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Tuona contro Maduro, visita il cantiere Tav in Val Susa, indica nel varo della devoluzione il vero punto cruciale per la continuità del governo. Salvini non solo cambia divise come gli attori cambiano abito di scena ma interpreta a suo modo, con movimenti repentini, l’essere di lotta e di governo. Si sa che nella “stabile instabilità”, che è il modo di essere del nuovo ordine mondiale, il movimento e l’evocazione del conflitto sono una caratteristica propria del potere. Specie se si tratta di un nuovo potere populista che deve distinguersi dalle élite.

Sono lontani i tempi della “rassicurante” Democrazia cristiana, la balena bianca. Se poi i populisti al governo sono due, il conflitto tra loro è parte del gioco. Specie se tra poco ci saranno elezioni, ed anzi già si vota per qualche Regione. Quindi Salvini non si perita di varcare i confini del contratto di governo e di fare invasioni di campo. Ma la cosa che colpisce, e spaventa, è che quando lo fa – ogni volta – si trova ad incontrare chi per definizione dovrebbe essere proprio su un’altra sponda e cioè il Partito democratico e l’insieme delle forze che ne hanno caratterizzato ed accompagnato la lunga stagione di governo.

Intendiamoci, sui temi ricordati all’inizio e su molti altri la convergenza non è di oggi. Come non ricordare che la Lega votò con il Pd anche il pareggio di bilancio in Costituzione. O chi può negare la continuità e la contiguità sulle politiche migratorie su punti cardine come il rapporto con la Libia. In realtà, nel ventennio dell’“antiberlusconismo” sono molte più le scelte condivise nell’alternarsi o nel coabitare dei due schieramenti che quelle contrastate. Ma oggi…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


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