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Il 20 dicembre 2006 l’assemblea generale delle Nazioni unite ha adottato la “Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata” (risoluzione 61/117). L’Italia l’ha ratificata nell’estate del 2015. Secondo la Convenzione si intende per “sparizione forzata” «l’arresto, la detenzione, sequestro o qualunque altra forma di privazione della libertà da parte di agenti dello Stato o di persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, il sostegno o l’acquiescenza dello Stato, a cui faccia seguito il rifiuto di riconoscere la privazione della libertà o il silenzio riguardo la sorte o il luogo in cui si trovi la persona sparita, tale da collocare tale persona al di fuori della protezione data dal diritto».

Il termine “desaparecidos” venne coniato nel 1978 da Videla. Riferendosi alle migliaia di «sovversivi» scomparsi in Argentina dal 1976 in poi, durante un’intervista televisiva alla Bbc il dittatore argentino affermò impunemente: «Non ci sono né vivi né morti, solo desaparecidos». Queste stesse parole erano urlate con insistenza dai torturatori agli internati nei centri clandestini di detenzione: «Voi qui non siete nulla», «siete senza nome», «non siete né vivi né morti», «non esistete». Dal punto di vista giuridico tutto questo dal 2006 è un crimine e, in alcune circostanze stabilite dal diritto internazionale, rappresenta un crimine contro l’umanità. Abbiamo chiesto ad Andrea Masini, direttore della rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla, se riguardo alla “sparizione” oltre quella giuridica c’è anche una chiave di lettura psichiatrica.

«Nella teoria psichiatrica cioè nella teoria della nascita di Massimo Fagioli, la storia della sparizione, intesa come “fantasia di sparizione” è un punto cardine e ha un valore enorme, ma in questo caso la sparizione viene utilizzata in termini assolutamente distruttivi. La dittatura argentina e trent’anni prima i nazisti – prosegue lo psichiatra Masini – hanno colto e sfruttato un meccanismo psichico potentissimo. Che è più forte della violenza fisica che c’è nell’imprigionare, nel torturare una persona inerme. Far sparire una persona è un’aggressione ancora più devastante perché implica la non esistenza di quella persona, la perdita di qualunque diritto. Un detenuto “normale” si può appellare a tante cose, può parlare con un avvocato, può fare ricorso, può incontrare i familiari. Una persona che è stata fatta scomparire non ha alcuna possibilità di difendersi. Inoltre, dal punto di vista psichiatrico, l’azione di far sparire qualcuno è un concetto diverso».

Vale a dire?

Lo psichiatra Massimo Fagioli ha sempre parlato di pulsione di annullamento. Che non è una aggressione fisica ma è una aggressione psichica violentissima. È quello che avevano “capito” i nazisti. Dopo aver internato le persone le hanno fatte sparire. Hanno annullato milioni di esseri umani. Di loro non ce ne era più traccia. Secondo la teoria di Fagioli con la pulsione di annullamento non solo si fa sparire una persona ma la si rende come se non ci fosse mai stata. Come se non fosse mai esistita. E questa dinamica è violentissima sia per chi la subisce direttamente sia per chi gli è “vicino”. Pensiamo ai familiari dei desaparecidos.

Come si può reagire a questa violenza?

Occorre una enorme forza d’animo, una identità, una vitalità, una grande sicurezza di sé per resistere a questo annullamento. Il desaparecido non ha nulla su cui fare forza oltre sé stesso. Richiede una capacità di resistere straordinaria che è difficilissimo possedere. Perché chiunque ha delle fragilità. Va considerato che prima di Fagioli nessuno aveva capito questa dinamica. L’unico che forse ci aveva girato intorno è stato Ernesto De Martino con la storia della “presenza”. Ma tutta la filosofia moderna non c’era mai arrivata. Heidegger parlava di “annientamento” – che comunque è distruzione fisica, sadismo – e non di sparizione tanto meno di annullamento, cioè di rendere non esistente qualcuno che esiste. Lo stesso Freud non aveva mai capito nulla di violenza psichica. Al massimo è arrivato al discorso della violenza fisica. Questa è invece una violenza che riguarda il cardine che sta nell’esistenza-non esistenza di una persona.

Una persona che esiste.

Naturalmente. Ciascuno di noi durante la vita intraprende un percorso per scoprire la propria esistenza nel mondo, e realizzare la propria identità. Quindi la “sparizione forzata” va a intaccare qualcosa di profondissimo, direi di primordiale, di originario nell’essere umano.

Perché è importante fare una distinzione tra annientamento e annullamento?

Innanzitutto si tratta di arrivare a pensare la “pulsione di annullamento”. Si è sempre pensato, teorizzato soltanto il concetto di distruzione, di aggressione fisica. Invece si deve riuscire a capire che la realtà umana si basa su un “oltre” che è “l’essere o non essere”. Cioè sulla necessità di riconoscere il proprio essere, la propria esistenza. È quello che hanno colto i generali argentini e i nazisti i quali rendendo inesistente una persona, facendola sparire, rendendo anche il cadavere non più esistente esercitavano una violenza devastante sulle vittime e sulla popolazione. Perché la gente non la capiva. Perché non c’era il concetto, non c’era il pensiero, non c’era la parola per identificarla. Cosa che appunto invece con la teoria di Fagioli ora abbiamo.

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Per approfondire:

Che fine ha fatto Santiago Maldonado? Desaparecido nell’Argentina di Macri (Link)

Gli aggiornamenti su Pagina12

 

L’intervista allo psichiatra Andrea Masini è stata pubblicata su Left n. 37/2017


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