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Trump va alla guerra dei dazi. L’Europa che fa?

Trump è andato, dunque, alla guerra dei dazi. Imponendo, a partire dal 4 febbraio, tariffe supplementari del 25 per cento sulle merci canadesi e messicane e del 10 sul quelle cinesi. Ha anche dovuto adottare una cautela relativa all’importazione di idrocarburi dal Canada: si tratta di prodotti utilizzati dal settore energetico Usa sui quali la nuova tassazione si ferma anch’essa al 10 per cento. Questo, nell’ovvio timore che i costi supplementari finiscano per scaricarsi sui consumatori americani. Cosa che con i dazi è piuttosto ovvio che accada.
Se lo scopo di tali imposte è quello di favorire le produzioni domestiche del Paese che le adotta, prima che ciò accada è assai probabile che siano i consumatori a vedersi addossare l’aumento dei costi delle merci sovra-tassate. Tant’è che, dopo aver promesso, fin da quando aveva espresso l’intenzione di applicare i dazi, che ciò non sarebbe accaduto, domenica ha, invece, scritto su “Truth”, il suo social media personale, “ci sarà un po’ di sofferenza? Sì, forse (e forse no!)”. Forse. Più realisticamente, sì.Larry Summers, che fu segretario al Tesoro dell’Amministrazione Clinton, prevede che la situazione provocata dai dazi di Trump sarà “uno shock dell’offerta auto-inflitto”. Ossia, una riduzione improvvisa e significativa della disponibilità di beni e servizi che porterà con sé conseguenze economiche negative. Tant’è. Vedremo presto gli effetti di questa forma di guerra commerciale che il Presidente Usa sta avviando.
Intanto, l’Europa sembra voler cominciare a reagire al brutale cambio dello scenario globale in corso e alla situazione critica nella quale è immersa la sua economia ormai da molti mesi. Senza contare l’attesa per le azioni ostili di Trump. La scorsa settimana la Commissione Europea ha presentato la sua nuova iniziativa strategica intitolata “Bussola per la Competitività”. Di cosa si tratta? Innanzitutto della prima presa d’atto fattiva del Rapporto Draghi presentato lo scorso anno. Il documento, nelle intenzioni della Commissione, che lo indirizza al Consiglio e al Parlamento, è “una bussola che guiderà il lavoro nei prossimi cinque anni e stila una lista di priorità per reinnescare il dinamismo economico in Europa”. L’indirizzo è fondato su tre pilastri. Primo, l’innovazione per colmare il divario di competitività attraverso misure che semplifichino la regolamentazione e promuovano investimenti in tecnologie avanzate; secondo, la decarbonizzazione perseguita attraverso lo sviluppo di un piano congiunto che non comprometta la crescita economica, mirando a rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero; terzo, la riduzione delle dipendenze strategiche da Paesi terzi, diversificando le catene di approvvigionamento.
Ai tre pilastri si sommano cinque fattori trasversali definiti “abilitatori di competitività” che supportano l’intero piano: semplificazione normativa, riduzione delle barriere nel Mercato Unico, finanziamento della competitività, promozione di competenze e lavoro di qualità e miglior coordinamento delle politiche nazionali tra i Paesi dell’Unione.
Si può osservare che un “non detto” sia quello di una rimodulazione della strategia di decarbonizzazione, ossia del Green Deal, che, nella sua astratta rigidità, ha avuto conseguenze sistemiche sulla manifattura, in particolare su quel settore dell’automotive messo praticamente in ginocchio. In secondo luogo, emerge come la Commissione abbia, infine, preso sul serio, in particolare, i contenuti del Rapporto Draghi. Contenuti accolti, in un primo tempo, in molti ambienti politici ed economici, con grande scetticismo.
La realtà oggi ci appare ben diversa. L’Europa è sola in tempi molto difficili. Sola e ammalata di quel sovranismo che non può far altro che condurre le “piccole patrie”, nella migliore delle ipotesi, a un misero vassallaggio in favore degli Stati Uniti o della Cina. E tra meno di venti giorni scopriremo quale sarà l’esito delle elezioni politiche in Germania. Un appuntamento che ci dirà molto sul futuro (incerto) dell’Europa.

Il fermaglio di Cesare Damiano

L’autore:Cesare Damiano, Presidente Associazione Lavoro&Welfare, www.cesaredamiano.org
foto di The White House from Washington, DC – President Trump at Davos, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=86164607

Toh, Trump piace a Putin

Ieri è successo. «Trump, con il suo carattere e la sua determinazione, riporterà l’ordine molto rapidamente. Presto tutti si inchineranno e lo seguiranno senza esitazione», ha detto ieri Vladimir Putin al giornalista Pavel Zarubin. E in un secondo gli autocrati si allineano sulla mappa del mondo.

Il presidente Usa piace parecchio al presidente russo. Hanno del resto le stesse radici culturali: la violenza di comando come metodo, la natura predatoria, il fastidio per le minoranze, l’imperialismo come aspirazione. Putin invade per esistere e Trump promette invasioni per piacere ai suoi elettori. Putin mostrifica gli avversari per farne dei nemici, Trump pure. Per ora la differenza sta nel modo di fare la guerra: uno con le bombe l’altro con le deportazioni, i dazi, l’esclusione sociale.

Sarà interessante – ma tragico – l’imbarazzo intorno. Il ministro delle Finanze Giorgetti che in Europa siede con i Patrioti che vorrebbero distruggerla e in Italia chiede all’Europa di difendere l’Italia dai dazi Usa è un tilt esemplare. Se ti piacciono gli antidemocratici e poi rivendichi la democrazia rimani incastrato nella propaganda.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega che «Trump è un negoziatore» e quindi «non bisogna attaccare». Avrebbe voluto essere la mediatrice e ora si arrabatta per salvare il prosecco ai danni dello champagne. I dazi del suo amico Trump costerebbero all’Italia tra i 4 e i 10 miliardi.

La “pace in Ucraina” sta diventando un ricatto con cui The Donald vuole arraffarsi le terre rare. Un capolavoro insomma.

Buon martedì.

In foto Trump e Putin al G20 2017 foto di Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60731524

Al MAXXI grandi autostrade di propaganda

Ma le autostrade sono di destra o di sinistra? Ai miei tempi negli anni Settanta non c’era alcun dubbio: erano di destra. Era il regalo che il Paese democristiano faceva al capitalismo degli Agnelli. Che non solo facilitava al massimo la produzione delle sue automobili Fiat, ma soprattutto costruiva in giro per l’Italia i nastri di asfalto in cui farle scorrere. Molto smog è passato sotto i cieli, tanto è vero che ne sono passati 100 di anni da quando Mussolini inaugurò la prima autostrada italiana, quella dei laghi per il vecchio senatore Giovanni Agnelli. Con una buona dose di ineffabile distanza oggi il Maxxi ha ordinato una mostra sulle autostrade italiane (dal titolo Italia in movimento, autostrade e futuro, aperta fino 9 marzo) celebrando il centenario di quel primo ormai lontano “evento”.

La mostra è senza infamia e senza lode e raccoglie materiali eterogenei: un poco naturalmente sui grandi ingegneri che hanno contribuito alla realizzazione delle autostrade italiane e dei grandi viadotti, un poco sulle ditte costruttrici, un poco sul cosiddetto “paesaggio”che sarebbe esaltato dall’attraversamento delle autostrade. Manca però l’incredibile svincolo di Santo Stefano di Camastra in Sicilia, uno svincolo con incroci, innesti, rampe sul cielo che se non prevalesse l’horror sarebbe veramente notevole. Altrettanto ineffabilmente è presente anche in video san Renzo Piano. Con la sua ben nota ecumenica distanza dai fatti materiali dell’esistenza, ci presenta il suo misfatto a Genova. E cioè l’essere stato parte dirigente dell’abbattimento definitivo (dopo il drammatico crollo del 14 agosto 2018 in cui persero la vita 43 persone ndr) del ponte Morandi (quando era lecito avere una valutazione costo-beneficio tra altre ipotesi inclusa quella del mantenimento, come più volte su Left ho sostenuto). Il fatto che la medesima autostrade per l’Italia sia sotto inchiesta per il disastro dal costo inimmaginabile anche vite umane, naturalmente in mostra è consegnato agli omissis. Lo annotiamo senza nessun livore con Renzo Piano tanto è vero che consigliamo di soffermare l’attenzione sulla sua splendida ipotesi di stazione di servizio del futuro che invece meriterebbe posto nelle nuove autostrade italiane dopo che ancora per ragioni volgari sono stati posti in dismissione uno dopo l’altro i tanti avamposti di civiltà e di intelligenza che erano gli autogrill Pavesi “a ponte” sulla nostra rete autostradale.

L’autore: Antonino Saggio è un teorico e storico dell’architettura, saggista ed editore

in foto: autostrade_IwanBaan, Courtesy MAXXI

Sanità a pezzi? Colpa dei comunisti, parola di Fratelli d’Italia

Il partito della presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, ha passato la domenica a impallinare il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Il senatore Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità e Lavoro, ha parlato di “fake news” e “strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi”.

In un Paese serio un senatore che attacca i “comunisti” andrebbe rinchiuso nel museo delle macchiette, appena sotto la statua di cera di Silvio Berlusconi. Da noi invece la polemica è stata inasprita dal presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che si chiede: “Chi c’è dietro questa fondazione? Chi è Cartabellotta? Perché agisce in questa maniera? Quali interessi intende tutelare?”.

Ma che ha combinato di così grave Cartabellotta? Ha semplicemente ricordato che il cosiddetto Decreto liste, che avrebbe dovuto ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, è senza decreto attuativo sui criteri di funzionamento e interoperabilità tra la Piattaforma nazionale e le piattaforme regionali (scadenza 30 settembre 2024); senza quello sulle modalità di esercizio dei poteri sostitutivi dell’Organismo di verifica e controllo (scadenza 31 agosto 2024); senza il decreto attuativo sul Piano d’azione per il rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari (scadenza 30 settembre 2024); senza due decreti sulle Linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette presso il CUP e su quello che riguarda la metodologia per la definizione del fabbisogno di personale del SSN, entrambi privi di una scadenza definita.

Nel merito non gli ha risposto nessuno. Gli hanno dato del comunista.

Buon lunedì.

