Ci sono due battaglie, contemporanee anche se trattate in modi dissimili: una sul campo (e il campo sono le strade che andrebbero liberate per rallentare il contagio) e una sulla politica, che poi la politica sarebbe le disuguaglianze da appianare e da sottoporre al Parlamento per trovare una giusta e rapida soluzione. E invece no, e invece il “nessuno rimanga indietro ai tempi del coronavirus” diventa una mantra che si ripete nelle dirette Facebook, quelle che hanno sostituito le conferenze stampa perché si evita quella pessima abitudine di dover rispondere alle domande. E intanto le macerie sociali oltre che sanitarie rimangono per terra e quasi tutti che ci passano sopra, quasi scavalcandole. Partiamo dalla fine, dall’ennesimo decreto che avrebbe dovuto chiudere tutto e che lascia in giro per l’Italia, afferma il costituzionalista Enzo Di Salvatore «almeno 3,5 milioni i lavoratori ancora impegnati, dal 20% al 25% dell’intera forza lavoro del Paese ma le maglie larghe potrebbero far salire la quota anche al 35-40%». Lavoratori impegnati assiduamente a sfiorare il virus in nome del profitto e agli ordini di Confindustria terrorizzata dal dover rallentare prendendo coscienza di quello che accade intorno. Il premier Conte, sollecitato da alcuni presidenti di Regione, si è accorto che non avrebbe retto a lungo la narrazione che vedeva i corridori sotto casa come untori unici di un virus che sfugge da giorni a qualsiasi previsione ed è dovuto correre ai ripari ritirando fuori dal tappeto i lavoratori che sono costretti a operare in condizioni di insicurezza e a stretto contatto con la possibilità di contagio. L’avevamo scritto in tempi non sospetti: l’imperativo di stare a casa rischia di risuonare come vuota retorica se non si permette di restare a casa alle categorie più deboli. E diventa impossibile pensare a una rinascita qualsiasi di una sinistra qualsiasi se non ci si rende conto che tra le categorie deboli ci sono tutti quei lavoratori sottopagati, sfruttati, non tutelati che continuano a vivere appena sopra alla linea di galleggiamento della sopravvivenza. Sono quelli che a differenza di molti altri non si possono permettere di fermarsi perché non possono perdere anche solo un giorno di stipendio che serve per arrivare alla fine della settimana o di pagare l’affitto. Sono gli stessi che per settimane, nonostante la favoletta del tutto chiuso hanno continuato a spostarsi in massa, secondo orari più o meno stabiliti, uno addosso all’altro nei mezzi pubblici, uno al fianco dell’altro a contatto con colleghi e senza nessun presidio medicale e poi alla sera, tornati a casa, hanno dovuto schivare gli affetti dei propri familiari. Questi sono rimasti indietro. Sarebbe onesto riconoscerlo e ripartire da qui, ripartire da quella conferenza stampa di Conte che si è reso conto quanto sia un controsenso fermare un Paese scaricando la colpa di tutto ciò che accade sui cittadini e trattando solo le imprese (anzi, solo certe imprese) come interlocutori privilegiati. La reazione dei sindacati, Landini della Cgil in testa, dimostra che molti dei contatti sociali (pericolosi e evitabili) che hanno ammorbato questi primi giorni di chiusura sono stati dettati da associazioni di categoria appassionate più di profitto che di salute pubblica e la difficoltà di rendere operativo il decreto e tutte le critiche (da entrambe le parti) dimostrano che le tensioni sociali, così come le disuguaglianze, sono tutt’altro che appiattite. Nessuno resti indietro, dicono e ci dicono. Lo dicono gli stessi compagni di questo governo che tentenna ad ogni sospiro di Confindustria e lo dicono quelli che hanno uniformato un’informazione che continua a tenere indietro un’infinità di categorie sociali. Sono indietro i lavoratori, l’abbiamo detto, ma sono indietro anche i commercianti, i piccoli imprenditori, tutti coloro che hanno un’attività che gli è costata i risparmi di una vita e che ora vedono travolta dalle scartoffie burocratiche e dalle spese che il virus non ha bloccato, per ora. Sono indietro i poveri, poveri veri mica i poveri che ancora abitano nell’alme della dignità, quelli che hanno la strada come habitat naturale e che già prima del virus davano fastidio perché rovinavano il decoro. Sono indietro i carcerati, le migliaia di carcerati in attesta di una prima sentenza e che per il pensiero comune sono già colpevoli perché “se sono in carcere qualcosa di male avranno fatto di sicuro” e invece vivono in luoghi invivibili e vengono usati come carne da macello da una politica irresponsabile e cinica. Sono indietro le persone sole, mica quelle isolate come tutti, quelle proprio sole che dividono il proprio appartamento largo come un buco con se stessi e senza nessun appiglio per provare a vedere che colore ha l’affettività fuori dal mondo. Sono lasciati indietro gli operatori sanitari: in un Paese normale il numero di medici e infermieri che sono risultati positivi al coronavirus dovrebbe accendere una rivolta popolare che invece rimane sopita dalla solita bugia delle vittime collaterali del virus. Sono indietro gli insegnanti costretti a inventarsi un metodo nuovo per garantire il prosieguo di un’attività che era già claudicante prima del virus e sono indietro gli studenti costretti ad abituarsi a un nuovo metodo che avrebbe dovuto essere introdotto nelle scuole già da anni ed invece è rimasta una promessa elettorale. Sono indietro le cassiere che operano nei supermercati, esposte ogni ora del giorno al contagio di chi per necessità si ritrova a dovere mangiare e loro malpagate a essere la mano che sfiora le altre mani, un avamposto che viene trattato come carne da macello. Sono indietro gli operatori di call center che hanno il privilegio di potere rimanere nascosti negli androni di palazzi di cui non si può raccontare. Sono indietro gli operatori delle poste, aperte esattamente come prima, che da giorni emettono comunicati sindacali che descrivono una situazione allucinante. Sono indietro i migranti che nemmeno da malati riescono a esistere e anzi se si ammalano saranno il bersaglio perfetto per l’odio generalizzato. Sono indietro tutte le partite Iva che vivono sperando che i bonifici continuino ad arrivare e che le fatture che emettono abbiano ancora un senso. Sono indietro le donne vessate dai propri uomini che ora hanno di fianco tutto il giorno, spesso con i figli a fare da testimoni a situazioni indicibili. Sono indietro in tanti, tantissimi, con l’obbligo di raccontarli, di difenderli ogni giorno. E sarebbe l’occasione giusta per mostrare le disuguaglianze senza nasconderle dietro un semplice hashtag. [su_divider style="dotted" divider_color="#d3cfcf"]

