Due figure pubbliche si esprimono su Israele e Gaza e la stampa conservatrice ne approfitta per costruire un nemico immaginario: la sinistra illiberale

Nei titoli di molti giornali la controversia è già saldata dentro un dispositivo: alcuni soggetti vengono autorizzati al dubbio, altri consegnati alla diagnosi.«De Gregori, De Luca e l’intolleranza della nuova sinistra illiberale su Israele e Gaza». «La sinistra e i suoi cartellini retorici». «Più Erri De Luca, meno Mamdani». «La lezione di De Gregori, La sinistra non si chiuda e ami la libertà del dubbio». Non sono semplici titoli. Producono una scena discorsiva: da una parte il dubbio, la misura, la distinzione; dall’altra il riflesso, il cartellino, la colpa. Poi arrivano anche De Gregori e De Luca.
Francesco De Gregori rivendica il diritto di non trasformare il palco in tribuna. Erri De Luca scioglie il sionismo dalla destra di Netanyahu e respinge la parola “genocidio” per Gaza, che chiama una distorsione storica e verbale. Intorno fioccano le reazioni: alcune serie, altre solo rumore. Poi arriva la parte che conta: qualcuno raccoglie le scorie e ne ricava una diagnosi. La sinistra sarebbe diventata illiberale, incapace di dubbio, allergica alla distinzione. Da qui in poi non siamo più dentro una polemica. Siamo dentro una piccola macchina di classificazione.
“Illiberale” non è un’etichetta neutra. Marlene Laruelle, storica e politologa che dirige l’Illiberalism studies program, ha mostrato che non è un’ideologia né un regime, ma una categoria relazionale che cambia senso col contesto, al punto che la disciplina che ha coniato il termine si chiede ancora se un illiberalismo di sinistra esista davvero. Contro chi detiene potere, “illiberale” ha un senso: nomina chi svuota le garanzie pur parlando anƒcora la lingua della democrazia. Rivolta contro chi non governa ma critica una posizione pubblica, si capovolge: non misura più un potere, marchia un dissenso. Non si discute ciò che è stato detto, si certifica il difetto liberale di chi lo dice. È un insulto, ma con biblioteca: non sembra ferire, classifica; non sembra colpire, spiega.
Un meccanismo così lavora meglio in un clima preciso. Anton Jäger l’ha chiamato iperpolitica: una politicizzazione continua, febbrile, che fatica a tradursi in organizzazione e durata. La politica ritorna in forme intermittenti, senza luoghi in cui sedimentare: si reagisce, si posta, si chiede conto, si pretende una frase, si punisce un silenzio. Anche i titoli partecipano a questo movimento: non organizzano il conflitto, lo codificano come sintomo. Non chiedono che cosa accada quando Gaza entra nel discorso pubblico; decidono quale patologia lo spiega. Intolleranza, cartellini retorici, tifoseria, mancanza di dubbio. La discussione è già diventata referto. Poi basta una parola, genocidio, e il sipario scende: non si parla più di Gaza, ma del tono di chi la nomina.
Con De Gregori il dispositivo lavora sul silenzio. È Antonio Polito, sul Corriere, a coniare la formula, la «nuova sinistra illiberale», e a dipingere il cantautore come vittima di una purga: colpito non per ciò che ha detto, ma per non averlo detto, per essersi sottratto al “pensiero unico” dello spettacolo. Sullo stesso giornale, Walter Veltroni ne ricava una pedagogia: il silenzio diventa la lezione del dubbio, lo schieramento un modo di pensare totalitario; evoca i «riflessi pavloviani» della sinistra. Ma il dubbio, in questo schema, non circola: scende in una direzione. Il diritto di non lasciarsi catturare dal momento si concede a De Gregori; a chi dubita di quel silenzio, no.
