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Un virus invisibile sta riemergendo, il virus della sinofobia. Un virus che ha conosciuto picchi altissimi in passato in Occidente, pensiamo per esempio alla guerra dell’oppio, una guerra di narcotrafficanti e di aggressione a Cina che fu celebrata dai liberali inglesi e francesi (da Mill a Tocqueville) come crociata per la libertà. Oppure pensiamo al veleno del Chinese Exclusion Act con cui nel 1882 gli xenofobi nordamericani ottennero e imposero misure contro l’«invasione» dei cinesi. Quella legislazione sinofoba varata negli Usa fu poi presa a modello per la legislazione antisemita in Austria e Germania. Parliamo di un passato agghiacciante che per fortuna è morto e sepolto. Ma dobbiamo stare attenti, perché la sinofobia può assumere oggi nuove forme striscianti e sottili, sotto il manto della paura del contagio da coronovirus.

E se per il coronavirus possiamo ragionevolmente sperare che si possa arrivare presto ad un vaccino (l’Oms dice che ci vorranno 18 mesi), purtroppo non esiste un vaccino che debelli una volta per tutte il virus dell’ignoranza e del pregiudizio.
Possiamo però combatterlo con le armi dell’informazione approfondita e verificata.

Contro il sensazionalismo, contro l’irresponsabilità di chi specula sulla paura, contro il lucido cinismo di politici che fomentano la xenofobia per poter imporre politiche autoritarie, abbiamo intrapreso un lungo viaggio da Roma a Pechino passando per Hong Kong. Guidati dai sinologi Federico Masini e Mauro Marescialli siamo andati a vedere cosa sta accadendo in Cina, dove colpisce anche la straordinaria reazione dei cittadini di fronte al rischio pandemia, il senso di coesione sociale e di attenzione all’interesse collettivo, ricordando il coraggio di figure come il giovane oculista Li Wenliang («nuovo Semmelweis», come lo definisce Masini) che fra i primi ha dato l’allarme e per questo è stato censurato prima di ammalarsi e morire prematuramente a 35 anni.
Con la collega Marina Lalovic (voce di Radio3 Mondo), invece, siamo andati ad Hong Kong dove proseguono le proteste per la democrazia nonostante l’emergenza coronavirus e dove i manifestanti chiedono in primis una inchiesta sulle violenze perpetrate dalla polizia.

A ben vedere i provvedimenti che i governi stanno mettendo in campo contro il coronavirus non sono sempre dettati strettamente da protocolli medici e sanitari. Alcuni stanno approfittando dell’emergenza per far passare altri messaggi. Emblematico, in questo senso, è il caso dell’Australia che ha messo in quarantena chi viene da Wuhan obbligandolo a fermarsi sulla Christmas Island, a duemila miglia dalla terraferma. Per anni le autorità australiane hanno rinchiuso i migranti senza documenti in campi offshore. «Non contaminerai il suolo australiano» è il messaggio che Canberra lancia utilizzando il coronavirus, denuncia Kenan Malik. Stabilire un falso nesso fra immigrati ed epidemie è un’operazione criminale che ha caratterizzato i momenti più bui della storia.

A questo proposito lo studioso e broadcaster inglese sul Guardian ci ricorda che nel medioevo cristiano fu gettata addosso agli ebrei la colpa della peste nera ma anche che nella Gran Bretagna del XIX secolo i lavoratori irlandesi furono additati come capri espiatori per le epidemie di colera. La caccia agli untori e la stigmatizzazione di migranti e minoranze come portatori di malattie è un esercizio criminale che ha caratterizzato non solo i regimi in senso classico. Ed è una “pratica” che arriva fino a noi e ai nostri giorni. Basta pensare a certi titoli apertamente razzisti del quotidiano Libero (che peraltro gode di lauti finanziamenti pubblici). «I migranti portano le malattie» ha titolato il quotidiano fondato da Vittorio Feltri, affermando il falso. Come molti studi dimostrano, sono ovviamente sempre i più sani a partire. Semmai rischiano di ammalarsi dopo, qui da noi, per le pesanti condizioni di miseria, ostilità e sfruttamento che dovono sopportare.

Un’altra operazione criminale è quella di etnicizzare virus e patologie, creando ad arte sospetti che generano avversione e chiusure. È quello che purtroppo sta avvenendo con il coronavirus, come denunciano anche i cittadini di origine asiatica intervistati da Amarilda Dhrami nel quartiere Esquilino e in altri quartieri di Roma. Guardati di traverso, presi a male parole ostracizzati da chi assurdamente parla di “pericolo giallo”, non sono solo immigrati e turisti, ma anche persone di origini asiatiche residenti qui da anni e che non sono più tornati in Cina. È il caso per esempio della cantante lirica Lika Bi che, come riporta il Gazzettino, è stata costretta a camuffarsi per non essere aggredita per strada a Venezia.

Il sito Cronache di ordinario razzismo sta facendo un lavoro meritorio raccogliendo e segnalando di giorno in giorno questi episodi di sinofobia, in rapida crescita. Della paura approfittano organizzazioni parafasciste come Forza Nuova distribuendo volantini con la scritta «Coronavirus? Compra italiano». Ma colpisce che anche enti culturali e istituzioni si facciano prendere sull’isteria. Ha fatto molto discutere in questo senso la circolare del Santa Cecilia a Roma che esclude dalle attività tutte le persone di origine asiatica se non si siano sottoposte a visita medica.

In questo clima di crescente caccia alle streghe merita un plauso la visita a sorpresa del presidente Mattarella in una scuola multietnica di Roma ma anche la sua idea di concerti di amicizia Italia-Cina. Fare cultura, incoraggiare la conoscenza e l’incontro con l’altro è la strada che abbiamo scelto anche noi, costruendo questa storia di copertina in cui una parte importante è assegnata al ruolo dell’informazione scientifica. Dobbiamo prendere sul serio il rischio per la salute rappresentato dal coronavirus. Ma per questo non servono allarmismi, servono i consigli dei massimi esperti del settore. Ecco cosa ci hanno detto sulla pericolosità del virus, sui rischi di contagio e sull’importanza della prevenzione.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 14 febbraio

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