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«Nelle sue diverse accezioni, il tema del reddito è al centro di sperimentazioni in decine di Paesi ma qui da noi c’è una narrazione tossica». A spiegarlo è Sandro Gobetti, ricercatore sociale indipendente, coordinatore di Bin Italia, Basic income network, e autore, con Luca Santini, di Reddito di base, tutto il mondo ne parla. Esperienze, proposte e sperimentazioni (GoWare, 2018). Storia lunghissima, quella del reddito, e trasversale agli approcci culturali e politici. Caso limite l’accezione dell’iperliberista Milton Friedman, di “reddito di povertà” (ripresa da Nixon e ora da Berlusconi), funzionale allo scardinamento definitivo del welfare. Un po’ di soldi in cambio della cancellazione dello Stato sociale. «Non tutte le proposte sono uguali – avverte – per le reti mondiali di cui fa parte il Bin è un diritto di base non sostitutivo».

La tassonomia distingue la famiglia del reddito minimo garantito (Rmg) da quella del reddito di base universale e incondizionato. La prima è uno dei punti centrali del modello sociale europeo secondo cui nessuno dovrebbe scivolare al di sotto di una certa soglia. «In Italia – riprende Gobetti – impropriamente, M5s usa la formula “reddito di cittadinanza”, per indicare invece il Rmg condizionato all’accettazione di un lavoro. In realtà quel termine apparterrebbe all’altra famiglia, quella per cui il reddito è un diritto umano, come la libertà di parola».
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L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 16 marzo 2018


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