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Se un calciatore viene trovato positivo, squadra e staff vengono (giustamente) messi in quarantena preventiva e testati. Invece medici e infermieri che entrano in contatto con un paziente infetto devono continuare a lavorare pur con il rischio di infettare pazienti e colleghi

Si sono moltiplicati nei giorni scorsi gli appelli di confederazioni e categorie di lavoratori dei servizi pubblici e dei medici in riferimento alla scarsità e inadeguatezza qualitativa dei dispositivi di protezione individuale (maschere adeguate, guanti, visiere e sovracamici) ed alle preoccupanti difformità organizzative nelle diverse regioni per quanto riguarda le direttive e l’applicazione dei protocolli diretti al contrasto dell’emergenza sanitaria, conducendo a sforzi che rischiano di essere vanificati.

Tra i maggiori elementi di allarme vi è l’inserimento dell’art. 7 nel Dpcm n. 14 del 9 marzo. Con questo si è stabilito che gli operatori sanitari esposti a pazienti affetti da Covid-19 non siano più posti in quarantena, come precedentemente previsto con le misure del Dpcm n. 6 del 23 febbraio, ma continuino invece a lavorare anche se potenzialmente infetti. Infatti la stessa disposizione prevede che vengano sospesi dall’attività lavorativa solo quando manifestano sintomatologia respiratoria o siano risultati positivi al Covid-19, senza un effettivo obbligo di verifica con tampone.

Quindi se un giocatore di calcio viene trovato positivo, la squadra e tutto lo staff vengono (giustamente) messi in quarantena preventiva e testati, mentre i medici o gli infermieri che entrano in contatto con un paziente positivo devono continuare a lavorare pur con il rischio di infettare pazienti e colleghi.
In una lettera indirizzata al presidente Conte e al ministro della Salute, Roberto Speranza, l’Anaao Assomed, sindacato medico italiano, a fronte del notevole aumento del rischio clinico per i medici e per i pazienti, ha annunciato di voler presentare degli emendamenti in Parlamento. Tuttavia, in questo momento di emergenza nazionale, potrebbe essere più opportuno un ulteriore decreto che modifichi l’art. 7, perché il tempo già ristretto di sessanta giorni, previsto costituzionalmente per la conversione dei decreti in legge e periodo in cui vi è la possibilità di emendare, in questo caso può risultare inadeguato rispetto all’urgenza di contenere gli effetti irreversibili che la norma avrà prodotto nella realtà, attraverso l’esposizione di sanitari e pazienti a rischi di diffusione del contagio.
Lo stesso appello è stato sostanzialmente condiviso dalle principali organizzazioni sindacali degli operatori sanitari. Tutti concordano nel chiedere quanto meno una adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale e da più parti si chiede che il personale sanitario esposto al virus venga sottoposto obbligatoriamente a tampone e che il risultato sia prontamente disponibile. In caso contrario…

Gabriella Milea è avvocata, esperta di diritto costituzionale
Luca Giorgini è psichiatra e psicoterapeuta

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 27 marzo 

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