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Bari non si lega, si intitolava la manifestazione antirazzista che ha percorso pacificamente lo scorso 21 settembre le strade del quartiere Libertà di Bari. Il corteo ha attraversato le strade di questa centralissima periferia, mentre dal microfono gli interventi parlavano di antifascismo, di antirazzismo, di diritto all’abitare, di autodeterminazione e di quell’emergenza povertà accuratamente nascosta dall’invenzione dell’emergenza sicurezza da parte della comunicazione del governo pentaleghista.

Quanto accaduto quando il corteo era già terminato ha una sola definizione: aggressione fascista. Mentre tornavamo dalla manifestazione percorrendo via Crisanzio in direzione del centro, abbiamo incontrato una ragazza, con la sua bambina e il passeggino, in attesa di una amica. Ci siamo offerti di aspettare con lei l’amica e che la situazione si calmasse, perché lungo la strada in cui lei vive (via Eritrea) c’era un assembramento di 20-30 esponenti di CasaPound. La ragazza, cittadina italiana di origine etiope – in Italia, nel 2018 – ha paura di attraversare la strada perché ha la pelle scura. Perché davanti alla sede di CasaPound non c’è la minima presenza delle forze dell’ordine, che invece hanno presidiato massicciamente il corteo antifascista. Perché il clima di odio creato dalla retorica dell’invasione, la xenofobia e il razzismo propalato dalle azioni del governo, sono un implicito lasciapassare per i nuovi fascisti.

Ed infatti accade quanto era prevedibile e prevenibile. Accade che chi si sente legittimato ad aggredire, aggredisca. Accade che i fascisti di CasaPound lasciati liberi di agire agiscano. Che inizino a marciare verso di noi in cordone; che ci inseguano quando già avevamo ripreso il cammino lungo via Crisanzio per evitare ogni incidente (anche considerata la presenza delle bambine); che ci minaccino con mazze, tirapugni, catene intimandoci di andarcene, che ci spintonino urlando che quello è il loro territorio e lì comandano loro. Che picchino alla rinfusa, spacchino le teste di due compagni.

Continuiamo a chiedere con determinazione la chiusura immediata delle sedi di CasaPound e di tutti i covi fascisti. Ma sappiamo che non sarà il ministro dell’Interno a rispondere a questa (vera) “emergenza sicurezza”. Perché Matteo Salvini, invece, si fa fotografare a cena con Gianluca Iannone e  Simone Di Stefano, rispettivamente fondatore e segretario di CasaPound. Tocca allora a noi contrastare non solo il neofascismo, ma anche il razzismo che si spaccia per “buon senso” e diventa senso comune diffuso. Come provvedimento di buon senso è stato spacciato anche, da ultimo, il Decreto immigrazione, che cancella il permesso di soggiorno per  protezione umanitaria, distrugge il sistema Sprar di accoglienza secondaria, rende una variabile dipendente il diritto di asilo, garantito dalla Costituzione.

Tocca a noi continuare a ricordare che l’antifascismo non è un ferro vecchio del passato, ma una pratica politica militante sempre più necessaria per attuare la Costituzione in questo presente  ogni giorno più nero. Tocca a noi essere partigiane e partigiani sempre, contro l’indifferenza e la passività diffusa. Contro chi pretende di fare informazione mettendo sullo stesso piano fascismo e antifascismo, aggressori e aggrediti, riproponendo lo schema falsificante dello scontro tra estremismi. La risposta della Bari antifascista non si è fatta attendere, a partire dalla conferenza stampa in piazza la mattina successiva all’aggressione, dalla assemblea cittadina convocata il 25 settembre nella piazza dove fu ucciso da una squadraccia missina il giovane comunista Benedetto Petrone, al corteo convocato per il 29 settembre.

Ma occorre costruire una risposta forte in Italia e in Europa. Una risposta che metta in luce la connessione profondissima fra le politiche neoliberiste degli eurocrati e la crescita delle forze nazionaliste e dei populismi di destra. Una risposta che costruisca una alternativa per i popoli europei. Proprio di questo abbiamo discusso a Napoli negli Study days della Gue/Ngl. Ma la costruzione di questa alternativa è la responsabilità storica che ogni antifascista deve sentire su di sé, e che ci porta a sentirci partigiane sempre.

La testimonianza di Eleonora Forenza è tratta da Left in edicola dal 28 settembre 2018


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