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È come spesso capita di corsa, Mimmo Lucano. Sta per andare al Tribunale di Locri, dove spera di avere notizie positive e parla come un fiume in piena. Non si è arreso e la sentenza del 27 febbraio, della Corte di cassazione gli ha ridato speranza. Il giorno prima il procuratore generale aveva chiesto il rigetto del ricorso presentato dai suoi legali per rimuovere il divieto di dimora a Riace ma il Tribunale, sovvertendo i timori ha risposto ieri diversamente. «Tecnicamente abbiamo fatto un passo avanti – dice quasi commosso -. Mentre è stato rigettato il ricorso in merito al “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” (la celebrazione di un matrimonio ritenuto sospetto fra un cittadino di Riace e una ragazza nigeriana ndr) è stato accolto quello relativo all’affidamento a due cooperative sociali della raccolta differenziata. Tutto è stato rimandato al Tribunale del riesame che dovrà decidere se togliermi o confermare il divieto di tornare a casa mia».

«Nel frattempo – prosegue Lucano – i miei avvocati stanno per fare richiesta al Gip che deve pronunciarsi entro cinque giorni. Potrebbero revocarmi l’esilio. Potrei tornare ad essere una persona libera. Chi non può tornare a casa sua non è una persona libera». Il sindaco di Riace, ad oggi sospeso dalle sue funzioni, parte dal fatto che la sua situazione è certamente migliore di tante persone che subiscono ingiustizie infinite in questo Paese, ma è consapevole di come la sua vicenda sia condizionata da una situazione politica, non solo locale, che lo ha posto sotto i riflettori.

«Ritengo che ci sia stato un metodo scientifico nel perseguitare l’esperienza di Riace e mi piacerebbe comprenderne meglio alcune chiavi di lettura – torna a dire il sindaco -. Contro di noi si è agito in modo graduale, attraverso continui appunti, ricorrendo a critiche riguardanti gli aspetti burocratici e con un ruolo determinante giocato dalla Prefettura e da chi determinava l’accesso ai progetti Sprar. Non voglio riutilizzare il luogo comune dell’accoglienza dei migranti come risorsa, ma come fare a non capire che se un paese semiabbandonato rinasce in maniera trasparente è un bene e non un male per lo Stato? Mi hanno accusato per la gestione dei rifiuti che ho affidato a cooperative di disoccupati e rifugiati del paese ma so bene che la questione rifiuti in questa regione è fondamentale per le mafie. Uno strumento di dominio, basti pensare al controllo criminale del termovalorizzatore di Gioia Tauro. Invece di indagare lì si considera criminosa una cosa positiva come la nostra e come altre simili. Personalmente credevo che avrei avuto tutele dallo Stato che invece mi ha aggredito. Si preferisce lasciare abbandonata a se stessa la Locride».

Ne ha per tutti il sindaco che oggi più che mai ha deciso di non arrendersi: «I poteri dello Stato hanno dimostrato ancora una volta di non essere né asettici né neutrali. Ma vi ricordate Berlusconi, la sua carriera, Mangano, Dell’Utri, i legami con Cosa nostra di cui è stato accusato? Lui non ha pagato nulla, io che non sono niente, che vivo in una casa senza riscaldamento, che ho dovuto fare una colletta per andare avanti mi ritrovo in questa condizione. I poteri forti, la massoneria sono da un’altra parte, quelli come noi che continuano a portare avanti gli ideali della sinistra ne pagano le conseguenze».

Lucano racconta di come la sua non sia una storia individuale. Nell’autunno del 2017 il Comune di Marina di Gioiosa Jonica, da molti chiamata semplicemente Gioiosa Marina, con un’esperienza di trasparenza e di accoglienza simile a Riace, venne sciolto per infiltrazione mafiosa dalla stessa Prefettura. Due giorni fa il Tar del Lazio, accogliendo totalmente il ricorso presentato, ha restituito, come si dichiara in un comunicato Anpi, la democrazia al Comune ribaltando totalmente le accuse e giudicando virtuosa questa amministrazione. E di casi simili ce ne sono molti. «Prima – riprende Mimmo Lucano – le mafie sparavano e penso a Rocco Gatto, a Giuseppe Valarioti, a Pino Puglisi e a Peppino Impastato. Oggi lo Stato o suoi settori deviati quando non la mafia stessa non ti ammazzano ma ti debbono distruggere. Debbono uccidere il messaggio pericoloso di cui si è portatori. Non immagini il piacere che mi ha fatto quando, dopo il mio esilio, ho ricevuto l’invito dai compagni di “Casa Memoria Giuseppe e Felicia Impastato” ad essere ospitato da loro a Cinisi. Mi sono sentito ancora più legato ad una storia che ha segnato la vita di molti di noi. Intanto però mi accorgevo che c’era la volontà di distruggere non solo me ma una intera comunità, una scuola che aveva riaperto dopo l’abbandono, di costringere ancora i miei concittadini ad emigrare come hanno dovuto fare i miei figli».

«C’è chi vuole che vincano la rassegnazione e il silenzio rotto solo dalla violenza – accusa Lucano – chi vuole togliere senso alla vita per chi resta qui. Cosa fanno oggi a Riace quelli in cassa integrazione che lavoravano con noi? Io sono accusato e intanto qui non funzionano né trasporti né ospedali e lo Stato trova solo il tempo per accanirsi contro di me. Dopo 18 mesi di intercettazioni hanno scoperto che non mi sono messo neanche una lira in tasca, ecco il risultato. E io sarò orgoglioso di andare sotto processo, non farò come Salvini che si è protetto anche col sostegno di chi aveva garantito di cambiare l’Italia in nome dell’onestà».

In questi mesi Mimmo Lucano ha girato per molte piazze italiane, ha ricevuto cittadinanze onorarie, in nome della sua esperienza oltre 95 mila persone, 2.400 docenti, 1.400 associazioni hanno proposto la sua candidatura al Nobel per la Pace con un comitato di cui Left è fra i principali animatori. Dovunque andava, in tv come negli incontri pubblici, ha trovato accoglienza, calore e stima e non si è limitato a questo.

Nei mesi passati da esule nel vicino comune di Caulonia, ha continuato ad occuparsi dei temi che lo appassionano e in particolare è stato spesso nel “ghetto” di San Ferdinando, una baraccopoli in cui vivono da oltre dieci anni centinaia di persone in attesa di essere sfruttati sui campi. In poco tempo, tre persone, tre giovani, vi hanno trovato una morte atroce, arsi vivi mentre tentavano di riscaldarsi dal freddo. È sorto un comitato, animato anche da Alex Zanotelli che ne chiede la chiusura, non per fare altri container ma per garantire accoglienza e vita dignitosa a tutti.

«Anche Salvini dopo l’ennesima morte dice di volerlo chiudere ma per lui il problema è solo cacciare le persone – riprende Lucano -. Quando giro fra queste baracche mi si conferma la sconfitta dello Stato. Sfruttamento lavorativo, pagando chi raccoglie le arance 70 centesimi a cassetta, degrado umano e ambientale, capanne, fognature a cielo aperto e melma che galleggia nell’acqua. Ecco quello che vedo. Un ragazzo mi diceva giorni fa “voi parlate ma sono anni che viviamo così”, era arrabbiato e sconfortato e aveva ragione. Ma qui nessuno apre inchieste, nessuno indaga, nessuno finisce sotto processo. Si processa l’accoglienza e la capacità di vivere insieme. È questo il nostro vero crimine».

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