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Il medico è l’unica professione che autorizza la persona che la svolge a determinare una lesione in un altro essere umano. La lesione è autorizzata nella misura in cui questa serve per un fine di cura e guarigione.
Il chirurgo che interviene rimuovendo un tumore, il cardiologo che sostituisce una valvola cardiaca, il medico che prescrive un farmaco che in condizioni normali sarebbe un veleno per curare devono provocare lesioni che sono ammesse per il fine di cura.
Il medico ha il dovere di intervenire per tentare di sconfiggere la malattia che aggredisce l’essere umano. Per farlo è anche autorizzato a “rischiare”. Deve farlo. Sa bene che la cura a volte non funziona. E può non funzionare per mille motivi diversi.

Ma in tanti altri casi la cura funziona e si ottiene la guarigione. Possiamo dire, da profani, che lo scopo del medico è quello di ristabilire un equilibrio precedente. Il medico aggredisce la malattia e l’agente patogeno che la causa, per permettere al nostro organismo di ristabilire l’equilibrio perduto con la malattia.
Nel tempo della malattia il paziente non è libero. È soggetto alla volontà del medico a cui si deve affidare. È il medico che sa cosa fare. È lui che decide quale farmaco o quale intervento fare sul paziente e quando. È lui che sa valutare se il quadro clinico permette di sperare in una soluzione oppure non dà spazio a speranza di uscita dalla malattia.

In questo senso il medico è un dittatore che non ammette obiezioni.
Il medico prende decisioni che possono determinare la vita o la morte dei suoi pazienti.
Lo fa in “scienza e coscienza” avendo sempre come scopo quello di restituire la libertà della vita al suo paziente. Una volta che il medico ha finito il suo lavoro e ha sconfitto la malattia perde il suo ruolo di “dittatore”.
Torna ad essere una persona uguale a noi che siamo stati suoi pazienti. Questo “non essere uguali” nel tempo della malattia è una distinzione fondamentale per far si che il medico possa svolgere il suo lavoro che di fatto è quello di fare in modo che il paziente non sia più tale nella misura in cui la malattia scompare.
Queste considerazioni, che credo siano di assoluta evidenza per chiunque, valgono anche e soprattutto in questo drammatico periodo che stiamo vivendo.

Il medico, in questo caso i virologi e gli epidemiologi che ci dicono come affrontare l’epidemia, sono le persone da ascoltare.
È completamente assurdo pensare che l’atto medico, che in questo caso si realizza nell’indicare al governo quali azioni di contenimento sono necessarie e che coinvolge tutta la popolazione, sia in realtà una limitazione intollerabile della nostra libertà o un attentato all’economia.
Alcuni esponenti di “sinistra” si sono azzardati a dire che queste limitazioni sono da Stato di polizia. La domanda da fargli è sapere quale sarebbe la libertà che vorrebbero esercitare? Quella di essere liberamente infettati e infettare sconosciuti? La limitazione della libertà per limitare il contagio, in qualunque forma essa si configuri, non è una lesione nella misura in cui è un atto medico che ha come scopo liberarci da questa epidemia.
Allo stesso modo è insopportabile l’atteggiamento fatalista e catastrofista che si può leggere in alcune affermazioni o azioni di persone di Chiesa, a partire dal Papa.

L’atto medico non è un atto di compassione, di pietà. È il fare di un medico che in “scienza e coscienza”, ossia sapendo quello che fa e perché, decide che per curare e guarire un paziente deve operare in un determinato modo. La pietà, l’appestato da assistere per cui non c’è più niente da fare, non c’entra proprio nulla.
Il medico opera perché vuole liberare il paziente dalla malattia di cui il medico sa, più o meno precisamente, quale è la causa e quindi come eliminarla. Non esiste il male per il medico.
Esiste la malattia che è un fenomeno temporaneo e che può esitare nella guarigione o nella morte.

