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#AleppoDay, le foto di quattro anni di guerra

Tutto è cominciato nel luglio 2012, più di quattro anni fa. E per tutto questo tempo, per le strade di Aleppo di è combattuto. Le case sono state bombardate, gli ospedali distrutti, la gente è fuggita. Dalla parte est, quella nelle mani dei ribelli, così come nella parte tenuta dall’esercito. Peggio è andata a quelli dell’est perché Assad ha usato armi vietate dalle convenzioni e perché il suo esercito, e quello russo intervenuto al suo fianco, sono più e meglio armati e hanno l’aviazione. Oggi l’Unicef ha lanciato un Aleppo Day, per parlare delle persone che hanno bisogno di tutto, quelle uscita dalla città nelle ultime settimane e quelle che da mesi vivono in campi profughi. Una raccolta di beni e il tentativo di sensibilizzare. La guerra non è finita e, soprattutto, anche se smettessero le bombe, la Siria è rasa al suolo. Serve aiuto.

scene of devastation

This image released on Friday, Dec. 16, 2016 by Aleppo 24, shows a man of eastern Aleppo standing next to a fire in western rural Aleppo, Syria. As the last holdouts leave the rebel-held enclave in Aleppo, they speak of their love for the city despite witnessing so much destruction and death. Bit by bit over three weeks, the government offensive chipped away at their last refuge. (Aleppo 24 via AP)
(Aleppo 24 via AP)

Mideast Syria Fighting and killing continues in Aleppo US makes plea to the Syrian government in a bit to allow aid to reach rebel-held area Tariq al-Bab neighborhood neighbourhood of Aleppo Daily life in Syria At least 34 killed in new attacks in Syrian city of Aleppo ++ Siria: raid ospedale Msf, 30 morti,anche donne e bimbi ++ Siria: Ong,almeno 27 uccisi oggi in raid aerei su Aleppo est Unrest in Aleppo Syrian army in Aleppo districts

Cosa sappiamo di Anis Amri, ricercato per l’attentato di Berlino

epa05684720 An undated handout composite photo made available by German Federal Criminal Police Office (BKA) on 21 December 2016 shows suspect Anis Amri who is searched for in connection to the 19 December Berlin attacks. A manhunt for the truck driver is underway after an initial suspect had to be released after he was cleared of the suspicion. At least 12 people were killed and dozens injured when a truck on 19 December drove into the Christmas market at Breitscheidplatz in Berlin, in what authorities believe was a deliberate attack. EPA/BKA / HANDOUT BEST QUALITY AVAILABLE, MANDATORY CREDIT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Anis Amri, la persona sospettata di aver compiuto la strage al mercato di Natale di Berlino ha 24 anni ed è residente in città dal febbraio 2016 e da novembre è sotto la lente di osservazione delle agenzie anti-terrorismo tedesche perché «avrebbe potuto partecipare o organizzare una qualche azione violenta». È in fuga e potrebbe essere armato e pericoloso e ci sono telefonate, di cui parlano alcuni media tedeschi, nelle quali il tunisino cerca di reclutare persone per compiere un atto terroristico e prova a procurarsi un’arma di grosso calibro da contatti francesi.

Amri è arrivato in Germania nel luglio 2015 e la sua richiesta di asilo è stata respinta nel luglio di quest’anno. Non era stato espulso perché non aveva carte che lo identificassero in maniera inequiovocabile e le autorità tunisina rifiutavano di riconoscerlo come cittadino del Paese. Era noto a diverse agenzie di sicurezza a causa dei suoi legami con la scena islamista radicale ha reso noto Ralf Jäger, il ministro degli Interni dell Nord Reno-Westfalia, dove il sospetto ha passato i primi mesi e ha fatto domanda di asilo. Prima di entrare in Germania, Amri ha trascorso del tempo in prigione in Italia. Le sue telefonate sono state intercettate tra marzo e settembre, poi, forse a causa di un errore di comunicazione tra agenzie (quella federale e quella del Lander) si è smesso di seguirne i passi. Altre fonti giornalistiche parlano di una persona dedita al piccolo spaccio che ha cercato di farsi passare anche per egiziano.  E questa sarebbe il secondo errore evidente – dopo l’arresto della persona sbagliata – delle autorità tedesche.