Così Carbellotta scrive su X: A 6 mesi dalla conversione in legge del DL liste di attesa questa è la verità. Il resto sono chiacchiere #SalviamoSSN

Foto di apertura AdobeStock_1046317677.j

Dai primi vagiti al linguaggio

L’identità senza parola. Origine e sviluppo del linguaggio è il nuovo libro di Federico Masini, sinologo e professore di lingua e letteratura cinese alla Sapienza di Roma, uscito per i tipi de L’Asino d’oro. Già dal titolo il volume si prospetta come un’opera di rottura nell’ambito degli studi linguistici, paleoantropologici, filosofici e psicologici in quanto propone che le origini e gli sviluppi del linguaggio (parlato e scritto) non possano essere studiati e capiti se non si considerano, si studiano e si mettono a fuoco i primi due – tre anni di vita del bambino, quando non parla e si muove nel mondo soltanto con il corpo, la sensibilità e un “pensiero per immagini”. Masini decide dunque con quest’opera di rompere un tabù, un diktat che fin dalla metà dell’Ottocento ha dominato in modo più o meno silente nel mondo della linguistica: studiare e comprendere le origini del linguaggio, avvolte da una tale nebbia che avvicinarsi significava varcare le “Colonne d’Ercole” della conoscenza e oltraggiare ciò che soltanto i religiosi potevano credere di sapere. E il sinologo lo fa consapevole di avere tra le proprie mani uno “strumento” speciale, la teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, una sorta di caravella, che lo farà navigare in un mare fino ad ora inesplorato. Possiamo affermare che Identità senza parola rappresenta il primo tentativo di estendere la teoria della nascita dall’ambito della psichiatria a un altro ambito di ricerca: quello della linguistica.  «Il mio tentativo di trovare nella teoria della nascita, elaborata da Fagioli oltre cinquant’anni fa, risposte nuove sull’origine del linguaggio e della scrittura potrà suscitare critiche o obiezioni… me ne prendo la responsabilità» scrive Masini nella sua Introduzione. Affermazione coraggiosa che rivela la consapevolezza di andare a scardinare secoli di certezze accumulate nell’ambito della filogenesi e della ontogenesi che hanno sempre considerato l’essere umano tale perché in grado di parlare e di possedere il pensiero razionale, escludendo tutti coloro che razionali non lo sono ancora o che lo saranno meno di altri.

L’innatismo e il comportamentismo – le due teorie che si sono fronteggiate con ipotesi opposte sull’origine del linguaggio – vengono spazzate via da Masini. Chomsky – esponente principale della prima – ipotizza la nascita del linguaggio all’improvviso, 50 – 100 mila anni fa, senza però che sia mai stata trovata una funzione precipua del cervello addetta alla disposizione linguistica; Wittgenstein, d’altronde, aveva relegato l’apprendimento del linguaggio al solo uso e alle sue regole. Entrambi gli studiosi, però, definiscono il bambino come tavoletta di cera, del tutto inattivo, e considerano i suoi primi tre anni di vita soltanto come una lunghissima fase silente pre-verbale e pre-razionale non del tutto ancora umana. Al contrario, la teoria di Fagioli assegna al bambino fin dalla nascita un’attività psichica, nata quando il piccolo, venendo alla luce, fa sparire, con la chiusura degli occhi, il mondo intorno a sé ed elabora quella prima immagine che sarà all’origine del pensiero, del linguaggio e, aggiunge l’autore nel quinto e dirimente ultimo capitolo del volume, della scrittura.

«Il pensiero nasce come immagine prima della parola»: l’esergo dell’introduzione del volume è il vascello su cui iniziare a navigare lungo tutti e cinque i capitoli che, attraverso una scrittura fluida e limpida, ci trasportano lungo un pensiero che si fa ricerca e che ci conduce al termine rendendoci protagonisti di una deduzione che l’autore sembra fare con i lettori. La scrittura nasce per fermare e fissare il suono della voce che svanirebbe nel momento in cui viene pronunciata, ma non solo: essa nasce anche per evocare nella mente di chi parla e di chi ascolta delle immagini, le quali poi andranno a posarsi sulle cose significate. Ma da dove viene quella linea che è alla base di tutte le scritture del mondo? Si chiede l’autore e, per rispondere, attinge alla scoperta di Fagioli che lega la “fantasia di sparizione”, che il bambino compie alla nascita contro il mondo, con la reazione biologica che il cervello attua nel contatto con la luce, e vi connette la formazione della linea. «La linea trarrebbe la sua origine da quella prima reazione al mondo inanimato e precede di qualche secondo il vagito umano», linea che, successivamente, verrà riprodotta dal bambino quando impugnerà la matita prima per scarabocchiare e disegnare e poi per scrivere. Un’immagine rivoluzionaria che mette in crisi e spodesta quella iniziale del noto film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e che ci fa dire che l’umano nasce non quando afferra un oggetto contundente per uccidere un altro essere vivente, ma quando, con un bastoncino, un pezzo di selce… disegna sé stesso e i propri simili sulle pareti di una grotta o su manufatti di argilla.

«intendiamo qui suggerire che lo sviluppo delle capacità della mano trovi nella “possibilità di fare la linea” da parte della specie sapiens un impiego esclusivo, che ha contribuito a caratterizzarci rispetto a tutte le altre specie». Come i primi due anni di vita del bambino, fatti di suoni e voci udite, rappresentano il tessuto con cui ciascuno di noi trasformerà il vagito della nascita in voce e linguaggio parlato, così i primi tre anni di linee e scarabocchi, costituiscono le “prove tecniche” di quella che diverrà la scrittura, quel tratto assolutamente originale che indicherà l’identità di ciascuno di noi e che non potrà mai essere sostituita o emulata da alcuna Intelligenza artificiale, utile solo per comunicare significati nel rapporto dell’uomo con il mondo, ma non per esprimere il senso nel rapporto degli esseri umani fra di loro.  Questi tre anni sì silenziosi ma ben attivi del bambino preparano alle fasi successive del parlare, del disegnare e infine dello scrivere. Così come mai nessun bambino ha scritto prima dei 5-6 anni di vita, così i nostri antenati hanno atteso un tempo lunghissimo per trasformare le proprie culture dalla sola oralità alla scrittura e passare quindi alla storia.

Masini sottolinea come nella storia la scrittura sia stata sempre strumento al servizio del potere e dei potenti perché con l’uso di essa si entra nel mondo degli adulti, un mondo che si è sempre pensato e raccontato come scisso e opposto al mondo delle immagini dell’infanzia, dei sogni, escludendoli come non-pensiero; ridare loro vita significa far diventare donne e bambini i “veri motori della storia”. Riconoscerli significa restituire quella specificità umana fondata sul rapporto con gli altri, sulle immagini, sulla fantasia. «Le lingue sono “umane”, non sono razziste e non fanno mai guerra, si prestano e si regalano tutto senza mai chiedere nulla in cambio», scrive l’autore … In un’epoca come quella di oggi in cui da più parti si afferma che violenza, guerre e soprusi fanno parte della nostra natura, diviene urgente e liberatorio leggere questo libro che ci parla di altre origini e ci restituisce speranza.

Verrà un giorno in cui non i filosofi ma i poeti saranno i narratori della storia degli esseri umani.

L’autrice: Elisabetta Amalfitano, docente di liceo, è autrice di saggi tra cui Controstoria della ragione. Il grande inganno del pensiero occidentale (L’Asino d’oro edizioni)

E poi Trump venne a prendere i disabili

Prima hanno tolto gli stranieri, incatenati e rispediti oltre il confine. Poi hanno puntato il dito contro chi sfugge alle categorie che garantiscono l’ordine, maschio o femmina e nulla in mezzo. Ora tocca alle persone con disabilità. Il cerchio si chiude.

Trump ha deciso che anche loro devono diventare il nemico, colpevoli di un mondo che non funziona. Un aereo di linea si scontra con un elicottero militare e il Presidente degli Stati Uniti afferma che la tragedia è figlia delle politiche di inclusione della Federal Aviation Administration. Il messaggio è chiaro: i deboli uccidono, le persone con disabilità sono un pericolo pubblico. Un disegno perfetto, architettato con la precisione di chi sa che il nemico non deve difendersi, ma solo soccombere.

L’America di Trump non contempla spazi per chi non rientra nella razza eletta dei vincenti, per chi non incarna il mito della perfezione, per chi esiste come prova dell’imperfezione della specie. Il passo successivo è facile da immaginare: la selezione degli uomini forti, delle intelligenze superiori, l’epurazione di chi non serve, di chi non contribuisce alla grandezza della nazione. Le ombre di un passato mai sepolto tornano a stagliarsi sulla storia.

E mentre Trump alza il braccio e indica la prossima minoranza da sacrificare, un altro esaltato raccoglie l’eco delle sue parole e le trasforma in un’altra legge, un’altra esclusione, un’altra violenza. Il boia si è già messo al lavoro.

Buon venerdì.

Tutti d’accordo in Europa per fare la guerra

L’Europa, con Trump alla Casa Bianca, si prepara a un’economia di guerra. Durante la conferenza annuale dell’Agenzia Europea della Difesa a Bruxelles, l’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha definito ragionevole da parte di Trump aspettarsi un maggiore investimento nella difesa. Per far mandare giù questo boccone ha fatto un confronto con la Russia, che investe nella difesa il 9% del proprio Pil.

Sottovalutando un aspetto e cioè che la Russia, ad oggi, è un Paese in guerra.

Ai confini dell’Europa la paura di un’espansione russa si fa sempre più forte, così tanto da fare da pretesto per una proliferazione militare su vasta scala di tutto il continente. La Lituania, ad esempio, ha già accettato la sfida trumpiana, destinando alla difesa tra il 5 e il 6% del Pil. E lituano, non a caso, è il nuovo Commissario per la Sicurezza e la Difesa dell’Ue, Andrius Kubilius, al quale spetterà il compito di armare l’Europa e che giustifica questa imminente economia di guerra proprio con il pretesto del pericolo russo. L’idea dell’esercito europeo, pure a lungo paventata durante la precedente amministrazione, ora lascia il posto al potenziamento di 27 eserciti nazionali, dove ogni paese Ue deve raggiungere, secondo il tycoon, l’obiettivo di destinare alla NATO il 5% del Pil.