Per il religioso invece non esiste la malattia determinata da una causa ma esiste il male. E il male non avrebbe una causa perché sarebbe una realtà da accettare così com’è. Allora non esiste atto medico per la cura con il fine della guarigione. La cura diventa “prendersi cura”, ovvero assistere il malato aspettando l’esito che sarebbe stabilito dalla provvidenza. La guarigione è per grazia divina, così come la morte è qualcosa di ineluttabile e stabilito da Dio. La malattia non esiste e quindi non può esistere la cura.
Inutile dire un granché del politico di sinistra più o meno sessantottino che invece pensa che l’epidemia sia usata per una “politica” di oppressione. Secondo questi raffinati pensatori qualunque atto medico che limita la libertà di movimento è in realtà un’oppressione mascherata e in quanto tale da contestare e negare.

Il problema è che questo pensiero nasconde l’idea che nega la malattia.
Ed è quindi in sostanza un pensiero religioso.
La realtà è che il virus responsabile del Covid-19 esiste e può determinare una malattia molto grave. È un virus di cui avere paura.
La paura è un sentimento da non ignorare ed assolutamente valido nella misura in cui si riferisce ad un pericolo reale.
Il pericolo reale di cui aver paura è che questo virus può determinare una polmonite grave che determina una insufficienza respiratoria che può portare alla morte.
Morte a cui il medico in molti casi riesce ad opporsi con l’ausilio di macchine complesse e che necessitano di personale specializzato.

Il problema è che queste macchine e il personale specializzato non sono sufficienti per curare tutti quelli di cui ne avrebbero bisogno se il virus venisse lasciato libero di correre, perché sarebbero troppi tutti insieme.
Ecco perché l’atto medico in questo particolare caso si realizza nella limitazione della libertà di movimento di tutti. La “lesione” causata dalla limitazione della libertà serve, ha lo scopo di curare perché elimina l’agente patogeno della malattia.
Il non avere contatti con gli altri fa si che il virus non possa replicarsi e scompaia. Perché è il nostro movimento e il nostro incontrare gli altri che lo diffonde. Il virus non ha gambe. Da solo non si muove. In effetti il virus, come tutti i virus, non è nemmeno vivo. È un oggetto, un guscio proteico in cui è nascosto un filamento di Rna che riprogramma le cellule con cui viene in contatto.
Una realtà inanimata che ha necessità di una realtà viva (la cellula) per riprodurre copie di se stesso. Senza una cellula che lo riproduca il virus si distrugge e scompare.

La distanza sociale e la limitazione della nostra libertà è la medicina che dobbiamo prendere per poterci liberare di questo terribile virus. Il virus non ha scampo se non trova l’ospite in cui replicare sé stesso. Dobbiamo solo aspettare il tempo necessario senza che il virus abbia modo di trovare nuovi ospiti. E dare il tempo ai medici del Ssn di assistere tutti quelli che avranno bisogno di aiuto per rimanere in vita.
La medicina è un’invenzione umana. Ed è una attività del tutto irrazionale, legata evidentemente al sapere che l’altro è uguale a noi. All’idea che ci possiamo opporre alla malattia e alla morte.

Gli animali non conoscono la cura. Non esiste in natura un animale che curi con il fine di guarigione, il suo simile. Gli animali si comportano sempre secondo un calcolo razionale. Non c’è il riconoscere se stessi nell’altro animale. Lo scopo dell’animale è sempre e solo quello della sopravvivenza. È noto il comportamento “razionale” del leone che uccide i cuccioli del suo rivale quando diventa il nuovo capobranco. Il fine è favorire la propria progenie.

Il curare l’altro come fa l’essere umano è invece un atto irrazionale.
Curare l’altro a prescindere dall’interesse economico o dal sapere chi sia l’altro. Qual è lo scopo?
È il rifiutare la natura, opporsi ad essa. Annullarla nella misura in cui una malattia scompare, come il vaiolo che è stato debellato per sempre. L’attività umana chiamata medicina lo ha fatto scomparire.
Allo stesso modo di come sarà anche per il Covid19. Scomparirà per sempre. Lo scopo del medico è quello di colui che vuole liberare il malato dalla malattia per far si che ritorni uguale a colui che lo ha curato. E questo ha la sua origine nel fatto che gli esseri umani nascono irrazionali e hanno come primo pensiero quello dell’esistenza di un altro essere umano simile a sé stessi con cui avere rapporto (cfr. Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza).

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 27 marzo 

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