Approda a Villa Lazzaroni Summer Fest, il 2 giugno, il progetto Radici di Ada Montellanico, voce tra le più note nel panorama jazz italiano, affiancata da Simone Graziano al pianoforte e da Filippo Vignato al trombone. Incontriamo la cantante romana, che si appresta a un’estate di concerti, per parlare del suo progetto che ha preso vita a fianco di due eccellenti musicisti. Il tema principale, le radici, vuole indagare e proporre un repertorio che parte dall’origine del jazz, e cioè il blues, nella sua più ampia accezione e nel suo significato musicale, ma anche storico e sociale. Le protagoniste sono le artiste donne che hanno saputo esprimere, in vario modi, questo linguaggio universale che non è solo la musica, ma anche la lettura del sociale. Un progetto che, per il suo continuo divenire, non è ancora un album, ma che è possibile godere dal vivo.
Ada, come nasce Radici, il progetto che porterete a questo festival, che quest’anno promette di essere ancora più ambizioso?
Il progetto nasce da una mia idea, poi ho coinvolto Simone e Filippo. È diventato un lavoro a tre per le improvvisazioni, lo scambio, la scelta del repertorio. Raccontiamo le donne del blues, e non solo, con tutta quella che è la loro valenza sociale, civile, politica.
Chi sono le donne che avete scelto e perché?
I brani da scegliere sarebbero stati tanti, ma ho iniziato da quello che è una sorta di manifesto e lo è stato ai tempi in cui è nato, e lo è tutt’ora purtroppo, perché celebra l’emancipazione femminile. È di Ida Cox, Wild women don’t get the blues. Ci sono poi brani di donne artiste che si sono espresse attraverso la musica per fare denunce riguardanti vari argomenti. Quindi, Tracy Chapman, che non è una donna di blues, ma è una grande cantautrice degli anni 80, con Accross the lines, un brano sul razzismo, sulla discriminazione razziale degli afroamericani con cui inizio il concerto. Ci sono brani di Dinah Washington, altra interprete di blues e jazz eccellente, ma anche di Abbey Lincoln cui ho anche dedicato un album in passato. Realizziamo poi brani come Black coffee che parla delle donne relegate al mero ruolo di casalinghe, quindi una denuncia di una visione retrograda dello stato femminile. C’è un bellissimo brano, Sing me softly of the blues, di una grandissima compositrice, che è anche una delle poche direttrici di orchestra nel mondo del jazz, che si chiama Carla Bley. Radici è un po’ legato sia alle donne del blues, ma soprattutto ai brani scritti o interpretati da donne che in qualche modo denunciano realtà di subalternità. Un discorso di disuguaglianze.
A proposito di sociale, di temi di denuncia, da tempo porti avanti, sempre insieme ad altre artiste, ma anche artisti, Voci per la Palestina, un movimento nazionale che è nato per promuovere i diritti umani di Gaza. Come procede l’attività?
È un progetto che è sempre vivo, ci riguarda tutti. Sicuramente rifaremo qualcosa a settembre, perché l’attenzione non cali. È recentissima tutta la vicenda drammatica della Global Sumud Flotilla che ha permesso di rifare luce su quello che accade a Gaza perché non se ne parlava più. Abbiamo saputo dagli stessi attivisti intervistati di quello che accade nelle carceri israeliane, ed è qualcosa di abominevole. Evviva le grandi donne e i grandi uomini della Flotilla che hanno rimesso sui media l’attenzione sul dramma del genocidio!
Tornando a Radici, è un progetto già realizzato dal vivo, che poi è la sua vera natura, da quello che racconti.
Sì, è nato l’anno scorso e piano piano si è sviluppato anche nella forma. Lo abbiamo inaugurato al Pisa Jazz, lo abbiamo portato anche a Roma, alla Casa del Jazz, all’Alexander Platz. Siamo andati anche a Oslo, saremo a Copenaghen. Il progetto sta avendo successo perché si crea una bella situazione sul palco: ci sono i brani, c’è la parte cantata, ma c’è anche molta improvvisazione e quindi c’è un grande dialogo tra noi. Per questa ragione, non voglio entrare in sala per fare un disco perché mi sembrerebbe di congelare qualcosa che è sempre in movimento. In ogni concerto accadono cose che non sono accadute nel concerto precedente.
Come hai scelto i musicisti per affiancarti in questo progetto?
Nasce da me la scelta di questa formazione molto particolare perché non esistono formazioni con voce, trombone e pianoforte. Io poi amo il trombone e si crea una situazione di suono molto particolare. È diventato un trio a tutti gli effetti perché lavoriamo tutti con pari ruolo, concorriamo tutti e tre, allo stesso modo, alla costruzione della musica.
Anche negli arrangiamenti?
Il lavoro maggiore, su alcuni brani, è stato fatto da Simone, ma ci sono altri interventi fatti da Filippo. Io anche ho dato le linee di alcune cose che poi abbiamo sviluppato insieme. È un progetto di gruppo in questo senso. Per il repertorio i brani sono stati scelti da me, però per come si doveva sviluppare è nato insieme.
Ci presenti i due artisti che ti affiancano e che vedremo accanto a te anche il prossimo 2 giugno?
Sono due grandissimi musicisti. Con Filippo Vignato lavoro da 15 anni e di lui mi ha colpito il suo suono del trombone che è molto speciale, molto unico. Simone Graziano ha un modo di suonare il piano che è molto particolare perché ha una originalità legata all’uso del piano come strumento percussivo. Quando scelgo musicisti per creare un nuovo progetto penso sempre al modo che hanno di suonare, all’idea che hanno della musica. Il mio progetto deve essere in sintonia con la loro visione della musica e sul palco si crea sempre qualcosa di nuovo, è una sorta di sperimentazione che posso fare perché sono due musicisti che amano lavorare in questo senso. Il timbro della mia voce che è scuro con quel modo di suonare il pianoforte e il trombone è stato riconosciuto, anche dai critici, molto unico.
Il 2 giugno ricorrono gli 80 anni dalla conquista del voto da parte delle donne italiane, proprio per questo i contributi artistici del festival saranno dedicati a questa ricorrenza. Quanto è importante, ancora oggi, parlare di donne nella musica?
Le blues women sono state le prime donne che, attraverso la musica, hanno avuto il coraggio enorme di esporsi. È molto importante parlare di donne nella musica anche perché continuiamo ad essere poche. Va benissimo la donna pianista, quella che suona l’arpa, ma anche la cantante, però c’è una percentuale bassissima di strumentiste, di tecnici donne di festival, di produttrici discografiche. La musica è diventata un mezzo di espressività non solo artistica, ma anche strumento di sensibilizzazione per alcuni argomenti che per me sono centrali e che il progetto Radici racchiude.
L’appuntamento: Il festival che negli ultimi anni si è affermato come una delle esperienze culturali più originali dell’estate romana, avrà luogo dal 28 maggio al 7 giugno e sarà gratuito
Foto di Stefano Barni