Il ruolo delle banche 

Sono molti i think tank e i gruppi di pressione mossi da interessi atlantisti ad aver chiesto, già prima dell’elezione di Trump, una revisione della regolamentazione bancaria europea che allentasse un po’ le maglie dei vincoli sugli armamenti. In un dossier di ottobre 2024 che detta l’Agenda 2025 dei rapporti UE-Usa, ad esempio, l’Atlantic Council chiedeva l’istituzione di una banca con meno vincoli che agisca esclusivamente nel settore della difesa tramite obbligazioni, una Banca della Difesa europea al posto della Banca Europea degli Investimenti. Proprio in seguito a pressioni di questo tipo ad aprile scorso la Bei ha annunciato di aver modificato la policy che impediva di concedere prestiti alle aziende che operano nella difesa in cui la vendita di equipaggiamento militare rappresentava il 50% o più dei loro ricavi. «Il Gruppo BEI si conformerà quindi alla pratica delle istituzioni finanziarie pubbliche limitando i propri finanziamenti alle attrezzature e infrastrutture funzionali a esigenze difensive, militari o di polizia, oltre che civili, come ad esempio la ricognizione, la sorveglianza, la protezione e il controllo dello spettro, la decontaminazione, le attività di ricerca e sviluppo, l’equipaggiamento, la mobilità militare, il controllo delle frontiere, la tutela di altre infrastrutture critiche e i droni».

A queste regole si aggiunge l’apertura di linee di credito alle PMI per i progetti su difesa e sicurezza. Si è trattato di una decisione approvata da 14 dei 27 Paesi Ue, i più ricchi, e che ha causato una levata di scudi da parte di società che lavorano nel campo della finanza etica, attivisti e Ong che a febbraio 2024 mettevano in guardia sui rischi di una decisione del genere in una lettera aperta alla presidente della Banca Europea, Nadia Calviño. Counter Balance, prima firmataria della lettera, chiedeva di resistere alle pressioni dei produttori di armi e di non investire gli 8 miliardi di euro destinati dalla Strategic European Security Initiative all’innovazione dei prodotti a duplice uso (militari e civili) ma di utilizzarli piuttosto a favore della pace con progetti di ricostruzione o di contrasto al cambiamento climatico. «Tenete la Banca europea fuori dal settore della difesa”, perché, recita “la riduzione dei rischi del settore della difesa rischia di alimentare i conflitti con la proliferazione della produzione di armi a livello globale». Un appello inascoltato.

Parola d’ordine: flessibilità

E se la decisione della Banca Europa dovesse fare da apripista all’allentamento delle regole delle banche nazionali riguardo il mercato della difesa? Sarebbe solo un pro-forma, al momento che i più grandi istituti di credito europei concedono da anni investimenti massicci alle aziende produttrici di armi. Danske Bank, la principale banca danese, ha annunciato lo scorso ottobre che investirà in armi nucleari, giustificando futuri investimenti nel settore della difesa con «un maggiore interesse nei confronti della sicurezza e un rinnovato quadro geopolitico». Secondo l’ultimo report dell’organizzazione per la pace olandese PAX in collaborazione con ICAN (the International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), “Don’t Bank the Bomb” del 2022, anche la tedesca Deutsche Bank, le francesi BNP Paribas, Crédit Agricole, Société Générale, le italiane Banco BPM, Banca popolare di Sondrio e Unicredit finanziano frequentemente armi nucleari limitandosi a definire nelle loro policy la limitazione alle «armi soggette al trattato di non proliferazione». Secondo PAX, però, «la maggior parte dei finanziamenti delle società produttrici di armi nucleari è elencata per “scopi aziendali generali. Si tratta di fondi non stanziati, pertanto non c’è modo di garantire che non facilitino la produzione di armi nucleari» una volta investiti nelle aziende produttrici. Come dire che l’investimento non entra nel merito degli scopi per i quali l’impresa intende utilizzarlo.

Lacrime e sangue per le armi

Da dove proverranno i finanziamenti europei alla difesa comune? Molto probabilmente dal fondo di coesione, come hanno annunciato alcuni funzionari Ue al Financial Times l’11 novembre.  «Nelle prossime settimane le capitali degli Stati membri saranno informate che d’ora in poi avranno maggiore flessibilità, in base alle norme, nell’allocazione dei fondi di coesione per sostenere le loro industrie della difesa e i progetti di mobilità militare, come il rafforzamento di strade e ponti per consentire il passaggio sicuro dei carri armati».  I fondi di coesione sono effettivamente quelli meno usati dai Paesi europei, e questo, secondo il Financial Times è un buon motivo per utilizzarli in armi: in realtà sono nati per finanziare la transizione ecologica e digitale e per mantenere stabile il gap tra gli stati d’Europa più ricchi e quelli più poveri.  Il Commissario per la Difesa Kubilius confermava questa possibilità poche settimane dopo: «I fondi di coesione vengono utilizzati per lo sviluppo dell’industria nelle regioni povere, quindi non separerei troppo l’industria della difesa, che crea posti di lavoro e competitività, dagli obiettivi della politica di coesione». Il concetto comunque era già stato espresso nel rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea dello scorso settembre che molto spazio dedica alla difesa come settore strategico per l’economia. L’urgenza è quella di diminuire l’importazione di armi e approvvigionamenti dagli Usa, che ammontano al 63% della spesa totale e incentivare sia le grandi imprese che le PMI che producono armi all’interno dei confini europei. La strategia, pertanto, è quella di deregolamentare le banche rispetto alle loro policy di responsabilità sociale, in modo che le imprese che producono armi possano godere senza intoppi di finanziamenti sia dall’Europa che dagli istituti di credito nazionali. I criteri di esclusione rispetto alle armi “limitano notevolmente la possibilità del settore della difesa di beneficiare pienamente degli strumenti finanziari dell’UE e dei finanziamenti privati”, si legge. “Inoltre gli scarsi investimenti produttivi degli elevati risparmi delle famiglie europee minano tra gli altri anche la competitività dell’industria della difesa”, sostiene il rapporto Draghi. Parole che viaggiano parallele a quelle del segretario generale NATO Mark Rutte che auspica un sacrificio dei popoli europei su pensioni e sanità per convertire lo stato sociale in produzione di armi.  Eppure pare essere un sacrificio al quale i cittadini d’Europa sono disposti: secondo un recente sondaggio di Eurobarometro, «più di tre quarti degli europei (77%) sono favorevoli a una politica di sicurezza e di difesa comune tra i paesi dell’UE, mentre oltre sette cittadini dell’UE su dieci (71%) concordano sulla necessità dell’UE di rafforzare la sua capacità di produrre attrezzature militari». L’ultimo passo di un’economia di guerra che strizza l’occhio alla politica di Donald Trump sarà infine quello di rinunciare alle politiche di contrasto al cambiamento climatico in favore degli investimenti per la difesa, considerata una priorità a breve termine. Eppure a dicembre la Direzione generale per l’energia della Commissione europea e l’Agenzia per la Difesa Europea hanno firmato un accordo per migliorare la sostenibilità energetica proprio nel settore della difesa e della sicurezza, ad oggi colpevole del 5,5% delle emissioni globali di CO2. Strano che non sia venuto in mente che basterebbe un disinvestimento per abbattere le emissioni nel settore, non il contrario, trattandosi di paesi, quelli europei, fortunatamente non in guerra.

Angela Galloro è giornalista e collaboratrice di Left

Foto: da Adobestock Bandiera europea con proiettili di Alexey Novikov

La forza di Berthe Morisot, pittrice nonostante Manet

Un'opera di Berthe Morisot in mostra alla Gam di Torino

A vari lustri dalla nascita dell’impressionismo la pittrice Berthe Morisot (1841-1895), unica donna ad esporre (e con grande scandalo) nello studio di Nadar nella mostra che il 15 aprile 1874 segnò la nascita del movimento, trova finalmente l’attenzione che merita, anche in Italia, con una doppia occasione di incontro dal vivo con la sua opera: la mostra Impression Morisot in Palazzo Ducale a Genova (fino al 23 febbraio) e Berthe Morisot, pittrice impressionista, alla Gam di Torino (fino al 9 marzo).

Finalmente si mette in primo piano il suo lavoro e la sua originale ricerca, presentando un’ampia selezione delle sue numerose opere (il corpus complessivo ne conta circa cinquecento). Fin qui in letteratura si è parlato molto e soprattutto della sua biografia, molto significativa per una storia delle donne, a partire dallo scritto folgorante che le dedicò Anna Banti in Quando anche le donne si misero a dipingere (ripubblicato nel 2011 da Abscondita) in cui la storica dell’arte e scrittrice scavò nel rapporto ambivalente che Édouard Manet instaurò con la giovane artista. Da geniale pittore quale era, Manet seppe cogliere la vibrante presenza femminile di Berthe in celebri quadri come Le Balcon (che nel 1869 fu presentato al Salon) e in ritratti come l’indimenticabile Berthe Morisot con un mazzo di violette ( 1872), in cui spiccano la bellezza elegante e lo sguardo vivo della pittrice che si era prestata a fargli da modella. Mai Manet la ritrasse con i pennelli. Come invece Berthe si auto rappresenta in un emozionante autoritratto del 1885 ora esposto in mostra alla Gam di Torino.

Berthe Morisot, “pastorella”

Anna Banti racconta in particolare di quella volta in cui Berthe Morisot sottopose a Manet un ritratto di sua madre, madame Marisot, poco prima di un’esposizione. Lui le fece dei rilievi e poi intervenne personalmente in modo così pesante da ridurla a «una caricatura». «Io rimango avvilita – annotava Berthe nel suo diario -. Mia madre trova la cosa divertente, io la trovo desolante». L’episodio la dice lunga, se ancora ce ne fosse bisogno, a proposito di quanti e quali ostacoli e pregiudizi le artiste nei secoli abbiano dovuto affrontare per poter sviluppare e affermare il proprio talento.

Ma su questo torneremo più avanti. Prima però vogliamo parlare di Berthe Morisot come artista, cogliendo l’occasione che ci offre la mostra di Genova, prodotta da Electa e curata da Marianne Mathieu, con un percorso di 86 opere, tra dipinti, acqueforti, pastelli a cui si aggiungono foto, documenti lettere (ora pubblicate nel volume Lettere e taccuini 1869-1895 di Abscondita e nel catalogo della mostra edito da Electa).

