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A volte ci sono immagini che parlano più di tanti proclami e promesse della politica mostrando lo stato reale delle cose. Quanto accaduto due settimane fa nella cittadina marocchina di Sidi Boulaalam, 8mila anime nella provincia costiera di Essaouira, rientra in questi casi. Sulla stampa locale e internazionale si è parlato di «tragedia»: 15 persone morte schiacciate contro le transenne mentre tentavano di ottenere del cibo che un’associazione benefica, finanziata da un magnate locale, stava distribuendo alla comunità duramente colpita dalla siccità e dal crollo della produzione agricola. Erano in tanti, circa un migliaio, nel suq cittadino attirati da quei banchetti-miraggio che distribuivano beni di prima necessità (pane, farina e grano), immagine emblematica del crescente impoverimento che ha colpito la popolazione dell’area. Quelle barriere si sono rivelate però una prigione infernale, quel cibo sui tavoli trappola velenosa.

Ma questa «tragedia» non è una calamità naturale, non è frutto del caso. Ha un nome preciso: povertà. Secondo la Banca mondiale, il Marocco ha registrato ultimi anni dei segnali positivi in campo economico. Tuttavia, se il tasso di povertà ufficiale nel 2014 era stimato al 4,8%, i dati continuano ad essere inquietanti: almeno il 16% dei 35 milioni di marocchini vive con soli 3 dollari al giorno. Le statistiche ufficiali affermano che la disoccupazione complessiva è al 10%, ma è molto più alta tra i giovani (29,3%).

Non sembrano funzionare le politiche economiche volute dal governo: se da un lato, infatti, il Marocco ha vissuto un rapido (ma irregolare) sviluppo grazie a grandi progetti infrastrutturali, al miglioramento dei trasporti (autostrade e, recentemente, treni ad alta velocità comprati dalla Francia), dall’altro lato, però, il congelamento delle assunzioni nel settore pubblico, il taglio dei sussidi alle classi povere e la radicata corruzione non hanno portato alcun giovamento ai più giovani che continuano a non avere…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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