Con De Luca cambia l’oggetto: l’ordine delle parole. Restituire al sionismo la sua profondità, riconoscimento di Israele, due Stati, distanza da Netanyahu, genealogia, memoria, contesto. Alla parola opposta, “genocidio”, che è soprattutto una categoria del diritto internazionale, si concede un solo gesto: il sospetto di eccesso. Tutta la complessità a un termine, un colpo secco all’altro. E la parola privilegiata sta sempre dallo stesso lato, quello della prudenza verso Israele.
La formula appare nuda quando Il Foglio oppone De Luca a Zohran Mamdani, che ha disertato la Israel Parade di New York: «più grammatica, meno tifoseria». Ma la grammatica lavora a senso unico: ciò che chiama distinguere è muoversi verso Israele, ciò che chiama tifo è restare con Gaza. Non si chiede alla sinistra di dubitare, ma di dubitare in una direzione, e di non restare d’accordo con sé stessa.
A questo punto la difesa del dissenso perde purezza. Diranno: proteggiamo il dissenso contro il pensiero unico. Ma il dissenso che difendono ha una direzione sola. La libertà del dubbio si concede a De Gregori, che tace; si liquida chi gli rimprovera idee poco chiare su Gaza con un «il campo di rieducazione può attendere. Nessuno, però, scrive l’editoriale che difende la libertà dell’artista che, invece, dice “genocidio”. Questa è la spia: una difesa della libertà che funziona in un senso solo non è una difesa della libertà.
Ed è qui che si scioglie l’equivoco sulla parola “sinistra”. La diagnosi non viene da un solo fronte: la conia il Corriere con Polito e Veltroni, la rilancia da destra Il Foglio di Giuliano Ferrara, la raggiunge da sinistra Repubblica con Stefano Cappellini, che pure concede crimini di guerra, apartheid, Netanyahu primo responsabile, salvo stringere l’imbuto: dirsi antisionisti significherebbe negare l’esistenza di Israele. Stessa torsione lungo tutto lo spettro. Chi viene esaminato non è un partito né un popolo: è chiunque, da qualunque parte arrivi, tenga ferma una parola su Gaza. La linea non separa la destra dalla sinistra: separa chi attenua da chi nomina.
Il procedimento di Ferrara ha un nome, ed è il cuore della propaganda: il montaggio per contiguità. Le coltellate vicino alle sinagoghe, l’odio antiebraico. Gli insulti sono reali e ripugnanti, e nessuno serio li minimizza. Ma elencarli in fila con la solidarietà palestinese serve a un solo scopo: trascinare la solidarietà per Gaza nel campo dell’odio antiebraico, come se nominare l’una significasse essere già sporchi dell’altro. Una posizione non diventa colpevole per le compagnie peggiori che le si appiccicano addosso.
Niente di questo nega che un problema esista: conformismi, scorciatoie, reazioni che scambiano il giudizio per la sanzione; e pretendere da ogni figura pubblica la formula esatta, insultandola se tace, è davvero una pulsione illiberale. Ma riconoscere il difetto è un conto, usarlo per fabbricare un personaggio collettivo buono ogni volta che la critica disturba è un altro. E nessuno è stato impedito: tutti hanno parlato, scritto, ammonito. Ciò che li disturba non è la fine della libertà di parola, ma la sua perdita di gerarchia, che anche l’editoriale possa diventare discutibile. Censurare significa impedire una parola; criticare significa risponderle. La libertà fa rumore quando torna indietro.
Per questo l’illiberalismo di sinistra è un’invenzione due volte. La prima perché monta frammenti reali, insulti, errori, rigidità, in una figura generale che non esiste. La seconda perché ne sbaglia il nome: chiama “di sinistra” una linea che attraversa destra e sinistra, e che non riguarda le idee ma il tono con cui si pronuncia una sola parola. Il pensiero unico non è dove lo cercano: su Gaza, l’unica risposta ammessa è attenuare. Ciò che chiamano illiberale non è una postura, non è un popolo. È una parola. Genocidio.

Fonte foto WK

L’autore: Valerio Di Fonzo, Ph.D. Candidate, Department of Anthropology, University of New Mexico