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Patrimoniale è una parola che incute timore in un Paese come l’Italia, caratterizzato storicamente da una diffusa proprietà immobiliare e da una robusta propensione al risparmio. Da un lato le imposte sulla prima casa sono state sempre vissute come una vessazione, al punto da garantire forti dividendi elettorali a chi si facesse garante della loro abolizione. Dall’altro ricordiamo ancora con un brivido il prelievo forzoso imposto da Amato sui nostri conti correnti, alleggeriti in una notte per salvare il bilancio dello Stato. Tutto questo è assolutamente comprensibile e persino condivisibile.

I lavoratori italiani hanno investito nell’acquisto di un immobile parte significativa del proprio reddito, costretti peraltro a farlo da un mercato degli affitti penalizzante e dall’assenza di investimenti in edilizia residenziale pubblica di qualità. Allo stesso modo per molte famiglie i soldi lasciati sul conto corrente o investiti in titoli di Stato sono ciò che rimane dopo aver fatto studiare i figli e in attesa di doverli impegnare per garantire a se stessi e ai propri cari un’adeguata assistenza nella terza età. Il welfare studentesco è infatti carente come non mai, allo stesso modo di quello previsto per chi non sia più autosufficiente.

L’idea che lo Stato possa imporre ulteriori prelievi a chi ha già pagato fino all’ultimo centesimo tasse sul reddito e sui consumi, ricevendo spesso in cambio servizi carenti, è ovviamente impopolare. Deve quindi essere chiaro che noi parliamo d’altro. Oggi in Italia una serie di imposte sul patrimonio esistono. Lo sa bene chi possiede una vecchia utilitaria su cui paga il bollo, allo stesso modo di chi ha qualche risparmio, per non parlare di chi si trovi ad ereditare una modesta seconda casa, magari invendibile, subito gravata da un’Imu salatissima. Per non parlare degli artigiani, su cui la proprietà di un capannone rischia di pesare in modo insostenibile. È invece salva la prima casa di chiunque, fosse anche un attico di lusso nel centro di Milano, così come sono irrisori i prelievi sui grandi patrimoni finanziari e sulle rendite che ne derivino.

A queste disuguaglianze deve essere posto rimedio, in un Paese in cui il 5 per cento più ricco della popolazione ha un patrimonio pari al 90 per cento più povero, o in altre parole 10 persone “valgono” come 10 milioni. Quando noi diciamo “patrimoniale” intendiamo un’unica imposta progressiva sul complesso del patrimonio mobiliare o immobiliare, detenuto in Italia o all’estero, con una franchigia di un milione di euro. Significa che in tanti pagheranno meno di quanto paghino ora, e in pochi molto di più, con un saldo generale positivo per le casse dello Stato, ma soprattutto con un elemento decisivo di equità inserito nel sistema. Poi potremo discutere se le risorse aggiuntive debbano essere destinate al welfare, a maggiori investimenti o ad assunzioni nei settori chiave del pubblico impiego. Avremo tuttavia cominciato ad affermare il principio decisivo che mai come oggi il capitalismo determina l’accumulazione in poche mani delle risorse, e che quindi il compito della sinistra debba essere quello di intervenire per redistribuirle.

Chi si dichiara contrario dimostra solo di essere rimasto con la testa al secolo scorso, incapace di comprendere le gigantesche trasformazioni che la finanziarizzazione dell’economia ha determinato nel rapporto fra reddito e patrimonio, a tutto vantaggio del secondo. Rimane inoltre prigioniero della propaganda che impedisce di vedere quanto asimmetrica sia stata la crisi che ha colpito il nostro Paese, peggiorando drasticamente le condizioni di vita di tanti, ma a tutto vantaggio di un’esigua minoranza che ha lucrato sulla situazione. Mai come ora quindi una patrimoniale avrebbe un senso di riparazione e riequilibrio dei costi sociali degli ultimi anni.

La sinistra ha bisogno di obiettivi e di parole d’ordine: questa è la prima della lista.

Giovanni Paglia è stato deputato della XVII legislatura ed è esponente di Sinistra italiana

L’editoriale di Giovanni Paglia è tratto da Left in edicola dal 12 aprile 2019


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