell’indebitamento pubblico americano basso, sostiene il dollaro e il ruolo egemonico degli Stati Uniti nel mondo. Non è azzardato affermare che il deficit americano mantiene paradossalmente in piedi alcune architetture del potere statunitense a livello globale.

Come nel 1933, la guerra commerciale tra i vari Paesi può innescare spirali di violenza politica difficilmente controllabili, aumentare il risentimento dell’opinione pubblica così come i costi generali per i consumatori. Il problema non sono i rapporti commerciali di libero scambio in sé, ma come le risorse derivate da questi scambi vengono utilizzate e concentrate in poche mani anziché redistribuite, almeno in parte, tra chi subisce i danni più deleteri di queste aperture; specialmente coloro che lavorano e producono per il mercato domestico, ovvero coloro che generalmente, presi dalla disperazione, costituiscono la base di voto per i partiti populistico-nazionalistici alla Trump.

L’autore: Giampaolo Conte è PhD Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo Università Roma 3,Research Associate ISEM-CNR ed editorial assistant of The Journal of European Economic History

Foto Adobe stock nr. 953180160

È Minniti a essere un caso di sicurezza nazionale

Marco Minniti

Pronunci la parola Libia, la scrivi nel più minimo articolo laterale, l’ascolti nel più laterale dibattito politico e sei sicuro che da lì a breve arriverà un’intervista solenne a Marco Minniti. L’ex ministro dell’Interno. L’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni dal 2016 al 2018, sostenuto dal Partito democratico, da Alternativa popolare di Angelino Alfano sulle macerie del governo Renzi, è considerato un maestro del genere.

Così, sul mancato arresto del torturatore libico Almasri, ecco che Minniti si schiarisce la voce e spiega a Il Foglio che le opposizioni sbagliano ad attaccare il governo: «la questione è più generale. La Libia è strategica», spiega Minniti al Corriere della Sera con un’amichevole pacca alla retorica meloniana. «La sicurezza nazionale si gioca fuori dai confini nazionali», «la Libia è la base più avanzata dei trafficanti di esseri umani» ma soprattutto è energicamente «essenziale» e «l’Africa è il principale incubatore di terrorismo nazionale», detta Minniti. Meloni prende appunti, ha l’arringa già pronta.

Del resto fu proprio Minniti a firmare lo sciagurato memorandum Italia-Libia che da otto anni gocciola sangue di persone diventate prede dei sanguinari libici che ne fanno carne da macello, lautamente pagati dal governo italiano. Fu Minniti a trasformare le persone migranti in armi non convenzionali sacrificabili sull’altare di qualche bonifico internazionale.

«Lo Stato non è una ong. Dobbiamo abituarci alla guerra del bene contro il bene», spiega Minniti. Forse la vera questione di sicurezza nazionale è Minniti e noi ce lo siamo dimenticati troppo in fretta.

Buon mercoledì.

 

Al centro della foto Marco Minniti alla Leopolda scatto di Di Francesco Pierantoni – https://www.flickr.com/photos/tukulti/15009260743/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=83259655