Un tweet della corrispondente mediorientale di The Times, che ha parlato con il padre di Amri: “si drogava e beveva, si è radicalizzato in Europa”

L’attentato è stato rivendicato dall’Isis, che parla di “risposta alla chiamata di un soldato”, ovvero di un collegamento ideale, non necessariamente diretto. Ma certo Amri è un militante, non un lupo solitario in senso stretto. Amri ha avuto collegamenti con la cerchia del predicatore salafita Ahmad Abdelazziz, noto anche come Abu Walaa. Di origine irachena, residente sede nella città tedesca di Hildesheim, è stato arrestato a novembre perché sospettato di essere un reclutatore dello Stato islamico. Il predicatore nega


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Cosa è successo a Berlino:

Dodici persone sono morte e 48 sono ricoverate in ospedale, alcune gravi, dopo che un camion si è lanciato contro la gente che affollava il tradizionale mercatino natalizio di Breitscheidplatz a Berlino.

Secondo quanto ricostruito, il camionista polacco Lukasz Urban è morto per un colpo alla testa sparato da una pistola di piccolo calibro ed era già morto quando il terrorista ha diretto il mezzo contro la folla. Ma ha cercato di fermare il dirottatore del camion, ci sono segni di collutazione.

Il terrorista ha guidato attorno al mercato prima di dirigersi contro la folla. Forse lo scopo era di capire come colpire più persone.

Il terrorista è uscito dal camion ed è stato seguito da un testimone che lo ha perso nel parco Tiergarten.

Un uomo pakistano è stato successivamente arrestato al Monumento della Vittoria sulla base della descrizione del testimone. Il giovane  è stato rilasciato.

Un Paese di migranti governato da predatori

Italian Minister of Labour, Giuliano Poletti, arrives at Quirinale Palace for the ceremony of the Government presided by Italian Prime Minister Paolo Gentiloni, Rome, Italy, 12 December 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Ma che ne abbiamo fatto del coraggio e del dolore dei nostri padri che hanno ingolfato le città che si allargavano a forma di bacini per accoglierli? Ma dove le abbiamo messe le foto dei nonni imbellettati con i capelli di pomata per cui l’America era un impiego nel capoluogo di provincia?

Che ne abbiamo fatto del pianto delle nonne nel giorno del diploma dei figli, in bilico tra la soddisfazione di un figlio studiato e il rammarico di un titolo di studio che lì in paese equivaleva a un sicuro foglio di via? Ma non li vediamo quelli che fra qualche giorno si preparano a imbottire auto e borse per passare le feste a casa? A casa che è “casa” anche se non ci si sta da quarant’anni, in fondo a qualche svincolo d’autostrada, dove i nipoti si domandano chissà come avranno fatto a viverci tutto l’anno tutti gli anni mica solo d’estate?

Che ce ne facciamo del senso di sconfitta di chi avrebbe voluto contribuire alla costruzione di un luogo all’altezza piuttosto che l’intraprendere un viaggio? Dov’è andata la memoria, il comune sentire, di un Paese di migranti dall’alto in basso, su e giù per il Paese, sempre intenti ad essere pionieri?

Non si tratta né solo di giovani e né solo di Paesi stranieri. L’estero di chi parte per lavorare può essere appena fuori regione eppure lo spirito è quello. Un Paese così avrebbe bisogno di governanti che promettano di farli tornare tutti, quelli che sono stati costretti a partire; avrebbe bisogno di governanti che ci dicano che prima o poi ogni angolo sarà all’altezza di quelli che ci nascono.

Chi rimesta nel viaggio degli altri, invece, quelli che contano chi passa e puntano a chi resta, quelli sono i predatori. Questi saccheggiano la memoria e non se ne rendono nemmeno conto.

