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Oltre 60 anni di bloqueo e sanzioni economiche imposti cinicamente dagli Stati Uniti non hanno impedito a Cuba di realizzare il “sogno rivoluzionario” e diventare un Paese all’avanguardia in campo medico e scientifico. Competenze e professionalità sono “esportate” in ogni angolo del pianeta dove c’è una situazione d’emergenza sanitaria

In tempi di coronavirus Cuba torna alla ribalta e viene addirittura in soccorso del motore economico e finanziario dell’Italia, l’improvvida Lombardia. Come è noto il 22 marzo su invito della presidenza del Consiglio e della Protezione civile è arrivata in Italia una delegazione composta da 37 medici e 15 infermieri cubani, diretta a un ospedale da campo allestito ad hoc a Crema per supportare le attività legate all’emergenza.
Al tempo stesso, Cuba sta facendo un massivo sforzo per ridurre al minimo il rischio di introduzione e diffusione del nuovo coronavirus sul territorio nazionale attraverso il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica e preparando la popolazione ad adottare le misure di prevenzione necessarie per ridurre gli effetti negativi sulla salute e l’impatto di un’eventuale pandemia sulla sfera economico-sociale. Mentre scriviamo (24 marzo) sono stati registrati 40 casi importati (con un unico decesso, quello di un turista italiano) ma non c’è trasmissione del virus Sars-CoV-2.

Pensando ai 42 medici e paramedici giunti nel nostro Paese, cominciamo col chiederci come faccia questa piccola isola – 12 milioni di abitanti, meno del 2 per mille della popolazione mondiale, e priva di grandi risorse finanziarie – a correre in soccorso laddove vi sono gravi emergenze, e promuovere servizi sanitari efficienti in tanti Paesi, gran parte dei quali in via di sviluppo.
Abbiamo scritto altre volte su queste pagine che la Rivoluzione cubana sin da subito fece la scelta radicale di sviluppare un sistema scientifico avanzato e un sistema sanitario efficiente, universale e gratuito, con la precisa ed esplicita finalità di risolvere i problemi più urgenti della popolazione e del Paese. Cosa che valse al Governo rivoluzionario l’adesione di tutti gli strati sociali oltre che dei tecnici e degli scienziati (quelli ovviamente che dopo il 1959 non avevano lasciato l’isola). Questa scelta non solo si rivelò vincente negli anni Sessanta, ma confermò la sua solidità dopo il collasso dell’Urss 1989. Cuba non solo sopravvisse ma trasse dall’idea di rafforzare il settore biomedico – che ebbe in Fidel Castro un pervicace sostenitore – le risorse per l’uscita dalla crisi dopo il durissimo periodo especial degli anni Novanta (e si noti, sotto l’inasprimento del bloqueo statunitense).

Angelo Baracca è un fisico e storico della scienza. Con Rosella Franconi, ricercatrice senior dell’Enea (Centro ricerche Casaccia Roma) presso il Laboratorio tecnologie biomediche,  ha pubblicato il libro Cuba: Medicina, scienza e rivoluzione, 1959-2014 (Zambon edizioni, 2019)

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 3 aprile 

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