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Il Pd si è chiuso in conclave annunciando una prossima rifondazione. Il segretario Nicola Zingaretti promette un partito più inclusivo, aperto alla società civile, ai sindaci, ai movimenti, a cominciare da quello delle sardine. Il M5stelle, intanto, rischia l’implosione, fra espulsioni, tentativi di mettere a tacere la dissidenza interna, mentre il capo politico Luigi Di Maio convoca gli Stati generali a marzo. Un momento di grossa crisi può essere anche una preziosa occasione di cambiamento per le due forze che al momento galleggiano con il governo Conte II. Una crisi che in nuce contiene una possibilità di trasformazione, se si ha il coraggio di affrontarla fino in fondo, senza infingimenti, se si evitano operazioni di mero maquillage.

E allora, da osservatori esterni, saldamente collocati a sinistra, in una sinistra antifascista e dei valori, basata su libertà, uguaglianza, antirazzismo, laicità, ci permettiamo non dico di dare suggerimenti, ma certamente di fare qualche osservazione, segnalando gli elementi di discontinuità che ancora stentiamo a vedere in questo governo.

Il primo riguarda il lavoro, di cui torniamo a occuparci in questo numero con cui vogliamo riaccendere la discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per rimettere al centro le persone, i bisogni, le esigenze di socialità e affetti e la qualità della vita, sempre più aggredite in un mondo del lavoro in cui imperano disoccupazione precariato, frammentazione, mancanza di tutele, anche a causa di misure neoliberiste come il Jobs act e la cancellazione dell’articolo 18.

Il secondo, urgente, segnale di discontinuità riguarda i diritti umani e la mancanza di politiche riguardo all’emigrazione e all’immigrazione. Sotto questo riguardo colpisce la mancata abrogazione dei due decreti Salvini. Non basta emendarli. Occorre una nuova legge sull’immigrazione per la costruzione di corridoi umanitari legali, cancellando finalmente l’orrore della Bossi Fini. La cronaca però ci dice che poco o nulla è cambiato da quando Salvini da ministro degli Interni avocava a sé completi poteri per una cinica e disumana politica dei porti chiusi. Sì, certamente, è cambiato il linguaggio, il tono, ma non sono cambiate le politiche.

Mentre scriviamo, la Sea Watch è bloccata a largo della Sicilia con 119 naufraghi a bordo e la Open Arms davanti a Lampedusa, con 118 persone, fra i quali 35 minorenni. Come accadeva ai tempi di Salvini senza un place of safety assegnato dall’Italia. E nei giorni scorsi una multa da trecentomila euro è stata notificata a Claus Peter Reisch, comandante della Lifeline, Ong impegnata per il recupero dei naufraghi nel Mediterraneo.

Intanto la guerra per procura che divide la Libia e che vede tanti contendenti stranieri – a cominciare da Erdogan e Putin – gareggiare per spartirsi territori e affari, sta generando una grave crisi umanitaria. Civili libici sono costretti a fuggire, a cercare vie di scampo verso il confine tunisino, oppure, disperati, affrontano il Mediterraneo. E sappiamo quale sorte li attende. Con le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica (foraggiata di mezzi italiani) che fanno muro e operano respingimenti in violazione delle convenzioni internazionali. Come è stato dimostrato, fra loro, ci sono anche trafficanti. In questo quadro c’è chi torna a osannare Minniti, come grande esperto di Libia e possibile inviato europeo per gestire la crisi. Come se non fosse stato lui, quando era ministro del governo Gentiloni, a fare accordi con i capi clan libici e ad avviare la campagna di criminalizzazione delle Ong.

Da questo governo, come segno di discontinuità, ci aspetteremmo una gestione della crisi internazionale (accelerata dall’atto di guerra di Trump) incentrata su azioni diplomatiche, non sull’invio di contingenti militari, come invece ha proposto nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Di Maio, parlando in un’intervista a La Stampa di invio Caschi blu europei, in un quadro di legalità internazionale sancito dall’Onu. In un momento in cui nel dibattito politico e televisivo si sentono solo voci preoccupate per il perduto ruolo egemonico dell’Italia che – a loro dire – andrebbe riaffermato con forza, vorremmo ricordare che nell’articolo 11 della Costituzione c’è scritto che «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

In questo quadro, noi che abbiamo sempre stigmatizzato il populismo di Conte e il suo essere stato prono alle politiche xenofobe del governo giallonero, dobbiamo dire tuttavia che abbiamo apprezzato le parole che ha pronunciato ad Ankara a margine della conferenza stampa e riportate da Radio Radicale parlando dell’Italia come mediatore di pace, «che non si muove per il proprio bieco interesse», ma «per l’indipendenza e l’autonomia del popolo libico». Speriamo che non restino solo parole. Sostenere il processo democratico e mettere al centro i diritti umani è oggi più che mai prioritario, memori delle nostre enormi responsabilità rispetto al fallimento dello Stato libico non solo in tempi recenti, ma fin dai tempi lontani quando il generale fascista Rodolfo Graziani guidò le operazioni militari in Libia ed Etiopia che causarono un genocidio.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 17 gennaio

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