Buon giovedì.

La Cina blocca i video home made sui social network. La grande muraglia si espande

In Cina da alcuni giorni non è più permesso condividere sui social network file video e audio prodotti da utenti privati che non provengano da fonti ufficiali.
«No fantasmi. No storie d’amore omosessuali. No nudità» sono alcune delle nuove indicazioni del Governo.

«Gli utenti non possono diffondere video autoprodotti sugli eventi attuali» recita l’avviso dell’Amministrazione di Stato della Stampa, Pubblicazione, Radio, Film e Televisione e «le compagnie di social media devono rafforzare la gestione e il controllo dei video».
La nuova legge ha colpito le grandi piattaforme web cinesi come la Sina Weibo (un ibrido tra Facebook e Twitter), usate da 700 milioni di cinesi, quasi un quarto degli utenti mondiali della Rete.

«La scelta di colpire i grandi siti è dovuta alla recente esplosione di contenuti live» ha commentato Duncan Clark, il fondatore della società di consulenza e di investimento BDA, specializzata nella rete Internet cinese. Weibo, in effetti, stima più di 400 milioni di visualizzazioni al giorno con un altissimo tasso di condivisione di video autoprodotti e il CEO della compagnia, Gaofei Wang, ha confermato la tendenza: «Stiamo assistendo – ha dichiarato – al decollo dei video brevi e dei video in diretta».
I video girati con il telefono, in Cina e non solo, sono spesso l’unica fonte di informazione alternativa a quella ufficiale e sono testimonianze uniche su luoghi e tematiche taciuti all’esterno del Paese, come gli illeciti dei corpi di polizia, le proteste contro l’inquinamento e i suicidi degli attivisti tibetani.
Il divieto di condividere video home made arriva in Cina giusto alcune settimane dopo che il Governo ha dato l’ordine alle sezioni di polizia locale di censurare i video di denuncia sui disastri ambientali pubblicati sui social media, per far fronte a una situazione spesso fuori controllo.
La legge arriva, inoltre, dopo una lunga serie di operazioni censorie ai danni della libera circolazione delle informazioni messe in atto dal Governo cinese negli ultimi anni.

Era il 1987 quando la prima mail è stata inviata dalla Cina, il 1994 quando ha cominciato ad avere una diffusione di massa e il 1997 quando la rivista Wired ha coniato l’espressione “Great Farewell” per definire il sistema sviluppato dal Ministero della Pubblica Sicurezza cinese per controllare l’accesso ai siti web considerati “dannosi” per i cittadini cinesi.
Tra i siti stranieri bloccati dalla grande muraglia virtuale, Google è stato sbarrato la prima volta nel 2002 per nove giorni, Youtube nel 2008 in seguito ai disordini in Tibet e Facebook e Twitter nel 2009, dopo gli scontri tra la minoranza uiguri e la polizia nello Xinjiang.
Al momento, questi siti – insieme a Google.com, Instagram, Tumblr, Snapchat, Picasa, WordPress.com, Blogspot, Blogger, Flickr, SoundCloud, Google+, Google Hangouts e Hootsuite – sono bloccati e l’unico modo per accedervi è quello di utilizzare una Virtual Private Network (VPN).
Lo stesso vale per i motori di ricerca di Google, Duck Duck Go e per diverse versioni di Baidu e Yahoo; per i siti New York Times, Wall Street Journal, The Economist, Bloomberg, Reuters, Le Monde, L’Equipe, Netflix, Youtube, Vimeo, Google News, Daily Motion, molte pagine di Wikipedia, Wikileaks; per gli strumenti di lavoro Google Drive, Google Docs, Gmail, Google Calendar, Dropbox, ShutterStock, iStockPhotos, WayBackMachine, Scribd, Xing, Android e per quasi tutti i siti pornografici.

