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È possibile conservare l’ambiente e allo stesso tempo creare occupazione e sviluppo? Di sicuro per affrontare questo nodo cruciale servono un cambiamento culturale e una visione politica ed economica diversa rispetto a quella espressa finora sull’ambiente. È quanto sostengono scienziati, economisti ambientali e agricoltori. Davide Marino, docente di Economia ambientale all’Università del Molise prima di tutto ricorda a Left una grande “lezione del passato”, la politica keynesiana di Roosevelt che, all’epoca della crisi del ’29 dette impulso all’occupazione attraverso la spesa pubblica con «un ripensamento del territorio, la riforestazione, la difesa del suolo, la messa in sicurezza dei bacini idrogeografici». Da una scelta del genere deriva un vantaggio, valido allora come oggi: attraverso la spesa pubblica, mettendo in sicurezza il territorio, si risparmiano i costi di un intervento futuro di ripristino dopo un’alluvione o una frana, ben più onerosi. Sono i cosiddetti “costi evitati”: fonte di risparmio, di investimento e anche di sicurezza, quella reale non quella della propaganda.

Il patrimonio naturale e il benessere umano
Ma torniamo alla domanda: è possibile coniugare sviluppo e protezione dell’ambiente? «Da più di vent’anni a livello internazionale la questione viene affrontata attraverso i concetti di capitale naturale, servizi ecosistemici e benessere umano sostenibile. E lo voglio sottolineare perché in Italia, nonostante alcuni recenti segnali incoraggianti, ci sono ritardi culturali e istituzionali in questo ambito», spiega Marino.
Il capitale naturale si chiama così perché fornisce beni e servizi ai processi produttivi dell’umanità, cioè risorse e un ambiente sicuro in cui vivere. Tre anni fa con la legge 221/2015, la cosiddetta norma della Green economy, venne istituito il Comitato del capitale naturale che ogni anno stende il Rapporto sul capitale naturale. Nella…

 

L’articolo di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 7 dicembre 2018


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