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Durante il volo aereo egli impose delle condizioni: limitarsi esclusivamente ad alcuni schizzi preliminari a mano libera per il progetto, che andava sviluppato in modo compiuto solo dopo aver speso un po’ di tempo sul sito destinato ad accoglierlo; accettare inizialmente solo un rimborso spese, con la promessa di essere pagato da alcune personalità importanti al termine del lavoro; segretezza assoluta su tutti gli aspetti, in particolare divieto totale di fotografie o riprese durante e dopo il cantiere, sia per questioni di privacy, sia perché egli voleva riservarsi la possibilità di girarne un film o qualcosa di simile. Il tecnico accettò. Una volta arrivati sul sito, disse di fare attenzione all’ambiente. Di riconoscere quali erano i venti prevalenti e di osservare il mare che era di fronte e su cui era difficile non posare gli occhi; di ascoltare bene i rumori: le onde che si rifrangevano sulla roccia, il verso dei gabbiani, il fruscio della vegetazione; di assorbire profondamente i profumi del posto; di aspettare un temporale estivo per sentire l’effetto della pioggia sulla pelle e il suo suono; di annusare l’odore del granito.

La casa di Antonioni realizzata da Dante Bini

Questa del granito destò sorpresa: quale essenza può avere la roccia? Andarono a Santa Teresa di Gallura, in un sito sul mare dove il regista fece spaccare un frammento dallo scalpellino e lo porse all’architetto, dicendogli che nell’odore del granito poteva sentire la scia millenni di ere geologiche e farsi un’idea dell’universo. Egli constatò che effettivamente quella pietra appena spaccata aveva un suo carattere olfattivo. Al termine di questo lungo sopralluogo silenzioso, il committente disse al tecnico che nella sua nuova casa estiva voleva ogni aspetto dell’ambiente esterno che avevano esperito, voleva vedere il mare appena aperta la porta di casa per avere continuità di contatto visivo con l’elemento, voleva sentire tutti i profumi della vegetazione dall’interno, compreso il rumore della pioggia e gli odori che si sprigionavano in seguito ai temporali.

Dopo l’interessantissima giornata di studio organizzata dalla società Ventisecondi a Roma su Michelangelo Antonioni dello scorso 16 febbraio, che ha indagato vita e opere del geniale regista ferrarese con grande profondità e precisione inedita, forse vale la pena raccontare alcuni aspetti della vicenda riguardante la dimora estiva del regista in Sardegna presso la Costa Paradiso, poiché si tratta di un’operazione particolare anche a livello architettonico. Per accontentare Antonioni, l’architetto Dante Bini, che aveva appena brevettato un sistema di costruzione a cupola in cemento armato sostenuta da un sistema di rigonfiamento ad aria compressa, ne realizzò una con un grande foro sulla sommità, in modo tale che sole, vento, pioggia, profumi e suoni della natura potessero entrare a sostentare un giardino interno che avrebbe restituito l’ambiente esterno dentro l’abitazione. Antonioni apprezzò molto questa soluzione. Di fronte all’ingresso, al termine del disimpegno, realizzò una porta a vetri per l’accesso al grande soggiorno, a sua volta dotato di una lunga e ampia vetrata affacciata sul mare, di modo che appena entrati in casa l’azzurro dell’acqua fosse immediatamente visibile. La scala a parete che dalla porta a vetri conduce in basso davanti al finestrone sul mare è formata da gradini tutti diversi tra loro, grezzi e realizzati in granito a spacco, che in molti punti sono giusto all’altezza del naso per una persona di media statura. Gli interni della villa sono scarni, pavimentati in lastre di pietra e con pareti bianche trattate ad intonaco grezzo e irregolare su cui è lasciato visibile il movimento della cazzuola.

Il regista volle realizzare questo suo rifugio d’amore insieme a Monica Vitti, in gran segreto e lontano da occhi indiscreti. Fu proprio l’attrice a suggerire al regista il nome di Bini, che all’epoca aveva appena brevettato il nuovo sistema costruttivo. Una volta sviluppati i disegni, Antonioni si rifiutò di vederli nella sua casa romana e volle osservarli direttamente sul sito in Sardegna. Arrivati in loco, l’architetto mostrò il suo lavoro, che venne energicamente e bruscamente cestinato per motivi di scarsa utilità degli elementi bidimensionali nella comprensione di un oggetto che doveva essere tridimensionale, e quindi gli venne chiesto di realizzare un modello plastico in modo da poter osservare concretamente gli spazi. Una volta pronto, il regista studiò l’oggetto in silenzio per molto tempo, osservandolo da ogni prospettiva e impedendo il tentativo di descrizione cui Bini si accingeva con un’apprensione che cresceva a dismisura. Alla fine disse che andava bene, voleva solo una modifica circa la svettante canna fumaria che era davvero brutta, che doveva quindi essere inclinata e direzionata in modo da seguire i venti prevalenti per l’allontanamento dei fumi. L’architetto la modificò prontamente e anzi la fece camminare sdraiata lungo la superficie della calotta. La distribuzione interna su due piani ha un andamento originale, praticamente non esistono stanze con angoli retti o geometria regolare, l’insieme richiama concettualmente un moderno nuraghe, come ha ricordato l’architetto più volte. I disimpegni sui due livelli si trovano di fatto all’aperto poiché girano intorno allo spazio-giardino illuminato dall’apertura centrale sulla cupola. Quest’ultima è rivestita all’esterno con un sottile strato di intonaco ottenuto polverizzando le rocce circostanti in modo da accordarsi ai colori dell’ambiente, e consiste in una soletta di cemento armato che in virtù della tecnica adottata è di spessore molto sottile, le cui aperture per porte, finestre ed oculo centrale sono state ricavate bucando successivamente la calotta ricavata con un unico getto.

Il sistema costruttivo elaborato da Bini si inserisce perfettamente nel panorama di ricerca futuristico degli anni del boom economico, che aveva prodotto in Italia edifici ed oggetti di indubbio valore, dalle sperimentazioni di Pierluigi Nervi al design di Giugiaro. La bellezza di questa costruzione è nella sua dichiarata intenzione di non volersi mimetizzare nello struggente panorama naturalistico della costa sarda, in quella rottura poetica con il contesto contrapponendo un volume metafisico alla variabilità dell’ambiente. La costruzione fu rifugio dei due amanti per tutta la durata della loro storia; in seguito venne frequentata dal solo Antonioni fino alla metà degli anni 80, e adesso è sorprendentemente in stato di abbandono, il che le conferisce paradossalmente un fascino ancora maggiore, apprezzabile nel film del 2016 Cupola, diretto dal regista Volker Sattel. Dal canto suo Dante Bini ha ricordato più volte nel corso degli anni quel particolare rapporto con un geniale committente che parlava poco e faceva richieste categoriche, costringendolo e esprimere meglio la propria originalità. Qualche tempo dopo l’architetto realizzò vicino a questa un’altra cupola, più piccola della prima, attualmente ristrutturata e affittata stagionalmente come casa vacanze, e da allora fece di questa sua invenzione un’attività su ampia scala, tanto che ad oggi possiamo contare nel mondo più di 1500 costruzioni in 23 diversi Paesi realizzate con il suo sistema. L’architetto premio Pritzker Rem Koolhas ha definito la cupola di Antonioni uno degli edifici residenziali più belli del Novecento. Attualmente ancora attivo, Dante sta portando avanti insieme al figlio Niccolò Bini la ricerca delle Binishells dalla sede californiana della sua società.

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