Inoltre, – ha denunciato l’Electronic Frontier Foundation (Eff) – gli internauti cinesi provenienti dalla provincia dello Xinjiang hanno dovuto rinunciare a Whatsapp, a Telegram e a tutti i programmi di messaggistica istantanea sicuri, perché sfuggono al controllo del Governo, pena l’interruzione della connessione Internet.
Sulla scia delle rivelazioni di Snowden sullo cyberspionaggio degli Stati Uniti sulla Cina, poi, il Governo cinese ha deciso di centralizzare il controllo sulla Rete, inaugurando il Gruppo dirigente centrale per il cyberspazio presieduto dal segretario del Partito Comunista Xi Jinping e l’Ufficio di informazione per l’Internet dello Stato, diretto da Lu Wei.

Dopo decenni di controllo ferreo sulle informazioni in entrata, perciò, negli ultimi anni, allo “scudo d’oro” che isola la Cina dai valori occidentali, si è aggiunta la censura dei contenuti in uscita dagli utenti cinesi, secondo un’amministrazione cibernetica che Lu Wei ha definito «con caratteristiche cinesi». Con l’effetto di creare un Internet nazionale, simile a quello degli altri, ma cinese, in cui impera la “sovranità sulla rete” e il controllo del Governo, che privilegia le aziende di social network locali a quelle straniere e concede il suo mercato web solo agli investitori stranieri che si adeguano alle leggi cinesi.
Con i suoi 700 milioni di utenti e 4 milioni di siti attivi, la navigazione Internet cinese è stata considerata da Reporters sans frontières una delle più controllate del mondo, seconda solo alla Corea del Nord, alla Siria, al Turkmenistan e all’Eritrea.

«All’estero vacci tu»: il flashmob di protesta contro Poletti

Mercoledì 21 dicembre una trentina di ragazzi del mondo associativo e della ricerca hanno condotto un’azione di protesta presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, in via Vittorio Veneto, a Roma. Target dell’iniziativa? Giuliano Poletti, il ministro del Lavoro che lunedì scorso, durante un incontro a Fano, aveva commentato in maniera “infelice” il fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”: «Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi».

L’azione di protesta – un “flash mob” – si è svolta intorno alle 13:15 e ha visto la simbolica consegna al ministro di un biglietto d’aereo di «sola andata»: destinazione, «a quel Paese». Sui social network l’iniziativa è accompagnata dal hashtag #PolettiFuoriDaiPiedi.

I giovani che anno guidato l’azione di protesta – per lo più provenienti dal mondo associativo Arci e dal network Act – hanno così voluto dare voce all’indignazione di una larga fascia di cittadini italiani, residenti nel Belpaese, ma anche all’estero.

«Le dichiarazione di Poletti sono offensive e indignano una generazione che è stata condannata a un futuro di precarietà dal suo governo e quelli degli ultimi 20 anni di politica italiana», ha sottolineato Alberto Campailla, 27, attivista di Act e promotore dell’iniziativa. «Su Poletti e sul suo governo grava la responsabilità del fallimento del Jobs Act che ha portato a un incremento della precarietà. Lo dimostrano i dati dell’Istat che indicano un aumento del 32 per cento nell’utilizzo dei voucher come strumento di retribuzione».

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I partecipanti dell’iniziativa hanno quindi chiamato i propri coetanei a difendere la dignità sociale di una generazione di fronte alle parole del ministro. Giulia Pavan, 29, ricercatrice alla School of Economics di Tolosa, in Francia, ha dichiarato megafono in mano, che «certi messaggi non si possono lasciar passare da un punto di vista culturale. Bisogna alzare la voce e battersi contro la denigrazione della ricerca, una tendenza che in Italia va avanti da più di 20 anni ormai».

Il flash mob di oggi dà seguito allo spirito dell’iniziativa “Costruiamo l’Alternativa”, svoltasi domenica scorsa a Bologna. In quell’occasione, un’assemblea di 500 persone – tra cittadini, rappresentanti dei network universitari, dell’Arci e di Act – ha lanciato un segnale forte per rimettere al centro della politica italiana la generazione che, più di tutte, sta soffrendo le conseguenze della crisi economica.

