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L’antifascismo «è un problema che non mi compete. Il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel movimento ed avesse i requisiti per farlo, ci entra». È l’inverno del 2013, e Beppe Grillo pronuncia queste parole nei pressi del Viminale, a pochi centimetri di distanza dal vice presidente dei “fascisti del terzo millennio” Simone Di Stefano, che lo incalza. Le elezioni politiche sono dietro l’angolo e, con esse, il boom della compagine grillina, che passa a pieni voti la prima prova di maturità politica, al grido: «L’onestà andrà di moda».

«Onestà» che sin da subito si candida a parola passepartout per eccellenza dei 5 stelle, capace di dischiudere le porte del Parlamento, e di catalizzare l’entusiasmo di un popolo convinto che i termini “destra” e “sinistra” siano ormai arnesi desueti da riporre in soffitta, in favore di una rettitudine vacua, buona per tutte le stagioni. Già, perché «le ideologie del Novecento sono preistoria», «comunismo e fascismo sono un lontano ricordo», e così via. Ma, se il fascismo non c’è più, anche l’antifascismo può essere rottamato senza pensarci troppo.

D’altronde, sempre nel 2013, l’allora capogruppo alla Camera, Roberta Lombardi, nel suo blog scrive: «Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folkloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello Stato e la tutela della famiglia». Insomma, esisterebbe anche un “fascismo buono”, quello delle origini, a cui dare semaforo verde. «Mi riferivo al primo programma del 1919», prova poi a rimediare Lombardi, compiendo un ulteriore passo verso il burrone, dimenticandosi che quell’anno segna anche l’esordio delle violenze squadriste.

Ma l’assortimento pentastellato di aperture e strizzatine d’occhio al Ventennio è assai vasto. Già nel lontano 2011, due consiglieri di Bolzano della Lista civica 5 stelle (il Movimento vero e proprio doveva ancora nascere) si accodavano alla destra e uscivano dall’aula per protestare contro il rifiuto della maggioranza di iscrivere all’albo delle associazioni culturali Casa Italia, annoverata nella galassia di CasaPound. «Escludere un gruppo di ragazzi che non solo hanno le carte in regola ma anche, fino ad ora, ha organizzato serate su temi diversi e interessanti, senza segni di apologia, solo perché si ritiene siano in contatto con gruppi neo o nuovi fascisti, ci pare sbagliato oltre che rischioso», si difendeva uno dei delegati, Claudio Vedovelli. «Temi interessanti», il cui calibro si può intuire facilmente sbirciando le attività segnalate ancora oggi su Facebook da una non meglio precisata agenzia “culturale”: si passa dall’amarcord della “befana fascista”, al reminder dell’anniversario della morte del criminale di guerra serbo Željko Ražnatović.

Facendo un rapido balzo avanti, nel 2015 un tweet, rapidamente rimosso, del comico genovese ora garante del Movimento, reclama elezioni immediate per la Capitale, «prima che la città venga sommersa dai topi, dalla spazzatura e dai clandestini». Topi, spazzatura e “clandestini”. Così, senza soluzione di continuità. E non è necessario ricordare quale ideologia sia stata capace di degradare esseri umani fino a metterli sullo stesso piano di meri rifiuti, da gettar via senza problemi.

«È un paragone pericoloso, da maneggiare con molta cura, quello tra grillismo e fascismo», scrive in Breaking Beppe (Castelvecchi, 2014) il giornalista e saggista Giuliano Santoro, uno tra i primi a passare al setaccio il “grillismo” (col precedente Un grillo qualunque), quando i testi sul movimento ancora non intasavano le sezioni “attualità” e “politica” di ogni libreria. Un paragone che viene articolato in alcune analogie. Oltre alle posizioni simili su migranti e cittadinanza, vi è un forte esercizio del controllo mediatico (attraverso l’uso delle epurazioni nei confronti di chi si esprime in modo «non conforme»), e poi l’aspirazione «di rappresentare “tutto il popolo italiano”», scrive Santoro: «Non esistono parzialità, differenze di classe, conflitti. Il “popolo” è la massa omogenea e pacificata, unita in nome di chissà quale identità». E i confini tra populismo e fascismo, si sa, non sono sempre nitidi e facili da individuare.