Da questo percorso espositivo che si snoda in Palazzo Ducale per 11 sale emerge il suo pensiero per immagini, il suo linguaggio visivo nuovo, non solo rispetto a quello realistico e razionale imposto dall’Accademia, ma anche rispetto a quello dei suoi compagni impressionisti, che all’epoca incarnavano l’avanguardia.

Berthe Morisot autoritratto con Julie

Che cosa la distingueva? Intanto la scelta dei soggetti. Protagoniste dei quadri di Morisot sono soprattutto fanciulle in fiore, giovani donne, di cui non ci restituisce una immagine rigidamente definita, ma più profonda,  con pennellate evocative e spesso ricorrendo per scelta al non finito, lasciando che anche il grezzo della tela a vista contribuisse a far comparire l’immagine. La pittrice, spesso, non ci dice nulla della “identità anagrafica” dei suoi soggetti femminili. Non è importante. Ne rappresenta la realtà interiore, fatta di affetti, di sogni, di desiderio, in una fusione fra psichico e fisico che emerge in maniera delicata e avvolgente in quadri come ne La pastorella sdraiata, (1891) o ne La favola (1883) che racconta del rapporto con sua figlia Julie (che Berthe allevò a latte e pittura). Tuttavia non c’è nulla di astrattamente idilliaco in questi ritratti. C’è una morbidezza sì, c’è l’aspirazione a vivere da donne moderne che si legge anche negli abbigliamenti, c’è la voglia a vivere nella società e insieme l’affetto verso i figli, ma senza censurare insoddisfazioni, rinunce, dolori.

Ci viene in mente sotto questo riguardo l’intenso ritratto della sorella maggiore Edma, ritratta nel quadro La culla (1872) del Museo D’Orsay, che i critici dell’epoca liquidarono derubricandolo come «Un dolce dipinto sulla maternità». C’era molto altro. Lo sguardo di Edma rivolto alla bambina che dorme beatamente ci parla di un affetto profondissimo, ma insieme, vi si legge un velo di malinconia e tristezza. Edma aveva ceduto alle pressioni familiari decidendo di sposarsi e di abbandonare la pittura. E il quadro rappresenta la complessità emotiva generata dal diventare madre in quelle circostanze.

Berthe Morisot, La culla

La storia di famiglia racconta che Berthe e Edma da giovanissime erano state avviate dalla pittura con lezioni private, insieme alla sorella maggiore che però le interruppe prestissimo. Cresciute in una famiglia abbiente, erano state mandate a lezione di pittura, così come di pianoforte e di altro, per diventare “brave mogli educate e altolocate”. La madre di Berthe non aveva messo in conto che la più piccola, che si appassionò moltissimo alla pittura, ne avrebbe fatto la propria identità di donna e di artista.

Il maestro Chocard l’aveva avvertita: «Vi rendete conto – le disse – che con il temperamento delle vostre figlie voi non ne farete delle dilettanti ma dei veri pittori? Vi rendete conto di che cosa significa questo? Nel vostro ambiente sarà una rivoluzione, se non una catastrofe». Tuttavia Madame Morisot, comunque sia, non le fermò. Edma e Berthe, più determinate che mai, cominciarono a studiare con Camille Corot, pittore socialisteggiante, anticipatore dell’impressionismo che le iniziò alla pittura en plein air. Nel 1864 vennero ammesse ad esporre al Salon di Parigi.

Edouard Manet, ritratto di Berthe Morisot con violette

Un incontro determinante nella vita di Berthe Morisot fu poi quello con Édouard Manet, di cui raccontavamo all’inizio. Si conobbero al Louvre dove lei copiava dal vero opere di Veronese, attratta dalla sua luminosa pittura tonale (le donne all’epoca erano escluse dalle scuole accademiche di pittura). Le due famiglie, quella di Manet e quella alto borghese di Morisot si frequentavano, i rapporti erano stretti e alla fine Berthe, non più giovanissima, nel 1874 decise di sposare il fratello di Manet, Eugène, che divenne il padre di sua figlia Julie.
La pittrice li ritrae nel quadro Eugène Manet in giardino con sua figlia (1883) , una delle tante opere che raccontano con linguaggio trasfigurato, quasi onirico, spicchi di vita familiare. Nonostante ciò che le imponevano l’epoca e il suo rango, Berthe non si sottomise mai interamente al matrimonio, non rinunciò mai alla ricerca della propria realizzazione.
«Vorrei compiere il mio dovere di dipingere fino alla fine – scrive nei Taccuini – Vorrei che gli altri non me lo rendessero troppo difficile. Non credo che ci sia mai stato un uomo che abbia trattato una donna da pari a pari e questo è tutto ciò che avrei chiesto, poiché conosco il mio valore». E ancora: « La mia ambizione si limiterebbe a voler fissare qualcosa di ciò che avviene. Qualcosa! Una cosa minima. Be’ questa ambizione è ancora smisurata! Una posa di mia figlia Julie, un sorriso, un fiore, il ramo di un albero, una sola di queste cose mi basterebbe». Dipingere il vissuto emotivo profondo di un momento. Dare rappresentazione a qualcosa di profondamente umano e farlo con mezzi nuovi, una pittura luminosa.

Berthe Morisot, autoritratto

Manet, Zola, Degas, Renoir, che poi insieme a Mallarmé fu il tutore di sua figlia dopo la sua morte prematura, in qualche modo compresero l’importanza di questa sua intuizione. Ma Berthe, che li accoglieva nel salotto di famiglia, secondo le regole imposte dalla società, benché avesse esposto in ben sette delle otto mostre iniziali del movimento impressionista fra il 1874 e il 1886, non poté frequentare liberamente l’ambiente artistico di avanguardia. In quanto donna non poteva partecipare alle appassionanti discussioni sull’arte moderna che avvenivano al Caffè Guerbois e in altri luoghi pubblici.
Il sodalizio artistico con Manet fu sempre, al fondo, di sudditanza. Nel rapporto con lui Berthe ebbe modo di conoscere da vicino le sue idee innovatrici. Poi fu il grande maestro dell’arte moderna ad appropriarsi di alcune idee della pittura di lei, ma questo non è stato mai adeguatamente riconosciuto. Intanto la pittura di Morisot diventava sempre più sperimentale, fino ad approdare a una pennellata sempre più libera, come si vede da quadri come Nel giardino di Maurecourt ( 1884).

«L’ultimo oltraggio a Berthe Morisot – ha scritto Elisabetta Rasy lo scorso 13 ottobre sul Domenicale del Sole 24 ore – fu la lapide nel cimitero di Passy. C’era scritto: “senza professione” e poi “vedova di Eugene Manet”. Nient’altro». Ci è voluta la tenacia della figlia, Julie Manet, (che nella mostra genovese appare in molti ritratti e con molte opere proprie), a liberare l’arte della madre dall’oblio. Molto ci sarebbe da dire anche sul rapporto fra Berthe e Julie. Morisot le trasmise tutto quel che sapeva di pittura; non di rado madre e figlia si esercitavano sullo stesso tema. Nella mostra genovese e in quella torinese curata da Chiara Bertola (catalogo 24 Ore cultura) Julie è la fanciulla che suona il violino, che gioca, che corre incontro alla vita in tanti quadri della madre, anche dopo la morte di Berthe a 54 anni, Julie proseguì sulla strada della pittura.

Sulla Libia panni sporchi dappertutto

Non è l’avviso di garanzia – che non è un avviso di garanzia – la leva che l’opposizione potrebbe usare contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quell’iscrizione nel registro degli indagati durerà il tempo di appallottolare la carta dei giornali che ne hanno scritto.

Meloni è ricattabile e probabilmente ricattata. Questo è l’aspetto più rilevante. Il cosiddetto Piano Mattei e gli accordi con la Libia – come quelli con la Tunisia – pretendono il dovere di non irritare le controparti che fanno il lavoro sporco con le persone migranti per rallentarne il flusso verso l’Italia. Al-Masri è uno dei tanti nervi che non possono essere sfiorati.

Ma c’è un freno politico che incombe sull’opposizione: quegli accordi sono stati firmati nel 2017, sono stati rinnovati nel 2020 e infine ancora una volta nel 2023. Dietro il sangue libico ci sono le firme di governi di ogni parte e di ogni colore. Dall’ideatore, l’ex ministro del Partito democratico Marco Minniti, durante il governo Gentiloni, si è passati al secondo governo Conte con il Viminale occupato da Luciana Lamorgese.

Le violenze in Libia non sono iniziate con Meloni e Piantedosi, anche se certa semplificazione politica sta premendo in questi giorni. La Libia è il sacchetto dell’umido dei nostri errori e dei nostri orrori di qualsiasi colore. All’interno del Partito democratico – ancora di più nell’affollato cosiddetto terzo polo – Minniti oggi è ritenuto un ex ministro potabile. All’interno del M5S, ancora oggi, da qualcuno l’immigrazione è ritenuta un fenomeno da stoppare più del rispetto dei diritti umani. Panni sporchi dappertutto.

Buon giovedì.

Nella foto: centri di detenzione per migranti in Libia, frame del video di Rai 3, 23 maggio 2021

Il fascioliberismo di Trump e dei suoi oligarchi: è guerra di classe contro i poveri

Dopo essere riuscito per quattro anni ad evitare per un pelo la prigione, Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Per molti osservatori al di fuori degli Stati Uniti, la rielezione di un criminale condannato che ha cercato di ribaltare illegalmente un’elezione è sconcertante. Ma la seconda vittoria di Trump non è stata un caso fortuito. Sebbene Trump abbia abbandonato la politica formale nel 2021, le forze che lo hanno portato al potere non lo hanno fatto. Questa volta, è entrato in carica molto meglio organizzato, molto più forte e con una base politica più diversificata. In meno di una settimana, Trump ha già rivelato il suo obiettivo e messo a nudo la debolezza di coloro che potrebbero sfidarlo.

