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Inascoltate in Italia, le donne delle Case delle donne e dei Centri antiviolenza di Roma, Pisa, Arezzo e Viareggio non si sono scoraggiate ma hanno guardato oltreconfine chiedendo aiuto al Parlamento europeo dove hanno trovato il pieno sostegno dell’europarlamentare Eleonora Forenza e di Malin Bjork, capogruppo del Gue/Ngl, che hanno portato il “caso Italia” in audizione plenaria della Commissione Femm (Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere) .


Una immagine dell’audizione alla Commissione Femm

«Ho portato argomentazioni convincenti in sede di segretariato della Commissione e della conferenza dei capigruppo, in particolare la denuncia dell’attacco in corso in questo momento in Italia ai luoghi di libertà delle donne» ha spiegato Forenza. Per la prima volta, nell’emiciclo delle audizioni del Parlamento europeo, è risuonata alta la denuncia delle donne italiane attraverso la voce di Francesca Koch, presidente della Casa internazionale delle donne di Roma, seduta a fianco della presidente della Commissione, Villja Blinkeviciute, di Simona Ammarata della Casa della donna Lucha y Siesta e di Daniela Volpe del Centro antiviolenza Donna L.I.S.A. Tre voci che hanno presentato le attività che i luoghi svolgono e denunciato l’attacco del Comune di Roma rispettivamente per la revoca della convenzione, la minaccia di sgombero e la minaccia di sfratto.

Un attacco, hanno spiegato, che coinvolge tante altre Case della donna e centri antiviolenza d’Italia dove le istituzioni locali vogliono «annullare l’autonomia politica delle donne e svuotare le pratiche di autodeterminazione e democrazia dal basso» nonostante che tutti i documenti e le Risoluzioni del Parlamento europeo insistano sull’importanza di propri luoghi per garantire empowerment e autonomia delle donne. «Molte amministrazioni – ha insistito Koch – stanno mettendo in atto politiche sessiste e reazionarie, si pensi ad esempio al caso di Pisa dove è stato nominato assessore alla Cultura Andrea Buscemi nonostante sia colpevole di stalking, una nomina indecente e oltraggiosa contro la quale le donne di Pisa e di tutta Italia si sono mobilitate». Alla denuncia, forte e appassionata, che è stata trasmessa in streaming e tradotta in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Ue, è seguita una richiesta precisa al Parlamento europeo. Quella di sostenere le donne italiane nella loro lotta di resistenza per il riconoscimento politico dell’autodeterminazione e dell’autorevolezza dei luoghi che costruiscono relazioni di pace e combattono la violenza maschile sulle donne proprio secondo i principi statutari dell’Unione europea e della Convenzione di Istanbul ratificata dall’Italia. Perché #La Casa siamo tutte.

Un grande successo. La testimonianza delle donne italiane ha colpito le deputate presenti che si sono schierate al loro fianco confessando di essere all’oscuro dell’allarmante situazione italiana dove vengono violati i principi fondativi di quella Unione Europea di cui anche l’Italia è Stato membro. Concorde la presidente della Commissione che ha preso ufficialmente due impegni. Quello di sollevare la questione nel prossimo incontro dei capigruppo per valutare come proseguire nel sostegno alla lotta delle Case delle donne in Italia anche, eventualmente, attraverso una Risoluzione del Parlamento europeo e quello di portare la delegazione di eurodeputati che andrà a Roma in dicembre a visitare i tre centri presentati in audizione.

Intanto, Forenza si è fatta promotrice, a livello parlamentare, di una lettera ufficiale di supporto agli spazi di libertà delle donne che sarà inviata al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ed alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, per denunciare che l’attacco alle Case delle donne è un attacco agli stessi principi dell’Unione europea e per chiedere che «sia riconosciuto un valore sociale e politico all’esistenza di questi spazi» ed al ruolo che svolgono «nella prevenzione alla violenza di genere e nella garanzia dell’uguaglianza di genere, autodeterminazione delle donne e dialogo interculturale».

Sulla vicenda Buscemi vedi qui e qui

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