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«Nelle sue diverse accezioni, il tema del reddito è al centro di sperimentazioni in decine di Paesi ma qui da noi c’è una narrazione tossica». A spiegarlo è Sandro Gobetti, ricercatore sociale indipendente, coordinatore di Bin Italia, Basic income network, e autore, con Luca Santini, di Reddito di base, tutto il mondo ne parla. Esperienze, proposte e sperimentazioni (GoWare, 2018). Storia lunghissima, quella del reddito, e trasversale agli approcci culturali e politici. Caso limite l’accezione dell’iperliberista Milton Friedman, di “reddito di povertà” (ripresa da Nixon e ora da Berlusconi), funzionale allo scardinamento definitivo del welfare. Un po’ di soldi in cambio della cancellazione dello Stato sociale. «Non tutte le proposte sono uguali – avverte – per le reti mondiali di cui fa parte il Bin è un diritto di base non sostitutivo». La tassonomia distingue la famiglia del reddito minimo garantito (Rmg) da quella del reddito di base universale e incondizionato. La prima è uno dei punti centrali del modello sociale europeo secondo cui nessuno dovrebbe scivolare al di sotto di una certa soglia. «In Italia – riprende Gobetti – impropriamente, M5s usa la formula “reddito di cittadinanza”, per indicare invece il Rmg condizionato all’accettazione di un lavoro. In realtà quel termine apparterrebbe all’altra famiglia, quella per cui il reddito è un diritto umano, come la libertà di parola». Ben tre risoluzioni dell’Europarlamento invitano gli Stati membri a introdurre una misura di sostegno, pari almeno al 60% del reddito mediano nazionale, per il contrasto a povertà ed esclusione sociale. Nel 2017 il punto 14 (su 20) del cosiddetto Social pillar, il pilastro sociale europeo, prevede l’adozione di un reddito minimo adeguato. Il Rei di Gentiloni, reddito di inclusione, è un blando tentativo di rispondere a quella sollecitazione, e un modo ancora più fiacco di contrastare la campagna elettorale di Di Maio giocata tutta sulla promessa di un reddito di cittadinanza come prima misura dell’eventuale governo. Salvo frenare da Vespa, a urne appena chiuse: «Ci vorranno alcuni anni…». «Tutte le proposte di questa campagna elettorale – spiega Gobetti – prevedono forme di condizionalità che ribaltano lo sguardo sulla povertà: attribuiscono ai poveri la colpa della loro condizione. È questo che viene fuori se all’accusa di assistenzialismo («volete dare dei soldi a chi non vuole fare nulla») si ribatte dicendo che quel reddito verrebbe elargito a fronte di un impegno a fare qualunque cosa venga ordinato di fare. Sparisce l’idea che la povertà possa essere frutto di determinate e sbagliate politiche economiche. Questa è la tossicità del dibattito italiano, figlia anche della contrapposizione lavoro/reddito e per questo riguarda anche la sinistra. Tutto il welfare italiano è “lavorista”, si concentra sul capofamiglia maschio al lavoro e non ha mai ragionato su forme di universalismo e oggi se ne pagano le conseguenze, con milioni di poveri prodotti dalle trasformazioni del lavoro».

Le politiche di austerità in tutta Europa stanno dirottando risorse verso forme inefficaci di incentivi alle imprese. «L’Italia sta dentro questo processo e rischiamo di essere dei Daniel Blake, ostaggi delle amministrazioni burocratiche. Il reddito come governance della povertà». Il Rei somiglia alle poor law vittoriane, il sussidio per i poveri, soprattutto bambini, internati nelle workhouses e costretti ai lavori più umilianti. Oltre a un finanziamento insufficiente (1,7 miliardi, a fronte dei 12 della Francia) prevede che i percettori vadano inseriti in progetti del Terzo settore. «Il tema è la gestione dei poveri – denuncia Gobetti – come avviene già per i migranti. La governance della povertà diventa un grande business. La nostra battaglia per il reddito, al contrario, è la lotta per il potenziamento delle persone. Essere poveri è una fatica infinita, mica una fortuna! O nuovi diritti, o guerra fra poveri. Che cosa accadrà quando la prima generazione di precari non avrà uno straccio di pensione e non potrà più fare i “lavoretti”?». I modelli europei e le sperimentazioni raccontano storie e criteri molto diversi. «Ad esempio – continua Gobetti – il principio dell’individualità del beneficio (al contrario del Rei). In Danimarca esiste lo Starthjaelp, reddito per la vita autonoma, che consente agli under 25 di emanciparsi dalla famiglia. In Olanda c’è la Wik, 500 euro al mese agli artisti come un riconoscimento del “tempo di lavoro creativo”. Un altro principio è quello della residenza piuttosto che della cittadinanza. Poi c’è la questione della durata del beneficio e quella del legame fra reddito e lavoro: nei Paesi Bassi è stato elaborato il criterio di congruità (che Di Maio ignora, ndr) che prova a valorizzare la storia di ciascuno per non eroderne le competenze formali, informali, esperienziali costringendolo ad accettare un lavoro qualsiasi. La storia delle persone è molto più ricca di una definizione sociologica», conclude Gobetti. In Italia due campagne sociali hanno raccolto oltre 50mila firme in calce a una legge di iniziativa popolare sostenuta da 170 associazioni nel 2013 (che, per la presentazione non tempestiva delle sottoscrizioni raccolte, fu depositata in Parlamento da una pattuglia di deputati di Sel, ndr) e i 10 criteri per il reddito di dignità elaborati dall’associazione Libera due anni dopo. Tutto chiuso in un cassetto del Senato anche se si tratta di proposte più avanzate di quelle dei partiti e in linea con le esperienze sovranazionali.

L’inchiesta di Checchino Antonini è stata pubblicata su Left del 16 marzo 2018


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