C’è un’ombra di qualcosa di colossale e minaccioso che sta iniziando a calare sulla terra proprio ora. Chiamatela l’ombra di un’oligarchia, se volete; è la cosa più vicina che oso immaginare. Quale possa essere la sua natura mi rifiuto di immaginarla. Ma quello che volevo dire era questo: vi trovate in una posizione pericolosa. Jack London, Il tallone di ferro (1907:67-68)

Vent’anni fa, chi avesse definito gli Stati Uniti un’oligarchia sarebbe stato etichettato come un comunista o, nella migliore delle ipotesi, un pazzo. Lo scorso 15 gennaio Biden ne ha fatto un punto centrale del suo discorso di addio al popolo americano, e ha anche messo in guardia da un complesso tecnologico-industriale. Biden ha avvertito gli americani che pochi privilegiati potrebbero presto essere pronti a esercitare un potere enorme negli Stati Uniti. Ha descritto una “pericolosa concentrazione di potere nelle mani di pochissime persone ultra-ricche e le pericolose conseguenze se il loro abuso di potere non viene controllato”. “Oggi, in America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti fondamentali e la nostra libertà, e una giusta possibilità per tutti di andare avanti”, ha affermato Biden.
Un’oligarchia è una società governata da pochi e una plutocrazia è una società governata dai ricchi: oggi negli Stati Uniti abbiamo i segni di entrambe, grazie ad un “übercapitalismo” apertamente denunciato da Bernie Sanders nel suo recente libro Sfidare il capitalismo (Fazi Editore, Roma 2024).
Quello di Biden è stato un riconoscimento salutare (ma tardivo e ipocrita, visto che almeno 83 miliardari hanno sostenuto la campagna di Kamala Harris) che, soprattutto da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti – con la decisione Citizens United del 2010 – ha aperto le porte a enormi flussi di denaro non trasparente in politica, gli individui ricchi incontrano pochi ostacoli nell’acquistare potere politico. Sul piano costituzionale, gli Stati Uniti rimangono una democrazia liberale rappresentativa e la maggior parte delle sue istituzioni funziona, ma ora oligarchi plutocratici come Elon Musk e Peter Thiel si sono messi al centro delle campagne politiche e aspirano a governare, senza più fingere di avere impulsi/valori progressisti pro-sociali e pro-democrazia. Questa nuova visibilità, dimostrata in modo sfacciato dai leader dei grandi monopoli tecnologici del “capitalismo della sorveglianza” – tra gli altri, Jeff Bezos di Amazon, Sundar Pichai di Google, Mark Zuckerberg di Facebook/Meta, Sam Altman di OpenAI, Tim Cook di Apple, ed Elon Musk di Tesla/SpaceX/X – seduti di fronte ai ministri designati da Trump all’inaugurazione, potrebbe anche rendere gli oligarchi più vulnerabili politicamente. Raramente nella storia recente la guerra di classe è stata condotta in modo così sfacciato. In genere, i miliardari impiegano delle controfigure per attaccare i poveri per loro conto. Ma ora, liberati dalla vergogna e dall’imbarazzo, non nascondono più il loro coinvolgimento. Negli Stati Uniti, l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, guiderà l’assalto federale alle classi medie e lavoratrici: cercando di tagliare la spesa pubblica e le protezioni pubbliche che difendono le persone dal capitale predatorio.

“Oligarca” non è solo una parolaccia per gli ultra-ricchi o un sinonimo di “élite”, né significa solo il governo di pochi. Se quest’ultimo fosse vero, tutte le democrazie rappresentative dovrebbero essere considerate oligarchie, poiché i membri dei Parlamenti hanno senza dubbio più potere politico dei cittadini ordinari. Piuttosto, Aristotele – al quale dobbiamo le designazioni dei diversi regimi – intendeva l’oligarchia come governo dei ricchi (al contrario, la democrazia significava governo dei poveri o del popolo). In un’oligarchia, pertanto, il potere è detenuto da un gruppo di persone in base alla loro ricchezza, allo status nobiliare o religioso, al grado militare e così via. Il termine è anche utilizzato per descrivere Paesi in cui un piccolo gruppo di persone ha molto potere anche se non governa formalmente.
Trump è un narcisista, un bullo e un cercatore di accordi che non desidera avere obblighi verso gli altri. Sta creando una monarchia elettorale non soggetta al controllo parlamentare, un sistema in cui tutto il potere è personalizzato e tenuto nelle sue mani, una ricetta certa per flussi distorti di informazioni, corruzione, instabilità e impotenza amministrativa. Per i sostenitori di Trump, c’è un senso di energia machista scatenata, quasi messianica, che sta avviando gli Stati Uniti verso un destino nazionale che potrebbe comprendere l’annessione di Groenlandia, Canada, canale di Panama e infine Marte. Trump ha annunciato che l’età dell’oro dell’America inizia adesso. E nella sua prima settimana, ha lanciato una rivoluzione politica di destra semplicemente firmando circa 100 ordini esecutivi che avranno un pesante impatto sulla vita di milioni di americani e non cittadini, avviando la deportazione di milioni di migranti clandestini, che lui dice stanno “avvelenando il sangue” degli Stati Uniti; schierando truppe al confine tra Stati Uniti e Messico per “un’emergenza nazionale” per fermare i migranti “coinvolti nell’invasione attraverso il confine meridionale”; attentando al diritto costituzionale (previsto dal 14° emendamento) alla cittadinanza (per i bambini nati negli Stati Uniti se né la madre né il padre sono cittadini statunitensi o residenti permanenti legali); invertendo le politiche di genere e diversità (Dei) per arrivare a revocare anche un ordine esecutivo contro la discriminazione firmato da Johnson nel 1965 che istituiva l’Ufficio federale dei programmi di conformità contrattuale (Ofccp); ripristinando l’ordine esecutivo del primo mandato, denominato Schedule F, che priverebbe potenzialmente decine di migliaia di dipendenti pubblici delle tutele occupazionali e li renderebbe più facili da licenziare; abbandonando praticamente la lotta contro la crisi climatica; dichiarando un’emergenza energetica nazionale per espandere la produzione di petrolio e gas naturale (il nuovo piano per la politica industriale è “drill, baby, drill”), eliminare le normative e porre fine alle regole volte ad accelerare la transizione ai veicoli elettrici (ha definito le misure climatiche dell’Ira (Inflation reduction act) come “la più grande truffa nella storia di qualsiasi paese”); e liberando i circa 1.500 criminali violenti che lo avevano sostenuto nel tentativo di colpo di Stato del 6 gennaio 2021. I repubblicani hanno sostenuto di essere il partito della “legge e dell’ordine” sin dai tempi di Richard Nixon, ma Trump, il primo criminale condannato eletto presidente, ha ribaltato la più grande indagine del Dipartimento di Giustizia della storia. Una manciata di senatori repubblicani ha condannato la sua decisione, ma la maggior parte lo ha sostenuto o è rimasta in silenzio, un tacito riconoscimento del suo immenso capitale politico. Nella sua intervista alla Fox News, Trump ha liquidato la violenza contro la polizia come “incidenti molto minori”.

La trasformazione radicale di Trump è sostenuta da assistenti e avvocati che hanno trascorso quattro anni a preparare il suo ritorno. C’è anche il “Progetto 2025” per espandere il potere esecutivo e rimodellare la vita americana, elaborato nel corso di due anni dal think tank conservatore Heritage Foundation insieme ad un consorzio di organizzazioni conservatrici (da cui Trump ha cercato di prendere le distanze ma molti dei suoi ex ed attuali collaboratori sono stati direttamente coinvolti e vi hanno contribuito). L’azione di Trump sta in gran parte seguendo le indicazioni del “Progetto 2025” e si basa anche sulla premessa di una legittimità percepita. “La mia recente elezione è un mandato per invertire completamente e totalmente un orribile tradimento”, ha detto Trump nel suo discorso inaugurale. Il sito web della Casa Bianca afferma che ha ottenuto una “vittoria elettorale schiacciante” nel 2024. Tuttavia, la vittoria di Trump non è stata una valanga. Ha ottenuto meno della metà del voto popolare nazionale e ha battuto Kamala Harris solo di 1,5 punti percentuali. I repubblicani hanno perso alcune gare chiave al Senato e hanno mantenuto la Camera dei rappresentanti solo per un margine sottile. I sondaggi di opinione mostrano che tre americani su quattro si sono opposti alla grazia per gli insorti del 6 gennaio. Trump si trova ad affrontare divisioni all’interno del partito repubblicano al Congresso e del movimento MAGA e un elettorato che chiede risultati rapidi. Le mosse di Trump per sovvertire la burocrazia federale (che lui ritiene che gli sia stata ostile durante la sua presidenza 2017-2021), in particolare il cosiddetto “deep State”, hanno scatenato paura e confusione: le agenzie sono prese dall’incertezza su come implementare una valanga di nuove politiche del presidente mentre i lavoratori valutano l’impatto sulle loro vite. Trump ha sabotato il suo primo mandato con la sua notoriamente breve capacità di attenzione, la riluttanza a leggere i documenti politici e la promozione del caos e della disfunzione. Ha uno stile di governo in cui guida con sfacciataggine e poi ricorre alle minacce. C’è il grande discorso e gli annunci appariscenti, ma poi c’è il tipo di duro lavoro di governo e Trump sembra addormentarsi quando arriva al duro lavoro. Il suo è un programma di destra radicale, ma vedremo fin dove arriverà. Gli oppositori di Trump affermano che sta distorcendo la Costituzione degli Stati Uniti e che sta espandendo i limiti del potere esecutivo oltre il limite previsto. Affermano inoltre che le mosse iniziali di Trump dimostrano che è meno interessato a unire il Paese che a trasformarlo radicalmente, e in molti casi a esigere vendetta per punire i nemici politici e intimidire i media.

Le prime settimane della sua amministrazione potrebbero rappresentare l’apice del potere di Trump, come riconoscono alcuni sostenitori. Molti degli ordini esecutivi di Trump mettono alla prova i limiti del diritto costituzionale. Un ordine per porre fine alla cittadinanza per nascita, una dottrina costituzionale che sostiene che quasi tutti coloro che nascono negli Stati Uniti sono automaticamente cittadini, è già stato bloccato da una corte federale. Diversi altri impegni e ordini hanno subito affrontato cause legali da parte di Stati e organizzazioni di difesa, e lo shock e lo stupore della sua prima settimana potrebbero impantanarsi in un contenzioso che durerà per gran parte del suo mandato. Trump potrebbe dover affrontare una sfida nel mantenere la stretta maggioranza dei repubblicani al Congresso nella Camera dei rappresentanti tra due anni. Il partito del presidente in carica perde spesso seggi alle elezioni di medio termine. Se ciò accadesse, si tradurrebbe nella chiusura totale del già stretto percorso legislativo per Trump. Insomma, ci saranno opportunità legali, politiche e sociali per gli oppositori. Anche i piccoli successi, soprattutto se ottenuti in collaborazione con altri, possono ricordare alle persone cosa è possibile fare di fronte a quelle che possono sembrare forze insormontabili.

