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L’energia prodotta dalle grandi dighe come volano di sviluppo economico di uno dei Paesi più assetati di crescita di tutto il Continente nero. È questo l’assioma che ormai da decenni guida la politica economica dei governi di Addis Abeba. Il grande fautore degli investimenti miliardari nel comparto idroelettrico è stato Meles Zenawi, primo ministro dal 1995 al 2012, anno della sua morte prematura, imitato dal suo successore Haile Mariam Desalegn. L’energia prodotta dai mega-sbarramenti nella valle del fiume Omo servirà sia per il consumo interno che per l’export. Con una crescita annua intorno al 10 per cento, l’Etiopia ormai non fa mistero di voler raggiungere lo status di middle income country entro il 2025, cioè diventare una nazione con un benessere paragonabile a quello di Cina o Turchia.

Insomma, una storia di successo? Forse sì ma vediamo a quali condizioni. L’ex colonia italiana era e resta un Paese attraversato da mille tensioni e problemi. La democrazia è solo di facciata, il partito di governo (il Fronte popolare rivoluzionario democratico etiopico) ha vinto le ultime tornate elettorali con circa il 99% dei voti, mentre l’opposizione è costantemente repressa nel sangue. La libertà di stampa di fatto non esiste e sono numerosi i giornalisti che affollano le carceri etiopi insieme ad attivisti ed esponenti politici. C’è poi lo scontro tra etnie, con quella più numerosa degli oromo storicamente penalizzata dalla tigrina (solo l’8% della popolazione) che occupa in maniera stabile tutti i gangli dello Stato.

Una situazione talmente esplosiva e insanguinata da stragi occorse durante le manifestazioni di protesta, che Desalegn ha dovuto dare le dimissioni e il nuovo premier, Abiy Ahmed Ali, è stato scelto proprio per le sue origini tigrine. Il giovane primo ministro (solo 41 anni) ha già…

L’articolo di Luca Manes prosegue su Left in edicola


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