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E chi glielo spiega adesso a Luigi Di Maio che con queste accuse di neocolonialismo a Macron sta combinando un’ambaradan? «Una parola così sbarazzina…una reminiscenza abissina», per citare i versi del cantautore anarchico, Alessio Lega. Perché l’Italia e l’Europa hanno i loro scheletri nell’armadio e fuori dagli armadi quei processi agiscono potentemente anche dopo la decolonizzazione. Le schermaglie verbali tra Di Maio e Macron sono l’effetto di una concorrenza spietata tra Parigi e Roma piuttosto che il segnale di una diversità di approccio alla questione africana. Mentre il vicepremier a cinque stelle continua a provocare l’Eliseo perché «pensi a decolonizzare l’Africa», il suo premier Giuseppe Conte gira tra Ciad e Niger e poi vola negli Emirati a supportare le imprese italiane in quegli scacchieri ed Eni – mentre scriviamo – annuncia di aver messo le mani sugli impianti di raffinazione di Abu Dhabi, la più grande operazione mai condotta da quelle parti da un investitore straniero. Tutto ciò mentre i vertici del cane a sei zampe sono sotto processo per la maxi tangente in Nigeria. Continuiamo ad ascoltare Lega, nel senso di Alessio: «Che cosa mai vorrà dire “ambaradan”? / Colonialisti più bravi e più forti / abbiam portato le strade nel deserto / per il grande viaggio di tutti quei morti / L’Amba Aradam è la macchia dell’oblio / è il monumento a Rodolfo Graziani / i gagliardetti di Nassiriya / sono i due marò che fucilano gli indiani». Ventimila i morti etiopi e poche centinaia di italiani nel febbraio del ’36 all’Amba Aradam: una carneficina. Se ieri l’Italia non aveva nulla da invidiare alla capacità stragista di altri colonialismi («siamo stati i primi a usare i gas contro i civili», segnala Gabriele Proglio, giovane storico all’Università di Coimbra che lavora su memoria, migrazioni, confini e dunque colonialismo), anche nelle pratiche neocoloniali siamo in prima fila. Prendiamo il …

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dall’1 febbraio 2019


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