Dipende dal premio. È una delle cose che vi raccontiamo sul numero di Left che trovate in edicola in questi giorni: il nodo della legge elettorale è il meccanismo del premio di maggioranza – ancora più della sua entità, che la Corte vuole comunque misurata. Andrà alla lista che, superata una sorta soglia (il 40 dell’Italicum?), arriva prima o alla coalizione? Molto – se vi interessa l’evoluzione delle scissioni e contro scissioni a sinistra – dipende dal premio. Dipende dal premio, ad esempio, se gli scissionisti dem saranno o no alleati del Pd (dopo essersi uniti con Pisapia) oltre che dall’esito del congresso.

E se la discussione sulla legge elettorale arranca (incagliata sui capolista bloccati), oggi però abbiamo qualche indizio. Alla loro prima iniziativa pubblica, un informato parlamentare del neonato Movimento democratico e progressista – articolo 1, infatti, ci diceva così: «Alleanze? Dipende dalla legge, se ci sarà o meno un premio di coalizione. E se ci sarà il premio dipende da Forza Italia. Perché i 5 stelle non lo vogliono e allora servono i voti e le pressioni dei forzisti per approvarlo». Bene. Nel centrodestra qualcosa si sta muovendo.

«Ma che partita vuole giocare Berlusconi?», continuava la nostra fonte, «se vuole tentare di prendere il premio, ma non riesce a tenere i litigiosi alleati tutti in un listone, allora chiederà il premio di coalizione. Se invece si accontenta di poter dire “dopo il voto si passa da me”, spingerà per un proporzionale più liscio». Delle due vie disegnate, al momento, pare però preferita la prima. Berlusconi ha infatti messo da parte l’idea della lista unica del centrodestra, intervistato dal Tempo questa domenica, e parlato apertamente di coalizione. L’unico al momento escluso dai suoi piani è Angelino Alfano, «perché Forza Italia non è un taxi» e perché – dice Berlusconi – «per ricostruire il centrodestra sono disposto ad accettare molte cose ma non posso fare a meno di considerare che una serie di governi di sinistra (!) sono stati resi possibili da eletti del centrodestra».

Per il resto l’invito a Matteo Salvini e Giorgia Meloni è più che esplicito. «Il centrodestra è l’unica realtà che unita può raggiungere il 40 per cento e guidare il Paese», dice Berlusconi secondo cui un accordo con Lega e Fratelli d’Italia è «necessario». Insomma: «possiamo essere una coalizione guidata da un progetto comune».

A ricordarci che nulla è ancora deciso ci pensa Giorgia Meloni, che oggi replica al leader di Forza Italia e lo fa citando ancora l’idea di un listone (anche se si dice ancora scottata per l’esperienza del Pdl), opzione che quindi è sempre aperta, ennesima dimostrazione che nel centrodestra vanno molto meno per il sottile, e dopo anni in cui se ne sono dette di tutti i colori, se dovesse servire non si faranno troppi problemi a ritentare la convivenza tra l’anima più moderata e quella sempre più “sovranista” di Meloni, Salvini e compagnia.

Anche lì si discute ancora sul nodo primarie e non sarà indolore individuare un leader, ma qualcosa insomma sta succedendo. E sono tutti indizi per capire cosa toccherà in sorte alla sinistra dove si spera si voglia evitare di andare al voto con due o magari tre liste a sinistra del Pd e dove però anche la nascita di una lista di sinistra (Pisapia più i bersaniani, in sintesi) che però si allea col Pd (Renzi o no) avrebbe come probabile esito il prosciugamento della sinistra che da quell’alleanza rimarrebbe fuori e che, una volta tanto, sembra aver trovato il modo per non procedere in ordine sparso, ognuno col suo atomo.

Delle grandi manovre a sinistra parliamo sul numero di Left in edicola, con la copertina dedicata allo sciopero dell’otto marzo

 

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