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Per fare una corrente, ci hanno insegnato i “trenta gloriosi” anni democristiani, ci vogliono un capo-corrente, alcuni fedeli e un programma. Matteo Renzi riunisce Ritorno al futuro e il Comitato di azione civile il 12 luglio a Milano e consegna a Repubblica alcuni punti sui quali i suoi fedelissimi si stanno già esprimendo. A differenza della Democrazia cristiana però, il correntismo di Renzi si definisce prima di tutto contro il proprio partito, il suo vero antagonista. L’attacco che sferra contro il Pd è durissimo. E soprattutto è giocato su una premessa: che chi legge abbia la memoria corta, che il presentismo sia la disposizione mentale e psicologica, fuori e dentro il suo partito. Renzi si mobilita contro coloro che erano i maggiorenti del Pd quando egli era segretario e ai quali imputa, oggi, la debolezza del Pd di Nicola Zingaretti.

I bersagli di Renzi sono due: il governo Gentiloni e l’ex ministro Marco Minniti. L’accusa verte su due fatti: l’esasperazione del tema degli sbarchi; il non aver voluto la legge detta dello ius soli.
Qui starebbe secondo Renzi l’inizio del declino del Pd, non il 4 dicembre 2016 con la sberla ricevuta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Il declino sarebbe partito con il governo Gentiloni dunque, e con la truppa di parlamentari che Renzi non controllava. Sarebbe partito con il «funesto 2017», quando «abbiamo sopravvalutato» la questione migratoria considerando «qualche decina di barche che arrivava in un Paese di 60 milioni di abitanti, “una minaccia alla democrazia”».

Dov’era Renzi quando tutto questo succedeva? Era segretario del partito. Delle due l’una: o allora anch’egli la pensava esattamente in quel modo, oppure era un segretario debole, impotente a far sentire la sua voce. Visto il carattere dell’uomo, siamo propensi a considerare la prima ipotesi come quella più credibile. Renzi sta…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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