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Diciassette anni. Non si attenuano l’indignazione, la rabbia, la voglia di verità. È giusto indignarsi. Perché quando chi occupa un ruolo importante in una istituzione dello Stato si comporta e decide in maniera contraria alle regole e spesso anche alla decenza, quel comportamento non soltanto lede chi è oggetto di quelle decisioni ma offende e mina la credibilità della stessa istituzione. E contribuisce così al disfacimento della società.
È giusto arrabbiarsi. Perché sempre più spesso non solo quei comportamenti vengono giubilati, imitati, mai redarguiti, ma addirittura sono all’origine di nuove e in molti casi incomprensibili promozioni. È giusto pretendere verità. Perché solo attraverso di essa può ricostruirsi un vivere sociale rispettoso delle diversità. La triste e tragica vicenda del G8 di Genova 2001 e l’omicidio di Carlo sono pietre miliari e il principale sostegno di queste argomentazioni.

Il comportamento violento e in qualche caso persino criminale di reparti dei carabinieri (il duro giudizio è sorretto da quanto ha scritto la Corte di Cassazione genovese: «cariche violente, indiscriminate e ingiustificate») è all’origine dei drammatici eventi di venerdì 20 luglio, che saranno la premessa di un comportamento altrettanto irresponsabile e criminoso di reparti della polizia, culminati con la “macelleria messicana” alla Diaz e le torture nella caserma di Bolzaneto. Ma se appartenenti alla polizia, dei gradi più alti, sono stati processati e condannati (anche se poi, alcuni, promossi!), nei confronti dei carabinieri non è stato aperto nessun procedimento: la quarta forza armata dello Stato, anche quando è impegnata (cioè sempre ormai) in azioni di ordine pubblico (cioè quasi sempre di repressione) è intoccabile a prescindere. Ed è questa condizione che rende difficile quel piano di riconciliazione invocato dal capo della polizia Gabrielli e che pure avrebbe una sua ragione.

A Carlo non viene concesso neppure un processo. Magistrati inadeguati archiviano in fretta il procedimento, basandosi sull’imbroglio di quattro periti che inventano, a dispetto delle evidenze filmiche e fotografiche, lo sparo per aria e la sfortunata deviazione verso il basso del proiettile da parte di un calcinaccio che vola verso la jeep. Lo sparo per aria accresce la validità della legittima difesa, mentre nessuno ha voluto tener conto che la pistola è già armata e puntata e che Carlo, a oltre quattro metri dalla jeep, raccoglie quell’estintore (lanciato pochi attimi prima da un altro manifestante) soltanto tre secondi prima della sparo! È il 2003, l’obiettivo è togliere di mezzo il fatto più grave di quelle giornate, per poter continuare a parlare per anni di «manifestanti violenti» e di «perquisizione legittima» (dopo le indecenti sentenze di primo grado nei processi Diaz e a venticinque manifestanti, la Cassazione ristabilirà un po’ di verità nel 2012). L’oscena amministrazione della giustizia nei confronti di Carlo non finisce qui.

Abbiamo tentato, per avere almeno la dignità di un processo, di affrontare una causa civile. E una delle questioni che abbiamo sollevato è l’atrocità del gesto compiuto da un carabiniere che spacca la fronte di Carlo con una sassata mentre è agonizzante, allo scopo di poter mettere in atto quello squallido tentativo di depistaggio (il vice questore Lauro che accusa un manifestante di aver ucciso Carlo con un sasso!). Fotografie e filmati non propongono equivoci sulla efferatezza del gesto, ma una indecorosa giudice civile ha dedicato al fatto due sole parole: pura congettura. Il 20 luglio non smetteremo di chiedere verità, e lo faremo per la diciassettesima volta in piazza Alimonda, pardon, in piazza Carlo Giuliani, come canta Alessio Lega!

La riflessione di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, è tratta da Left in edicola


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