Confini su cui si destreggia anche il candidato premier Luigi Di Maio, che, lo scorso giugno, nel salotto nazionalpopolare per eccellenza di Porta a porta, accostava nel pantheon pentastellato Berlinguer ad Almirante. A chiudere il cerchio “nero”, il mese successivo, il M5s si dichiarava contrario alla proposta dell’onorevole dem Emanuele Fiano di introdurre per legge il reato di propaganda del regime fascista e nazionalsocialista. E non perché considerata una proposta demagogica o di difficile applicazione, ma perché accusata di essere “liberticida”. Contraria alla meravigliosa libertà di esibire in pubblico il saluto romano, ecco. Ma il Partito democratico non è certo esente dal mantenere punti di tangenza ripetuti e costanti con il mondo neofascista. Anzi. Questa estate (v. Left n. 31/2017) li abbiamo plasticamente mostrati con una infografica, basata sulle numerosissime “corrispondenze di amorosi sensi” registrate dal collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming e dal gruppo di inchiesta Nicoletta Bourbaki in un lungo “storify” – uno strumento web che permette di operare una raccolta di immagini, tweet, post, commenti e sottrarli all’oblio delle nostre memorie “brevi” – intitolato CasaP(oun)D. Rapporti con l’estrema destra nel ventre del partito renziano.

La rassegna si concludeva con il caso di Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale dem, che a luglio rammentava che «se uno vuole continuare la nostra razza in Italia bisogna dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione». Una affermazione che non può non ricordare quella più recente del candidato governatore della regione Lombardia, Attilio Fontana. Che, parlando di immigrazione, ha affermato: «Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se la nostra società dev’essere cancellata».

Ad ogni modo, niente paura: nel frattempo, in questa antologia degli orrori democratici, hanno fatto capolino numerose new entry. Come Alessandro Luciani, primo cittadino dem di Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno, promotore di una raccolta firme contro l’apertura di un Centro di accoglienza straordinaria, che a novembre ha sfilato in marcia insieme a Lega Nord e CasaPound contro l’arrivo dei migranti. Oppure Carmela Rozza. L’assessore Pd alla Sicurezza di Palazzo Marino in settembre propose che il Comune di Milano depositasse corone di fiori uguali per partigiani e repubblichini, in occasione della commemorazione dei defunti. Provocando la reazione indignata dell’Anpi.

O, per finire questa breve selezione, il consigliere regionale Pd del Friuli Venezia Giulia Vittorino Boem, che – ad ottobre – ha difeso a spada tratta la sponsorizzazione da parte della Regione Fvg di una gara di corsa in montagna dedicata – ebbene sì – al generale nazista, fidatissimo di Hitler, Erwin Rommel. Sì, avete capito bene. «Di fronte a certe interpretazioni esasperatamente ideologiche contrapponiamo la tranquillità di chi l’antifascismo non se lo fa insegnare da nessuno», si è difeso serenamente il dirigente dem. Insomma l’argine che «il più grande partito riformista d’Europa» – quello che, lo ricordiamo, ha tolto l’antifascismo dal proprio statuto – vorrebbe opporre a populismi e estrema destra sembra essere piuttosto un colabrodo.

Per fortuna, dalla Cgil arriva un segno di vita, l’appello “Mai più fascismi”, con cui si chiede «che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70». Una proposta forte sottoscritta da un fronte largo di associazioni e partiti che va dall’Anpi fino – rullo di tamburi – al Pd di (ex) governo, cioè il partito di chi si è scambiato sorrisi e selfie con i colleghi di cui vorrebbero azzerare le organizzazioni.

Un esempio? Ben prima che a metà gennaio scatenasse una bufera mediatica, dichiarando: «Nessuno in questo Paese ha fatto più di Mussolini in 20 anni», Maurizio Sguanci, presidente Pd del Quartiere 1 di Firenze, si era fatto immortalare in posa col coordinatore di CasaPound Firenze, Saverio Di Giulio, all’inaugurazione di un giardino pubblico. Era l’aprile del 2017, come già documentato anche da Left. Perché esercitare la memoria è fondamentale, specie a poche settimane dalle elezioni.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 4, del 26 gennaio 2018


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