Proprio ieri, su l’Espresso, è stata pubblicata una lettera aperta al ministro, firmata da Marta Fana, una ricercatrice italiana residente a Parigi. Poco prima, Poletti aveva diramato le sue scuse ufficiali e invitato gli italiani emigrati all’estero di rientrare in Italia. Commentando il secondo intervento del ministro, Giulia Pavan ha commentato: «Parole inutili. Noi ricercatori all’estero siamo coscienti del fatto che, probabilmente, non torneremo mai».

Vogliono farci la festa, ma noi ci teniamo il regalo del NO

Evacuate il Pd. Dopo aver evacuato il Parlamento, evacuate pure il Pd. È l’unica battuta, peraltro presa in prestito da Francesca Fornario che riusciamo a scrivere oggi. Immersi come siamo, per dovere di mestiere, nelle immagini dell’assemblea nazionale del Pd di domenica scorsa in cui abbiamo visto un Renzi “zen” (come si è autoproclamato) per niente zen. Anzi animato dal solito disprezzo per chiunque gli dica o gli abbia detto No. Circa venti milioni di italiani, accusati dall’ex premier di averlo fatto tornare alla Prima repubblica, lui che – pensate – voleva traghettarci persino nella Terza, di Repubblica. Quella che Ugo Mattei definirebbe “post democratica”. Ma siamo anche immersi nei disastri di Roma e dei Cinquestelle. Da poco è uscita la notizia del nuovo vicesindaco Luca Bergamo e del nuovo assessore all’ambiente Pinuccia Montanari che dovrebbero riparare agli ultimi disastri, dall’arresto di Marra all’infelice Romeo.

Inevitabile per noi interrogarci e chiederci cosa c’è che non va. Tanto nel Pd quanto nei Cinquestelle, o almeno nella giunta di Virginia Raggi che crolla pezzo per pezzo, rischiando di portarsi dietro quell’enorme capitale “umano” (almeno quel 63% di romani che l’ha votata) che aveva detto No ai giochi della politica tradizionale e che si aspettava altro. Tanto altro. Lo abbiamo chiesto a Ugo Mattei e a Ignazio Marino. E poi lo abbiamo fatto scrivere a Emanuele Ferragina e a Nadia Urbinati. Cosa c’è che non va in quel Movimento nato invece per dare rappresentanza – sempre citando Ferragina – a quella maggioranza “invisibile” (non perché lo sia, ma perché qualcuno la cancella, ingannandola)? E cosa c’è che non va in quel Pd che evidentemente, come dice Ignazio Marino, è stato colpito da «un virus ancora non identificato»? E ce la faranno quelle tante realtà di sinistra, dai Movimenti a tutti quei comitati nati per il No a recuperare una unità nel nome di una radicalità quantomai necessaria? Necessaria a un Paese “reale” che abbiamo cercato di capire indagando il rapporto Bes dell’Istat e quello del Censis sulla situazione sociale del Paese. Un Paese malconcio. Come del resto la politica che lo ha prodotto. Così non abbiamo che potuto titolare “Conciati per le feste”. Pensando al Paese reale e pure a Matteo Renzi che pensa di non aver saputo coinvolgere, senza capire che non solo non ha coinvolto ma in realtà ha “travolto” territori e persone annunciando soldi e riforme solo in vista di elezioni e referendum. Il regalo per noi, che ci teniamo stretto, è che mentre lui si spera evacui presto la politica, i cittadini hanno affollato i seggi elettorali.