L'editoriale è tratto da Left in edicola dal 27 marzo 

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Ci sono due battaglie, contemporanee anche se trattate in modi dissimili: una sul campo (e il campo sono le strade che andrebbero liberate per rallentare il contagio) e una sulla politica, che poi la politica sarebbe le disuguaglianze da appianare e da sottoporre al Parlamento per trovare una giusta e rapida soluzione. E invece no, e invece il “nessuno rimanga indietro ai tempi del coronavirus” diventa una mantra che si ripete nelle dirette Facebook, quelle che hanno sostituito le conferenze stampa perché si evita quella pessima abitudine di dover rispondere alle domande. E intanto le macerie sociali oltre che sanitarie rimangono per terra e quasi tutti che ci passano sopra, quasi scavalcandole.

Partiamo dalla fine, dall’ennesimo decreto che avrebbe dovuto chiudere tutto e che lascia in giro per l’Italia, afferma il costituzionalista Enzo Di Salvatore «almeno 3,5 milioni i lavoratori ancora impegnati, dal 20% al 25% dell’intera forza lavoro del Paese ma le maglie larghe potrebbero far salire la quota anche al 35-40%». Lavoratori impegnati assiduamente a sfiorare il virus in nome del profitto e agli ordini di Confindustria terrorizzata dal dover rallentare prendendo coscienza di quello che accade intorno. Il premier Conte, sollecitato da alcuni presidenti di Regione, si è accorto che non avrebbe retto a lungo la narrazione che vedeva i corridori sotto casa come untori unici di un virus che sfugge da giorni a qualsiasi previsione ed è dovuto correre ai ripari ritirando fuori dal tappeto i lavoratori che sono costretti a operare in condizioni di insicurezza e a stretto contatto con la possibilità di contagio.