Il 45° e 47° presidente, di ritorno alla Casa Bianca ha elettrizzato la sua base di sostenitori con una serie di condoni e azioni progettate per rimodellare il paese, anche se, come ha notato Bernie Sanders, ha ignorato quasi ogni problema significativo che le famiglie lavoratrici statunitensi devono affrontare (dal costo di cure sanitarie e medicine ai bassi salari, alla crisi alloggiativa, all’accesso all’istruzione superiore). Da un discorso inaugurale in cui sosteneva di essere stato scelto da Dio per la missione di rifare l’America alla firma teatrale di ordini esecutivi davanti a una folla chiassosa, il suo aggressivo consolidamento del potere ha suscitato paragoni con la monarchia (un popolo che è nato dalla rivolta e guerra contro monarchi crudeli ora ha il proprio). La miscela di politica, ideologia ed escatologia megalomane è particolarmente importante perché Trump ha legato il destino degli Usa alle sue fortune personali come nessun altro presidente prima di lui. Come lui sostiene, la realizzazione del programma America First (arrestare il declino statunitense vis-à-vis l’ascesa della Cina, esaltare il nativismo bianco di ascendenza europea, sostenere il nazionalismo cristiano xenofobico e razzista, predicare il libertarismo anarco-capitalistico, imporre protezionismo e unilateralismo in politica estera) è inestricabilmente legata al suo potere personale. Ma l’assalto veloce e furioso, definito “shock and awful” (piuttosto che “shock and awe”) dai critici, ha incontrato rapide sfide legali e reazioni politiche.

La torsione monarchica di Trump non è solo merito suo. Nel secolo scorso, presidenti come Franklin Delano Roosevelt hanno esteso la portata della presidenza negli affari economici e internazionali. Dopo la guerra del Vietnam, lo storico Arthur Schlesinger ha definito questa l’ascesa della “presidenza imperiale”. Ma non si è fermata. Nella sua intervista a David Frost, Richard Nixon ha sostenuto che se un presidente approva qualcosa, non è illegale. La Corte Suprema ha dato a questa visione, un tempo impensabile, la sua benedizione della maggioranza l’anno scorso, stabilendo che un presidente possiede l’immunità assoluta per qualsiasi atto ufficiale. Una giudice liberale, Sonia Sotomayor, ha affermato che questo ha reso il presidente “un re al di sopra della legge”. Attualmente, i poteri imperiali che Trump potrebbe utilizzare comprendono: uccidere cittadini americani senza un giusto processo, detenere sospettati (compresi cittadini americani) a tempo indeterminato, privare gli americani dei loro diritti di cittadinanza, effettuare una sorveglianza di massa sugli americani senza una causa giustificabile, dichiarare guerre senza l’autorizzazione del Congresso, sospendere le leggi in tempo di guerra, ignorare leggi con cui potrebbe non essere d’accordo, condurre guerre segrete e convocare tribunali segreti, sanzionare la tortura, eludere le legislature e i tribunali con ordini esecutivi e dichiarazioni firmate, ordinare all’esercito di operare al di là della portata della legge, mobilitare un esercito permanente sul suolo statunitense, gestire un governo ombra, dichiarare emergenze nazionali per qualsiasi motivo e agire come un dittatore e un tiranno, al di sopra della legge e al di là di ogni reale responsabilità.

Come afferma l’editorialista Ezra Klein, la domanda che pone Donald Trump è: “Quanto può essere re?” E con un re, inevitabilmente arriva anche una corte che può diventare un mercato, dove membri della famiglia reale, oligarchi, ministri, consiglieri, favoriti, adulatori, agenti, faccendieri e imbonitori competono per l’attenzione e il favore del sovrano. Questo è esattamente il motivo per cui lo stesso George Washington potrebbe riconoscere il sistema politico di corte che ora prospera attorno a Trump come qualcosa di simile alla forma di governo regale contro cui fu spinto a ribellarsi quasi 250 anni fa.
Gli aristocratici sono “gli animali più difficili da gestire, di qualsiasi cosa in tutta la teoria e la pratica del governo. Non si lasceranno governare”, avvertì uno dei “padri fondatori”, John Adams, scrivendo dopo la sua presidenza (1797-1801). Vietare i titoli non era sufficiente; alcuni si sarebbero comunque distinti per nascita o, soprattutto, per ricchezza. Il problema non era solo la loro capacità di acquistare favori politici, ma la presa che il loro denaro aveva sulla mente delle persone. Ecco perché i “padri fondatori (tutti maschi bianchi proprietari di schiavi neri) si sono impegnati per proteggersi da questo tipo di potere assoluto e concentrato, istituendo un sistema di controlli e bilanciamenti che separa e condivide il potere tra tre rami pari (esecutivo, legislativo e giudiziario) per garantire che nessuna autorità singola sia investita di tutti i poteri del governo.

Il potere economico e quello politico si intrecciano ovunque. La paura dell’influenza sproporzionata dei ricchi è esistita per tutta la storia degli Stati Uniti. Tuttavia, a volte la relazione diventa particolarmente dura e minacciosa. Nel suo monito contro gli oligarchi, Biden ha evocato la Gilded Age del XIX secolo e i “baroni ladri” (Andrew Carnegie, Cornelius Vanderbilt, John Pierpont Morgan e John D. Rockefeller) e i loro monopoli, che schiacciavano i concorrenti, sfruttavano i lavoratori, compravano giudici e politici e ostentavano la ricchezza. La ricchezza del team di Trump è creata e immagazzinata nei mercati finanziari; il loro patrimonio netto è la somma della fiducia che i grandi fondi finanziari (BlackRock, Vanguard, State Street, etc.) e altre persone abbienti ripongono nel loro potere di accumulazione. Viaggia facilmente e può comprare cittadinanza, sicurezza e influenza quasi ovunque.

Ecco perché Trump rimarrà fedele ai suoi miliardari, o almeno alle politiche che li hanno arricchiti: lui è uno di loro, con uno stile da “barone ladro” transazionale che sostiene che le tasse sono per i perdenti. Durante la sua prima amministrazione, nonostante le promesse populiste fatte durante la campagna elettorale, Trump alla fine si è schierato con i ricchi. Steve Bannon, il capo stratega di Trump all’inizio del suo primo mandato, ha spinto per aumenti delle tasse per i ricchi. Dopo sette mesi di presidenza, Trump lo ha licenziato e poi ha proceduto ad approvare tagli fiscali per ricchi e grandi corporation, per cui le 400 famiglie miliardarie più ricche degli Stati Uniti hanno pagato un’aliquota fiscale media inferiore rispetto alla metà più povera delle famiglie, quella della classe lavoratrice americana.

Nella sua nuova amministrazione, la destra nazionalista farà sicuramente dei progressi: è entusiasta delle mosse di Trump sulla cittadinanza per diritto di nascita e della sua promessa di andare avanti con le deportazioni di massa. Per questa destra si tratta di riportare l’America all’epoca precedente alla diffusione dei diritti – sociali ed economici del New Deal di FDR degli anni Trenta; civili e politici della ”Great Society” di Johnson degli anni Sessanta -, diritti che ritiene abbiano oscurato l’identità bianca, anglosassone e protestante del Paese. Ma se mai dovesse entrare in conflitto con ciò che vogliono i ricchi consiglieri di Trump nel mondo della tecnologia (portare l’America nell’epoca futura, dove le piattaforme social sono le nuove arene per esercitare una libertà di parola senza regole) è probabile che il suo ruolo verrebbe ridimensionato. Trump sta tentando di dare vita ad un nuovo ordine politico basato sul connubio tra conservatorismo tradizionalista (MAGA) e post-conservatorismo tecnologico (tech-right) dominato da un gruppo ristretto di persone.

La politica degli oligarchi può assumere forme molto diverse, non sono tutti necessariamente conservatori, ma hanno sempre un interesse in comune: proteggere la propria ricchezza. Storicamente, ciò potrebbe significare impiegare un esercito privato; può anche tradursi in sottomissione a un despota, che premia la lealtà con almeno un po’ di sicurezza e lucrativi contratti governativi. Nelle democrazie rappresentative liberali, ha significato esternalizzare la protezione della proprietà allo Stato, assicurandosi al contempo che la maggioranza non si faccia venire strane idee su aliquote fiscali elevate e restrizioni alla libertà privata di commercio, industria e finanza. Per questo il capitalismo ha sempre avuto un problema con le libertà democratiche che esistono solo grazie alle grandi lotte popolari condotte sotto le bandiere del socialismo dalla fine del XIX secolo.

Come ha notato Franco Ferrari, mentre la democrazia liberale si fonda sul principio dell’uguaglianza degli individui, il capitalismo si basa sulla disuguaglianza affermata come principio regolatore ineludibile (mascherata dalla retorica del “merito”). È stata in larga parte l’azione del movimento operaio socialista e comunista che, perseguendo il principio dell’uguaglianza sociale, ha posto le condizioni per una democratizzazione, relativa, del capitalismo. L’evoluzione politica e sociale degli ultimi decenni, dominata dal paradigma ideologico neoliberista (nelle versioni sia progressiste di centro-sinistra sia conservatrici di centro-destra), ha cambiato il contesto complessivo e ha consentito al capitalismo di tornare a sviluppare, senza vincoli, la propria naturale tendenza a produrre sempre maggiore disuguaglianza. Questa è fondata sulla concentrazione della ricchezza che si trasforma inevitabilmente in una concentrazione del potere. In un saggio per il think tank conservatore Cato Institute, Peter Thiel è arrivato a scrivere: “Non credo più nella compatibilità di democrazie e libertà [perché] se abilitato, il demos finirà inevitabilmente per votare restrizioni al potere dei capitalisti e quindi restrizioni alle loro libertà”.

