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La redistribuzione della ricchezza non è un’opzione. Ora più che mai, dice el Pepe. «Mi domando perché dei vecchietti continuino ad accumulare denaro senza senso. Parlo dei miliardari».

È voce diffusa che la pandemia abbia l’oscuro pregio di incarnare la più alta forma di egualitarismo: non guarda in faccia passaporto e dichiarazione dei redditi, sfonda confini e potenzialmente tratta tutti allo stesso modo.
Se anche si volesse ammettere che questo sia vero, non tenendo in conto che esiste una incidenza diversa del rischio al contagio dipendente da numerosi fattori, sicuramente non può dirsi che le conseguenze socio-economiche che la pandemia sta determinando siano uguali per tutti.

Mentre in Italia si stima una perdita complessiva per l’economia tra i 9 e i 27 miliardi di euro e sono circa 3,6 milioni i lavoratori occupati in settori a rischio chiusura, esistono fasce di professionisti e imprenditori che a livello internazionale stanno soffrendo poco o nulla del contraccolpo economico. Anzi. È notizia nota (The Guardian, Wall Street Journal) che i top manager di alcuni colossi finanziari ed economici, in particolare statunitensi, hanno avuto il fortunato tempismo di vendere ingenti somme delle proprie partecipazioni poco prima che si consumasse il crollo verticale delle borse mondiali.

Jeff Bezos, Ceo e fondatore di Amazon, ha venduto le proprie partecipazioni nella multinazionale dell’e-commerce durante la seconda metà di febbraio capitalizzando circa 3,4 miliardi di dollari. Larry Fink, presidente, Ceo e co-fondatore del gigantesco fondo d’investimento BlackRock, ha venduto azioni personali per un valore di circa 25 milioni di dollari il 14 febbraio. Lance Uggla, Ceo di IHS Markit, società di dati e analisi, il 19 febbraio ha venduto azioni della sua azienda per circa 47 milioni di dollari.
Cifre astronomiche che farebbero gridare allo scandalo, quantomeno morale, in un momento di crisi drammatica a livello globale, ma che in realtà rappresentano il mero riflesso di un sistema economico che funziona a doppia velocità. Da un lato, i (pochi) rappresentanti del potere economico capaci di detenere a gestire l’ammontare principale della ricchezza; dall’altro, la (grande) massa di persone che vive l’ingranaggio economico senza il privilegio di deciderne le sorti.

Come hanno sottolineato le principali testate di settore, non esistono prove riguardanti la possibilità che i giganti dell’economia mondiale abbiano guidato le proprie scelte oculate sulla base di informazioni privilegiate o secretate. La realtà sembra essere molto più banale: la disponibilità di somme di denaro enormi permette di avere informazioni complete e accurate su quadri geopolitici complessi a livello internazionale. Avere dati aggregati affidabili nell’epoca della realtà digitale globalizzata rappresenta la bussola per investimenti mirati funzionali. Il risultato inevitabile è la crescita esponenziale della ricchezza quando tutto attorno è terra bruciata.
Il consumatore medio, ignaro delle conseguenze in divenire, si ritrova frastornato nell’onda lunga della crisi. L’investitore informato riesce ad avere dati di previsione utili e la anticipa, anzi se ne avvantaggia.

Tutto questo ha del grottesco e questi giorni sospesi sembrano essere terreno fertile per aprire un dibattito strutturale sulla giustezza e giustizia di un sistema così sbilanciato: è accettabile che durante l’ennesimo dramma socio-economico a livello mondiale la forbice tra ricchezza e povertà diventi ancora più larga?

Qualche giorno fa al microfono di Jordi Évole (La Sexta), l’ex presidente e guerrigliero uruguaiano Pepe Mujica ha parlato del «dio mercato» come della «religione fanatica del nostro tempo» e di una entità che «governa tutto». Ritrovarci di fronte allo sconfortante dramma di una epidemia d’entità tale da non avere precedenti negli ultimi cent’anni ci costringe a fare i conti con lo sgretolamento di certezze sedimentate: «Non siamo i proprietari del pianeta», al più ne siamo meri utilizzatori. Fintanto che non troviamo metodi di collaborazione comunitaria non possiamo immaginarci sopravvissuti a noi stessi.

L’indifferente cecità del virus ci sbatte in faccia la realtà: nell’estremo pericolo, l’unica via d’uscita è racchiusa nell’azione di massa. Cementare il sentimento di appartenenza e collaborazione in quanto specie sembra l’unico strumento, disusato, malconcio, ma irrimediabilmente efficace, che allo stato attuale ci lascerebbe intravedere la soluzione della crisi. Perché questo strumento sia realmente valido è cruciale che venga utilizzato come paradigma non solo nell’azione di contenimento sanitaria ma nel più ampio contesto sociale ed economico.
La redistribuzione della ricchezza non è una opzione. Ora che anche l’occidente sta scoprendo l’inesauribile male dell’incertezza sociale, da decenni triste compagna dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, la necessità d’incollare le pieghe agli estremi del nostro sistema sociale ci appare vitale. Come? Con strumenti fiscali (come tassazioni progressive e patrimoniali), investimenti esclusivamente pubblici nelle aree di interesse comune, politiche di lotta alla speculazione. Possiamo chiamarlo comunitarismo, ovvero il risveglio di una coscienza realmente compatta e collaborativa tra le differenti classi, ma a ben vedere si tratta di semplice buonsenso.

«Mi domando perché dei vecchietti continuino ad accumulare denaro senza senso. Parlo dei miliardari, di gente che concentra la ricchezza». Nella risposta a questa semplice domanda di Mujica si concentra la possibilità per la nostra società di sopravvivere, se non alla pandemia, alle conseguenze violente della disgregazione sociale che le seguirà. Tornare a ragionare in termini di unica appartenenza è la sola strada che può farci consapevoli del nostro patrimonio umano e finalmente riconciliati con la nostra naturale aspirazione, in fondo, nonostante tutto, irrimediabilmente collettiva.

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