L’editoriale è tratto dal numero di Left in edicola dal 23 dicembre

 

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A chi dà fastidio Riace? Mimmo Lucano rimette il mandato alla cittadinanza

È sereno Mimmo Lucano, lo chiamiamo perché il principale giornale del Sud, la Gazzetta del Sud, ha pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo: “Fango su Mimmo Lucano”. Da giorni, sul canale Youtube girano alcune registrazioni che hanno la pretesa di denunciare «il vero Mimmo Lucano», così scrivono in bella vista sul video. Non è la prima volta che il suo nome finisce sulla Rete o sulle pagine del giornale. Mimmo sorride, a Left dice di stare bene. E che ci aspetta tutti a Riace il 30 dicembre. Ecco perché.

«Non posso rimanere in silenzio per rispetto di tutti, non solo dei cittadini di Riace ma delle tantissime persone che in tutti questi anni si sono legate a un sogno di utopia sociale e avanguardia politica», scrive il sindaco in una lettera aperta. Mimmo Lucano, sindaco di Riace, ha rimesso al consiglio comunale di Riace il suo mandato. Il suo terzo mandato. In questi anni la sua cittadina, Riace, è diventata il simbolo dell’accoglienza che riporta la vita nell’abbandono dei borghi del Sud. Un esempio apprezzato, forse più all’estero che in patria, tanto che la rivista americana Fortune lo ha inserito tra i 50 personaggi più influenti del pianeta. La decisione arriva dopo la diffusione, su Youtube, di due file audio con tanto di sottotitoli e accompagnamento denigratorio. Nelle registrazioni il sindaco parla con gli ex assessori del suo Comune, Maurizio Cimino e Renzo Valilà, di un finanziamento per interventi contro il dissesto idrogeologico in arrivo dalla Regione. Secondo gli audio diffusi, su cui indagano le autorità competenti, i fondi sarebbero stati dirottati su un campo sportivo. «In quella registrazione stavo spiegando come da un contributo regionale finalizzato alla mitigazione del rischio idrogeologico lungo il torrente che attraversa Riace Marina era possibile valorizzare la superficie da mettere in sicurezza e renderla fruibile per attività ricreative, scolastiche, sportive. Addirittura nel futuro con uno specifico contributo sarebbe stato possibile completare l’opera e farla diventare un vero campo sportivo e fare felice i ragazzi di Riace e i numerosi ragazzi che vengono da ogni parte del mondo. Dove sta il male di tutto questo?», chiede.

Perciò, oggi, Lucano ha presentato al segretario comunale le sue dimissioni non irreversibili da sindaco. Entro 20 giorni dovrà essere presa una decisione definitiva. «Metto nelle mani dei consiglieri comunali la decisione su di me e sul mio operato. Se ci sono delle incertezze è giusto che devono emergere e prenderne atto – scrive pubblicamente -. Non voglio che ci siano ombre in grado di offuscare l’orizzonte politico e sociale che ha indicato una via possibile e alternativa nella prassi politica soprattutto dei piccoli governi locali. Questo è un impegno che devo assumermi perché non voglio che focolai di speranza e di luce vengano spenti per autorizzare chiunque a dire con i soliti luoghi comuni sulla politica “tanto sono tutti uguali”. Quante volte mi sono sentito fuori luogo negli apparati istituzionali, ma ho dimostrato che è possibile gestire la cosa pubblica con un’idea di militanza politica senza mai fare nessun atto o azione per fini o vantaggi personali».

È amaro, Mimmo: «Mi viene da ridere, ma se mi fermo a riflettere mi viene la tristezza e penso che in questi ultimi periodi stanno accadendo attorno a Riace e al messaggio politico che rappresenta tante incomprensioni e si stanno addensando strane ombre. A chi da fastidio? Non ho chiesto a nessuno niente, incarichi, ruoli, candidature. Ho sempre rifiutato proposte politiche, anche insistenti. Continuo a fare il sindaco di strada in mezzo alle difficoltà e ai problemi di tutti per immaginare un riscatto ed un futuro possibile per questa terra avvolta da contraddizioni e afflizioni. Le mafie forse hanno imparato una nuova strategia: non mi chiamano con le persone che contano amici degli amici, io non riconosco queste autorità; non mi fanno intimidazioni, violenze eclatanti perché sono consapevoli di rendermi più forte, rimangono due possibilità: la mia vita o le diffamazioni e le denigrazioni».