L’1% più ricco degli americani possiede il 30% della ricchezza nazionale, mentre il 97,5% del patrimonio netto totale è detenuto dal 50% più ricco, ma la vera divisione non è tra l’1% e il resto; piuttosto, la linea di confine cruciale corre tra ciò che i gestori patrimoniali liquidano come i semplici “ricchi di massa” (tra loro c’è anche il gruppo Patriotic Millionaires che a Davos ha fatto campagna pro-tasse) e gli oligarchi che possono pagare per i servizi dell’industria della difesa della ricchezza accumulata. Persino i professionisti con redditi elevati non possono permettersi gli avvocati e i contabili necessari per creare società paravento e trasferire denaro nei paradisi fiscali; coloro che possono permetterselo, ovvero il decimo più alto dell’1%, finiscono per dover pagare meno tasse delle loro segretarie (per riprendere il famoso esempio di Warren Buffett). Apparentemente Musk ha pagato il 3,4% di imposta federale sul reddito tra il 2014 e il 2018.

L’industria della difesa della ricchezza accumulata è discreta; parte di ciò che il mondo offshore offre agli oligarchi è la segretezza. Come ha osservato la sociologa Brooke Harrington, alcuni dei ricchi pagano persino i professionisti per aiutarli a mimetizzarsi, nascondersi dall’occhio pubblico e non comparire nella lista di Forbes. Allo stesso tempo, gli oligarchi hanno un chiaro interesse nel plasmare l’opinione pubblica. In un’epoca in cui i “media tradizionali” sono in difficoltà finanziarie, è diventato molto più economico acquistare giornali o canali TV, come hanno fatto il defunto Silvio Berlusconi e l’imprenditore Vincent Bolloré, un importante sostenitore dell’estrema destra in Francia. Le piattaforme dei social media sono un po’ più costose, ma la loro portata globale offre anche possibilità uniche per influenzare la politica in molti Paesi diversi, come dimostra l’ossessivo poster Musk quasi ogni ora del giorno e della notte.

Resta insolito, tuttavia, che gli oligarchi si appropriano personalmente delle leve dello Stato, a meno che, come nel caso di Berlusconi, entrare in politica non sembri l’unico mezzo per evitare il crack finanziario e la prigione. Dei nominati politici di Trump – l’uomo che si scaglia contro le élite e si rivolge a coloro che sono rimasti indietro, i perdenti dell’era della globalizzazione – 26 hanno fortune che superano i 100 milioni di dollari; 13 sono miliardari, un variopinto gruppo di persone ultra-ricche che ha una cosa in comune: si autodefiniscono tutti dei “disruptor” che mirano a distruggere (non a riformare) gli attuali sistemi di governo. Il suo è il governo più ricco nella storia del Paese. Inoltre, c’è la persona più ricca del mondo – Elon Musk, che durante la cerimonia inaugurale ha rivolto ai suoi sostenitori il saluto nazi-fascista – in un ruolo ampiamente indefinito e completamente irresponsabile come promotore di “efficienza governativa” (DOGE). Musk, la prima persona il cui patrimonio netto ha superato i 400 miliardi di dollari, afferma che i cittadini affronteranno “difficoltà temporanee” mentre il suo Dipartimento taglia la spesa pubblica. Ha affermato che potrebbero essere tagliati “almeno” 2.000 miliardi di dollari dalla spesa federale, una cifra superiore all’intero budget discrezionale (una contrazione le cui conseguenze sarebbero devastanti per la maggior parte degli americani). Trump e Musk vogliono tagliare il bilancio federale in modo da poter tagliare le tasse per gli ultra-ricchi.

Questa classe ha bisogno di tutto l’aiuto possibile: dal 2020, la ricchezza dei 12 uomini più ricchi degli Stati Uniti è aumentata “solo” del 193% e collettivamente ora possiedono “solo” 2 trilioni di dollari. Questo mentre gli “oil-garchi” stanno già raccogliendo i frutti per aver sostenuto Trump, amico dei combustibili fossili (le grandi compagnie petrolifere hanno speso 445 milioni di dollari nell’ultimo ciclo elettorale per influenzare Trump e il Congresso). L’elezione di Trump è stata una risposta ai crudeli fallimenti del neoliberismo, ma sarà anche la loro massima espressione. È stata una risposta alla corruzione del sistema politico da parte del denaro privato. E sarà la massima corruzione del sistema.
Se il programma di Musk avrà successo, difficilmente dovremo immaginare i suoi impatti sulla vita umana e sul mondo vivente, perché nell’ultimo anno un piano simile è stato attuato in Argentina. Lì, Javier Milei ha condotto la sua guerra di classe per conto del capitale internazionale. I risultati includono un’orribile ondata di povertà; un crollo del numero di persone con assicurazione sanitaria, unito a un sottofinanziamento critico del sistema sanitario pubblico; la proliferazione di crimini d’odio; un assalto coordinato alla scienza e alla protezione ambientale; e un libero accesso per le corporation straniere che sperano di impossessarsi dei minerali, della terra e della manodopera del Paese.

Un massiccio programma di tagli e deregulation che Musk e gli altri oligarchi trumpiani cercano di estendere grazie alla politica sadomasochistica ora in ascesa su entrambe le sponde dell’Atlantico. I demagoghi hanno scoperto che non importa quanto soffrano i loro seguaci, finché i loro nemici designati soffrono di più. Se riescono a continuare ad aumentare il dolore per i capri espiatori (principalmente gli immigrati e i poveri), gli elettori li ringrazieranno per questo, indipendentemente dal loro dolore. Questa è la grande scoperta degli oligarchi guidati dallo stesso Musk: ciò che conta in politica non è quanto bene stanno andando le persone, ma quanto bene stanno andando in relazione ai gruppi esterni designati come capri espiatori.
Comunque, la strana miscela di visibilità e invisibilità crea vulnerabilità. In fondo, Trump guida una banda di arrivisti, nemici dell’”establishment corrotto” delle coste orientali e occidentali, assetati di denaro e nazionalisti irriducibili. Ci sono i conflitti di interessi e gli scandali che deriveranno dal saccheggio dello Stato (anche se, per ora, sia i democratici che il pubblico in generale sembrano semplicemente rassegnati a una cleptocrazia su una scala senza precedenti); le grandi promesse di “efficienza” di Musk potrebbero rimanere insoddisfatte; le teorie del complotto e la pura petulanza di oligarchi neo-trumpisti come Mark Andreessen (Netscape) – che si lamentano del fatto che l’amministrazione Biden aveva scatenato il “terrorismo” contro l’industria tecnologica – intaccano l’immagine dei geni della Silicon Valley sempre pronti con una soluzione ai problemi dell’umanità.

Gli oligarchi possono essere umiliati o quanto meno messi sotto controllo di regole? Gli analisti sono pessimisti sul fatto che qualsiasi cosa che non siano guerre o catastrofi economiche come la Grande Depressione determini un cambiamento fondamentale. In linea di principio, le leggi possono impedire la concentrazione del potere: i parlamentari e magistrati italiani hanno cercato di limitare il numero di canali TV che Berlusconi poteva controllare; gli antichi ateniesi usavano l’ostracismo per espellere chiunque avesse troppo potere dalla politica (anche se non c’era nulla di sbagliato nel loro carattere individuale). Ai nostri giorni, il teorico politico John P. McCormick, riprendendo gli insegnamenti di Machiavelli, suggerisce che solo la minaccia di processi popolari, con una possibile pena di morte, può far sì che i ricchi si astengano dal combinare misfatti.

Alla fine, la scommessa migliore rimane il potere di contrasto: una cittadinanza attiva, il cui impegno è ampiamente definito dalla protesta, organizzazioni forti, siano esse sindacati o associazioni della società civile, media indipendenti e, non dimentichiamolo, la politica democratica: Franklin Delano Roosevelt, che non ha evitato di usare la parola oligarchia (economica) nei suoi discorsi nella campagna elettorale del 1932, non aveva automaticamente il mandato di perseguire il potere concentrato a causa della Grande Depressione; lo ha rivendicato e costruito. A tal fine, è utile rendere visibili gli oligarchi, che saltano su e giù accanto al presidente Trump.

Sebbene vi siano molteplici grandi ego plutocratici intorno a Trump e quindi c’è la possibilità che si scatenino sanguinose faide interne tra diverse fazioni – da un lato, i nazionalisti di estrema destra e i reazionari (fautori di un “codice morale neo-vittoriano” che enfatizza il tradizionalismo socio-culturale conservatore, il patriarcato e le gerarchie razziali) del movimento MAGA (come Stephen Miller e Steve Bannon) che hanno sostenuto Trump da quando è sceso dalla sua scala mobile dorata nel 2015; dall’altro, la destra tecnologica (la “tech-right”) neoliberista e globalista di Elon Musk e delle altre élite della Silicon Valley, tra cui Peter Thiel e Marc Andreessen, diventati ferventi sostenitori di Trump più di recente; gruppi che si stanno già scontrando su aspetti chiave della repressione dell’immigrazione. L’imprenditore tecnologico miliardario Vivek Ramaswamy ha abbandonato la direzione del programma DOGE dopo uno scontro con Elon Musk (ma si candiderà alla carica di governatore dell’Ohio per il GOP).

Ma è probabile che il matrimonio tra Trump e gli oligarchi della tech-right – che prevede l’assenza di qualunque diaframma fra potere politico e affari, al punto che nessuna ingerenza e nessun conflitto d’interessi ormai sembrano troppo spudorati – prosperi senza sfide esterne. Mentre la rabbia cresceva all’inizio del secolo scorso, il presidente Theodore Roosevelt indebolì i “malfattori della ricchezza” distruggendo i trust, creando agenzie di regolamentazione e rendendo i terreni inaccessibili allo sfruttamento commerciale. Molti americani desiderano ardentemente un altro “accordo equo”. Ma la ricchezza consente ai suoi proprietari di plasmare la realtà. Le ferrovie che arricchirono i magnati del XIX secolo hanno letteralmente definito il tempo in cui il Paese correva (passando da 3.000 miglia nel 1840 a circa 259.000 miglia nel 1900). Ora il “complesso tecnologico-industriale” evidenziato da Biden e gestito dai nuovi amici di Trump funziona a un livello ancora più intimo, determinando cosa vedono gli elettori. In gioco potrebbe esserci in ultima analisi la questione di chi governerà: il popolo o i nuovi aristocratici americani.

