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Nelle scorse settimane, il Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca) ha inviato un curioso questionario agli indirizzi e-mail degli studenti universitari di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, al fine di «valutare l’introduzione di uno strumento finanziario che faciliti l’accesso a studi universitari e post-laurea». L’imbarazzante form – elaborato da una nota società di consulenza, ma compilabile da chiunque, e un numero imprecisato di volte – ha come principale obbiettivo quello di «supportare la partecipazione degli studenti a percorsi di istruzione terziaria collegati alle aree individuate nella Strategia nazionale di specializzazione intelligente».

Dopo una prima parte anagrafica, il modulo si addentra in aspetti economici e finanziari, arrivando a formulare il quesito centrale: «Sei attualmente beneficiario di una borsa di studio? Hai mai contratto un prestito per finanziare i tuoi studi? Perché non hai mai chiesto un prestito? Quanto saresti disposto a chiedere?». In una condizione di normalità, soprattutto in un Paese come il nostro – dove la disoccupazione giovanile è ben oltre il 30% e i livelli di povertà educativa e le diseguaglianze sociali sono intollerabili – si penserebbe allo scherzo idiota di un funzionario. E invece no.

Pochi giorni fa, durante il question time alla commissione Cultura e istruzione della Camera, il sottosegretario del Miur Salvatore Giuliano – oggi in quota M5s, ma un tempo sostenitore della Buona scuola – ha rivendicato la paternità del questionario, appellandosi al regolamento europeo che disciplina le risorse comunitarie e spiegando che il ministero sta conducendo un’indagine preliminare sulla fattibilità dell’introduzione del prestito d’onore. In poche parole, gli studenti italiani beneficiari di una borsa di studio, assegnata per basso reddito familiare, potrebbero presto trovarsi nella condizione di dover chiedere un finanziamento personale per accedere all’istruzione universitaria.

In una sola mossa il governo gialloverde sembra riuscire nell’ardua impresa di fare peggio di chi lo ha preceduto, prendendo a schiaffi il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica italiana – «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» – e dimostrando una prevedibile ignoranza sul tema in oggetto. Da almeno un decennio, infatti, la letteratura scientifica ha sconfessato ogni argomento a favore del prestito d’onore, sottolineando i danni sociali ed economici derivanti dall’affidare l’istruzione dei cittadini di uno Stato agli istituti di credito e alle oscillazioni finanziarie di mercati.

Se scopiazzare le pessime e inefficienti pratiche di altri Paesi – peraltro diversissimi dal nostro, basti ricordare il tema delle borse di studio e dei trust in ambito anglosassone – diventa sinonimo di “politica del cambiamento”, sorgono in maniera abbastanza spontanea dei seri dubbi sulla qualità di tutto il ceto dirigente coinvolto. La grave situazione in cui versano molti enti regionali che erogano le borse di studio è un dato di fatto, ma viene da chiedersi chi possa pensare che l’indebitamento delle fasce di reddito più deboli sia una soluzione. Qualora il provvedimento dovesse ottenere il successo che il sottosegretario Giuliano si aspetta, il volto dell’istruzione universitaria italiana cambierà per sempre, e in peggio. D’altra parte, già da qualche tempo, l’idea repubblicana e democratica, secondo cui la formazione è un valore in sé e non un mezzo (o un servizio a pagamento) utile a creare lavoratori frustrati, gode di scarsa fortuna, sia nelle stanze del potere politico e degli apparati burocratici, sia, più in generale, nella società della competizione.

Ad oggi, solo Unione degli universitari (Udu), che ha lanciato la petizione “No ai prestiti d’onore!” su Change.org, Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), e Link coordinamento universitario hanno fatto sentire la loro voce. Il funerale che questo governo prepara per il ruolo del settore pubblico nel campo dell’istruzione non può lasciare indifferenti, in gioco c’è il futuro di tutti, nonché la qualità della nostra democrazia.

La riflessione di Lorenzo Ferrari è tratta da Left in edicola


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