Il corpo di Santiago Maldonado galleggiava nel fiume, a 70 metri, meno di un isolato, dal luogo in cui i gendarmi avevano attaccato i Mapuche il primo di agosto. Una strana circostanza, poiché il posto era già stato esplorato. In particolare il 18 settembre, quando il primo magistrato incaricato delle indagini – in seguito rimosso e spostato altrove – autorizzò la Gendarmeria a «scandagliare» senza testimoni le acque del torrente: la famiglia di Maldonado non era stata avvisata, i Mapuche che vivono nelle vicinanze erano stati raggruppati e allontanati dal campo delle operazioni. Poi arriviamo al 22 ottobre, cinque giorni prima delle elezioni di medio termine in Argentina. Convocata dal nuovo giudice, la famiglia Maldonado – guidata dal fratello maggiore, Sergio, e dalla moglie Adriana – è accorsa sul posto. Pur non potendo a prima vista identificare quel corpo, i familiari sono rimasti lì fino all’arrivo del gruppo di esperti della Eaaf (Equipo argentino de antropologia forense, la stesso che si occupa delle autopsie sui corpi dei desaparecidos della dittatura, ndr). Quando al fratello di Santiago è stato chiesto il motivo per cui è rimasto ad aspettare sette ore, così vicino a quel corpo tra le canne, Sergio Maldonado ha detto semplicemente la verità: «Non potevo fidarmi di nessuno».

La sparizione forzata e la morte di Maldonado è una pietra miliare che alla fine identificherà l’amministrazione Macri, sia dal punto di vista della cronaca sia della storia. Al momento, tuttavia, non sembra proprio così: il partito a suo favore – la squadra di Macri – ha vinto le elezioni in modo spettacolare cinque giorni dopo “l’apparizione” del corpo, dando inizio alla sua blitzkrieg (guerra lampo) legalizzata contro l’opposizione. E dimostrando che la maggior parte dei giudici considera il potere di Macri al di sopra della legge. Infatti, in una settimana hanno messo in carcere un ex ministro (Julio De Vido) e un ex vicepresidente (Amado Boudou), nonostante stessero già rispondendo alle domande degli investigatori, con un’operazione di polizia che è stata filmata e trasmessa e rilanciata in prima serata in televisione. Quando questo articolo uscirà, potrebbero esserci stati nuovi arresti: un attivista in campo sociale, Luis D’Elia, e persino la ex presidente, Cristina Fernandez de Kirchner che avrà già testimoniato il 9 novembre su una delle numerose, assurde accuse che le sono state mosse (sarebbe implicata con degli imprenditori in una storia di corruzione, associazione a delinquere e riciclaggio di denaro, ndr). Ma la caccia alle streghe non si ferma qui: nei prossimi giorni, il figlio e la figlia di Cristina – la figlia era solo una ragazzina quando il presunto crimine sarebbe stato commesso – saranno anch’essi convocati davanti alla corte… e al centro dell’arena mediatica garantita dalle televisioni.

Una cosa è certa: Milagro Sala e i suoi sostenitori dell’organizzazione Tupac non sono più i soli prigionieri politici in Argentina. Pochi giorni dopo l’elezione nel 2015, il giornale Pagina 12 rivelava che Elisa Carriò

Il reportage di Marcelo Figueras da Buenos Aires prosegue su Left in edicola


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