La convergenza tra politiche pro-business e innovazione radicale promette un’accelerazione tecnologica, ma rischia di ampliare ulteriormente disuguaglianze e rafforzare i monopoli. Monopolisti visionari come Elon Musk e Jeff Bezos incarnano un’epoca di innovazione senza precedenti, resa possibile dal Telecommunications Act del neoliberista progressista Bill Clinton del 1996 che ha autorizzato la rivoluzione di Internet e del cyberspazio a essere libera da qualsiasi seria regolamentazione pubblica. Tuttavia, fuori dagli Stati Uniti il settore si trova ora al centro di un dibattito cruciale tra regolamentazione e innovazione, con una crescente pressione da parte di governi e organizzazioni internazionali preoccupati per le implicazioni sociali, economiche e geopolitiche.

Nel complesso è chiaro che la rielezione di Trump rappresenta una svolta critica per l’Occidente. Mentre la sua prima vittoria ha rappresentato una scommessa ad alto rischio verso l’ignoto, questa volta gli americani sapevano perfettamente per cosa stavano votando. Lungi dall’attenuare le tendenze autocratiche per cui è stato ampiamente criticato, ha raddoppiato la posta in gioco. Ora, l’Occidente è perseguitato dallo spettro del “capitalismo autoritario” che viene alimentato da tre profondi cambiamenti economici e politici che stanno rimodellando le economie occidentali: un allontanamento dall’ortodossia del libero mercato (neoliberismo), una stretta sulle libertà democratiche e un aumento della sorveglianza statale. Insieme, questi cambiamenti rappresentano un’economia politica distinta che, se non contenuta, potrebbe inaugurare una nuova era di governance più autoritaria.
Nel suo libro del 1978 “Lo Stato, il potere, il socialismo”, Nicos Poulantzas descrisse l’emergere dello “statalismo autoritario”, una forma di governo che egli distinse dalle dittature di polizia, militari o fasciste, e che tendeva a ridurre i diritti democratici. Criticò il monopolio quasi assoluto dell’esecutivo sulla legislazione e la sua concreta attuazione attraverso “decreti, interpretazioni giudiziarie e adeguamenti del servizio pubblico” che conferiscono potere all’amministrazione, poiché i memorandum hanno la precedenza sulle disposizioni legali. In tali condizioni, la politica statale viene formulata in circoli ristretti, sotto il sigillo della segretezza, in un modo che consente l’interferenza di reti nazionali ed internazionali private. In questo modello, il presidente è il “punto focale di vari centri e reti di potere amministrativo”, che diventano il “partito politico efficace dell’intera borghesia, che agisce sotto l’egemonia del capitale monopolistico”. L’alternanza dei partiti al potere è ridotta a un esercizio di prestigio, aprendo la porta a un vero e proprio “partito-stato dominante”. Questo statalismo autoritario, ha spiegato Poulantzas, non è “né la nuova forma di un autentico stato eccezionale né, di per sé, una forma di transizione sulla strada verso tale stato: rappresenta piuttosto la nuova forma “democratica” della repubblica borghese nell’attuale fase del capitalismo”. Questa forma di governo differisce dal fascismo: quest’ultimo deriva da una “crisi dello Stato”, ha osservato Poulantzas, e “non viene mai stabilito a sangue freddo”. La sua esistenza “presuppone una sconfitta storica della classe operaia e del movimento popolare”. Tuttavia, egli insiste sul fatto che lo statalismo autoritario contiene “elementi sparsi di totalitarismo” e “cristallizza la loro disposizione organica in una struttura permanente parallela allo Stato ufficiale”. Non si può quindi escludere che, dopo una profonda sconfitta dei movimenti sociali, possa svilupparsi “qualsiasi processo di tipo fascista”, non dall’esterno (come il fascismo storico), ma da “una rottura interna allo Stato, secondo linee già tracciate nella sua configurazione attuale”.

Grazie all’alleanza transatlantica emergente tra Trump, l’estrema destra europea e i magnati miliardari dei social media, lo “statalismo autoritario” o il “capitalismo autoritario” è la realtà che ora anche noi europei affrontiamo. È impossibile prevedere esattamente cosa farà Trump e se i suoi alleati di estrema destra in Europa seguiranno le sue orme, riuscendo a cementare e consolidare un ampio blocco sociale reazionario. Ma non dovremmo farci illusioni sulla minaccia che questa alleanza rappresenta. Questo non è lo stesso trumpismo che ha vinto le elezioni nel 2016: è un progetto completamente diverso e più pericoloso. Si apre la prospettiva di un “fascismo della libertà” o di “una “democrazia illiberale” o di una “democrazia autoritaria” o di una nichilista “democrazia oligarchica” (di cui parla Emanuel Todd) o di un “fascioliberismo” (di cui parla Luigi Ferrajoli) che promette di coniugare individualismo (“ciascuno è imprenditore di sé stesso”) e potere sovrano nella cornice di una società nazionale semplificata, conformista, socialmente conservatrice e culturalmente omogenea, riempito di contenuti radicalmente antidemocratici (rispetto ad una democrazia liberale) veicolati attraverso una retorica propagandistica della libertà dalle influenze straniere, dalle censure della correttezza politica, dagli obblighi di solidarietà, dal diritto internazionale, dalle regole e dagli impedimenti che graverebbero su individui e imprese.

In che modo le forze politiche progressiste dovrebbero cercare di contrastare l’ascesa di un nuovo autoritarismo? Una cosa è chiara: alimentare il sentimento anti-Cina non curerà i mali del capitalismo occidentale. Le radici di questi problemi, e quindi le loro soluzioni, possono essere trovate molto più vicine a casa. Anche il semplice tentativo di vietare o censurare le voci della destra autoritaria non funzionerà. Quando le voci in questione includono il presidente degli Stati Uniti e il secondo partito più popolare nel cuore pulsante dell’Europa (l’AFD), metterli a tacere non è un’opzione (anche se ciò non ha impedito a centinaia di politici tedeschi di provarci). Invece, le radici di questi problemi devono essere affrontate alla fonte. In realtà, non sono la Cina o gli immigrati a fregare la gente comune che lavora, ma un sistema economico estrattivo e iniquo. Le disuguaglianze socio-economiche si sono enormemente ampliate, mentre nel frattempo il lavoratore medio nelle economie avanzate ha visto solitamente la propria retribuzione reale diminuire o restare stagnante.

Le fortune contrastanti degli oligarchi mega-ricchi e di tutti gli altri non sono scollegate. Nonostante quanto affermano i nostri leader, il capitalismo nel “mondo sviluppato” è diventato principalmente un motore per ridistribuire la ricchezza verso l’alto, sia dai suoi cittadini che dal resto del mondo. La disuguaglianza alle stelle è anche inestricabilmente legata alla crisi climatica e ambientale. Oltre ad aspirare gran parte della ricchezza mondiale, l’1% più ricco emette tanto inquinamento da carbonio quanto i due terzi più poveri dell’umanità. Pertanto, affrontare la crisi climatica e ridurre la disuguaglianza devono andare di pari passo.

Ma indirizzando le legittime lamentele economiche verso spauracchi e migranti esterni, è la destra autoritaria, non la sinistra progressista, che ha capitalizzato con maggior successo questo sistema corrotto. Se vogliamo affrontare le sfide economiche e ambientali centrali che ci troviamo ad affrontare, questo deve cambiare urgentemente.
Le forze progressiste di sinistra hanno trasformato l’economia politica occidentale in passato e il compito che le attende è di farlo di nuovo. L’obiettivo deve essere quello di affrontare le disuguaglianze, aumentare gli standard di vita e affrontare la crisi ambientale, stando al contempo al fianco dei migranti e di altri gruppi minoritari contro persecuzioni e oppressioni. Ciò comporterà inevitabilmente un ruolo più proattivo per lo Stato. La domanda chiave è: nell’interesse di chi agirà? La lezione della Bidenomics è che concentrarsi principalmente su settori industriali come l’energia rinnovabile e la produzione manifatturiera non funzionerà se non sarà accompagnato da politiche per frenare il potere delle aziende e ridistribuire la ricchezza. Ciò significa sfidare di petto il potere degli interessi acquisiti, non sottomettersi a loro.

Questo progetto deve anche mirare a rafforzare la democrazia e proteggere le libertà civili in un momento in cui entrambe sono sempre più minacciate. Negli ultimi anni i governi di Stati Uniti, Europa e Regno Unito hanno represso il diritto di protesta con una legislazione draconiana (in Italia c’è in ballo l’approvazione del DDL 1660 “sicurezza”). Considerato il terrificante curriculum di Trump, tra cui la richiesta all’esercito di reprimere le proteste pacifiche dei “lunatici della sinistra radicale”, dovremmo aspettarci che l’assalto al diritto di protesta si intensifichi, insieme a una limitazione delle libertà civili in senso più ampio. La protesta pacifica sarà assolutamente fondamentale per resistere alla destra autoritaria in tutto il mondo, ed è esattamente per questo che è probabile che venga soppressa.

Lo spettro del capitalismo oligarchico autoritario sta infestando l’Occidente, è già qui, ed è in realtà piuttosto popolare. Ora bisogna contrastarlo dalle fondamenta. La domanda chiave è: possiamo costruire un “blocco sociale alternativo” in grado di avere ed esprimere il potere necessario per sfidarlo? Al momento, la situazione non sembra promettente: la protesta più forte all’”incoronazione” di Trump è giunta dalla voce calma e sommessa di una vescova episcopale. Possiamo solo sperare che l’arrivo di Trump 2.0 fornisca la sveglia di cui il mondo ha così disperatamente bisogno. Non dobbiamo presumere che il capitale trionferà, ma dobbiamo anche renderci conto che questo è un momento in cui chi ha idee diverse – ecosocialiste, ad esempio – per riorganizzare l’economia, per resuscitare la politica come partecipazione, per ricostruire un più equilibrato rapporto tra uomo/società e natura, deve farsi avanti e lottare per ciò in cui crede. Mentre i partiti populisti etno-nazionalisti e reazionari guadagnano terreno in Occidente, i progressisti di sinistra devono anteporre le priorità sociali e climatiche agli interessi del mercato.

L’autore: Alessandro Scassellati Sforzolini è ricercatore sociale e attivista, collabora con Transform! Italia. Fra i suoi libri Suprematismo bianco (Derive e Approdi).

Nella foto:il presidente Donald Trump e il vice presidente J.D. Vance (foto White House Trump), 20 gennaio 2025