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La settimana scorsa, Bir Ali Ben Khalifa ha chiuso tutte le saracinesche: sciopero generale del pubblico e del privato. «Tutta la città ha chiesto verità per la tragedia dell’8 ottobre in cui 14 concittadini hanno perso la vita» spiega Habib El Tayef, presidente della sezione locale del colosso sindacale Ugtt. Si tratta della collisione tra la fregata militare tunisina e una barca di harragas – “chi brucia le frontiere”, i migranti – che ha causato la morte di 53 persone su 96 mentre altre 4 sono ancora disperse. Uno scontro subito definito incidente dalle autorità tunisine, anche se per i testimoni oculari si tratta di speronamento volontario. Un’inchiesta militare è stata aperta e le indagini sono in corso. «Il problema dell’entroterra è la mancanza di lavoro» continua El Tayef.

Bir Ali Ben Khalifa, è una delle tante località tagliate fuori dalle politiche di sviluppo. Da qui, solo negli ultimi tre mesi, 500 persone (su una città di 60mila persone) si sono imbarcate verso l’Italia. «Non ci sono industrie, né infrastrutture e la metà delle abitazioni non ha acqua corrente», prosegue El Tayef. Oltre alla raccolta delle olive, che crea posti stagionali senza contratto e pagati alla giornata 15 dinari per le donne (5 euro) e 25 per gli uomini (12 euro), la gente si arrabatta con quello che può. «Quando mio figlio di 17 anni ha detto che voleva imbarcarsi, subito gliel’ho proibito», spiega Mabrouk, padre di una delle vittime, seduto al cafè del paese «ma poi, pensando all’economia della Tunisia e alle possibilità che avrebbe avuto, gli ho dato ragione». Rassegnato, ha pagato il biglietto di 2000 dinari (640 euro). Si avvicina Kamel, che ha perso tre cugini nello stesso incidente. «Ci sono novità dall’Italia?», chiede speranzoso per poi andarsene dopo il riscontro negativo.

Secondo un comunicato Ansa, due motovedette italiane hanno partecipato ai soccorsi. Ma se in Italia l’incidente è stato velocemente classificato come una tragedia della “crisi migratoria”, in Tunisia il dibattito è più che acceso. Khaled e Hafez, sono due giovani di 27 anni di Mahres, una piccola città costiera a pochi km da Sfax, sopravvissuti al naufragio. «Non è stato un incidente – ribadisce Khaled – la fregata militare ci ha inseguito per più di due ore, con i fari accesi, e ha usato i cannoni ad acqua», racconta dettagliatamente…

Il reportage di Giulia Bertoluzzi da Tunisi è tratto dal numero di Left in edicola


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