L’appuntamento è per venerdì 30 dicembre, all’assemblea pubblica presso la sala del consiglio comunale di Riace alle ore 18. «Per discutere a cuore aperto con tutti ed arrivare ad una decisione definitiva», scrive Lucano. «Spero che sarete presenti in molti. Soprattutto quelli che condividono ideali per altri mondi possibili, categoria a cui sento di appartenere. Hasta Siempre».

Il Paese reale è in crisi. E anche la politica non sta bene

Primo giorno di saldi invernali al centro commerciale Porta di Roma, 5 gennaio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dietro ai circa 20 milioni di No al progetto di revisione costituzionale di Matteo Renzi c’è un Paese vero, in carne e ossa, e non è quello narrato dai tg e dalla stampa mainstream. E nemmeno quello emerso dall’autocritica del premier all’assemblea Pd di domenica scorsa. È un’Italia che sta male, con picchi di disagio al Sud e tra i giovani, che non si è affatto ripresa dalla crisi. Secondo i dati forniti da Istat nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) 2016, a fronte di una leggera stabilità nelle condizioni minime economiche aumentano i cittadini in povertà (oltre 4 milioni e mezzo contro i 2 milioni del 2005), che nel Sud sono triplicati (il 34% dei residenti) rispetto al Nord. Il tasso di occupazione, anche se registra un +0,6 punti rispetto al 2014 è ben lontano da quello europeo che registra una crescita di 8 decimi, con il ritorno ai livelli del 2008, pre crisi.
Gli ultimi dati Inps peggiorano il quadro: volano i voucher (+32%) e diminuiscono i lavori stabili, anche perché gli incentivi alle imprese si sono ridimensionati. Aumenta poi il gender gap, per cui le donne continuano a non trovare lavoro così come i giovani, visto che il tasso di occupazione cresce solo per gli ultracinquantenni (+2%). Sono loro, i giovani, che per il 70% hanno bocciato la revisione costituzionale, i grandi esclusi. Il Jobs act e la Buona scuola non hanno portato i benefici annunciati. I Neet (Not engaged in education, employment or training), ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non cercano nemmeno un’occupazione, sono leggermente calati (dal 26,2% del 2014 al 25,7% del 2015) ma al Sud viaggiano a quota 35,3% rispetto al 18,4% del Nord. In questo scenario gli italiani risultano poco interessati alla partecipazione sociale, civica e politica: solo chi ha un titolo di istruzione superiore e la laurea, oppure fa l’imprenditore, il dirigente o il libero professionista è attivo (85,9%), mentre tra gli operai la media è del 58,7%. La sfiducia nei partiti e nelle istituzioni rimane sotto la sufficienza – quella nei partiti è del 2,5%, nel Parlamento 3,7 % – mentre oltre la sufficienza sono solo i Vigili del fuoco e le forze dell’ordine. Crisi sociale e crisi dei partiti vanno di pari passo.

La domanda di cambiamento

«Da 4-5 anni la sfiducia nei confronti dei partiti e delle forme di politiche istituzionali, è cresciuta rispetto a 10 o anche 20 anni fa», commenta Roberto Biorcio, docente di Scienza politica all’università Milano Bicocca e autore di saggi sulla realtà italiana (Il populismo nella politica italiana, Mimesis; Gli attivisti del Movimento 5 stelle, Franco Angeli, e, con Tommaso Vitale, Italia civile. Associazionismo, partecipazione politica, Donzelli). «Ma questa sfiducia non genera apatia o distacco – continua – e lo vediamo anche nella partecipazione, anche se non raggiunge gli standard europei, alle associazioni sociali o di volontariato». Negli ultimi anni, insieme alla crisi, è aumentata la domanda di cambiamento e l’adesione massiccia al voto referendario ne è una dimostrazione.

L’articolo continua su Left in edicola dal 23 dicembre

 

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