L’avevamo scritto in tempi non sospetti: l’imperativo di stare a casa rischia di risuonare come vuota retorica se non si permette di restare a casa alle categorie più deboli. E diventa impossibile pensare a una rinascita qualsiasi di una sinistra qualsiasi se non ci si rende conto che tra le categorie deboli ci sono tutti quei lavoratori sottopagati, sfruttati, non tutelati che continuano a vivere appena sopra alla linea di galleggiamento della sopravvivenza. Sono quelli che a differenza di molti altri non si possono permettere di fermarsi perché non possono perdere anche solo un giorno di stipendio che serve per arrivare alla fine della settimana o di pagare l’affitto. Sono gli stessi che per settimane, nonostante la favoletta del tutto chiuso hanno continuato a spostarsi in massa, secondo orari più o meno stabiliti, uno addosso all’altro nei mezzi pubblici, uno al fianco dell’altro a contatto con colleghi e senza nessun presidio medicale e poi alla sera, tornati a casa, hanno dovuto schivare gli affetti dei propri familiari.

Questi sono rimasti indietro. Sarebbe onesto riconoscerlo e ripartire da qui, ripartire da quella conferenza stampa di Conte che si è reso conto quanto sia un controsenso fermare un Paese scaricando la colpa di tutto ciò che accade sui cittadini e trattando solo le imprese (anzi, solo certe imprese) come interlocutori privilegiati. La reazione dei sindacati, Landini della Cgil in testa, dimostra che molti dei contatti sociali (pericolosi e evitabili) che hanno ammorbato questi primi giorni di chiusura sono stati dettati da associazioni di categoria appassionate più di profitto che di salute pubblica e la difficoltà di rendere operativo il decreto e tutte le critiche (da entrambe le parti) dimostrano che le tensioni sociali, così come le disuguaglianze, sono tutt’altro che appiattite. Nessuno resti indietro, dicono e ci dicono.

Lo dicono gli stessi compagni di questo governo che tentenna ad ogni sospiro di Confindustria e lo dicono quelli che hanno uniformato un’informazione che continua a tenere indietro un’infinità di categorie sociali.
Sono indietro i lavoratori, l’abbiamo detto, ma sono indietro anche i commercianti, i piccoli imprenditori, tutti coloro che hanno un’attività che gli è costata i risparmi di una vita e che ora vedono travolta dalle scartoffie burocratiche e dalle spese che il virus non ha bloccato, per ora. Sono indietro i poveri, poveri veri mica i poveri che ancora abitano nell’alme della dignità, quelli che hanno la strada come habitat naturale e che già prima del virus davano fastidio perché rovinavano il decoro. Sono indietro i carcerati, le migliaia di carcerati in attesta di una prima sentenza e che per il pensiero comune sono già colpevoli perché “se sono in carcere qualcosa di male avranno fatto di sicuro” e invece vivono in luoghi invivibili e vengono usati come carne da macello da una politica irresponsabile e cinica. Sono indietro le persone sole, mica quelle isolate come tutti, quelle proprio sole che dividono il proprio appartamento largo come un buco con se stessi e senza nessun appiglio per provare a vedere che colore ha l’affettività fuori dal mondo.

Sono lasciati indietro gli operatori sanitari: in un Paese normale il numero di medici e infermieri che sono risultati positivi al coronavirus dovrebbe accendere una rivolta popolare che invece rimane sopita dalla solita bugia delle vittime collaterali del virus. Sono indietro gli insegnanti costretti a inventarsi un metodo nuovo per garantire il prosieguo di un’attività che era già claudicante prima del virus e sono indietro gli studenti costretti ad abituarsi a un nuovo metodo che avrebbe dovuto essere introdotto nelle scuole già da anni ed invece è rimasta una promessa elettorale. Sono indietro le cassiere che operano nei supermercati, esposte ogni ora del giorno al contagio di chi per necessità si ritrova a dovere mangiare e loro malpagate a essere la mano che sfiora le altre mani, un avamposto che viene trattato come carne da macello.

Sono indietro gli operatori di call center che hanno il privilegio di potere rimanere nascosti negli androni di palazzi di cui non si può raccontare. Sono indietro gli operatori delle poste, aperte esattamente come prima, che da giorni emettono comunicati sindacali che descrivono una situazione allucinante. Sono indietro i migranti che nemmeno da malati riescono a esistere e anzi se si ammalano saranno il bersaglio perfetto per l’odio generalizzato. Sono indietro tutte le partite Iva che vivono sperando che i bonifici continuino ad arrivare e che le fatture che emettono abbiano ancora un senso. Sono indietro le donne vessate dai propri uomini che ora hanno di fianco tutto il giorno, spesso con i figli a fare da testimoni a situazioni indicibili. Sono indietro in tanti, tantissimi, con l’obbligo di raccontarli, di difenderli ogni giorno. E sarebbe l’occasione giusta per mostrare le disuguaglianze senza nasconderle dietro un semplice hashtag.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 27 marzo 

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