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Cosa c’entra un astrofisico con la lotta contro il Covid-19? C’entra davvero molto se insieme a un Premio Nobel e ricercatori di tutto il mondo è coinvolto in un progetto “salvavita” a costi contenuti, con tecnologie open source, replicabile su larga scala in breve tempo e affidabile. Ecco la sua storia

Faccio l’astrofisico sperimentale, ho raccontato il mio mestiere in un libro, L’esperienza del cielo. Diario di un astrofisico, e insegno, attualmente con videolezioni, presso l’Università di Milano-Bicocca. Isolamento a parte, cosa c’entro con la battaglia al coronavirus?

Confinato dall’epidemia tra le mura domestiche, per curiosità o per gioco mi sono messo a cercare come funzionano i ventilatori polmonari su Internet. Mi sono così imbattuto in un crowdfunding appena creato per un prototipo chiamato Mvm (Milano ventilatore meccanico). Risalendo ai nomi che ci sono dietro al progetto, ho trovato chi lo guida. Si tratta di Cristiano Galbiati, professore a Princeton che avevo incontrato anni fa durante un convegno, e Art McDonald, premio Nobel per la Fisica nel 2015. Ho subito scritto un messaggio a Galbiati offrendo il mio aiuto. Mezz’ora dopo ho ricevuto la sua chiamata e poche ore dopo mi sono ritrovato a un banco da lavoro con una mascherina in volto e tanta pressione addosso.

Ma facciamo un passo indietro. Il leitmotiv che sentiamo dall’arrivo dell’epidemia di Covid-19 è: «Flatten the curve!», il cui controcanto è «State in casa!». Appiattire la curva dei contagi giornalieri isolandoci, perché il problema principale è la capacità del Sistema sanitario nazionale. A supporto di questo richiamo d’allarme sono arrivati diversi grafici, di cui mostro una variante qui a fianco: un ripido picco di contagi giornalieri, in blu, prodotto dall’assenza di misure di contenimento, a confronto con un picco più basso, più ritardato e più appiattito appunto, che descrive come la diffusione del virus possa essere rallentata e distribuita nel tempo grazie al distanziamento sociale. La capacità del sistema sanitario, indicata dalla linea orizzontale rossa, dipende da tantissimi fattori, dei quali uno dei più critici, forse il più critico, è la disponibilità di ventilatori polmonari. Anche con tutti i soldi del mondo, ci vuole tempo per produrli e distribuirli. Ma se ne avessimo improvvisamente migliaia di unità in più, allora, come mostrato dalle frecce verticali, si potrebbe spostare verso l’alto la linea rossa e far sì che salga oltre la curva blu dei contagi, anticipando persino gli effetti dell’appiattimento dovuti al distanziamento sociale. Insomma, oltre che abbassare e ritardare la curva blu per portarla entro la capacità del sistema sanitario rappresentata dalla linea rossa, si può alzare la linea rossa stessa. Forse potremmo salvare più vite e potremmo uscire di casa prima.

Quanti ventilatori polmonari servono?

Il numero di ventilatori distribuiti su tutto il territorio italiano è tra cinque e diecimila, ma ce ne servirebbero almeno tre volte di più. Esistono infatti

stime che indicano che la richiesta potrebbe salire a diverse decine di migliaia di unità in brevissimo tempo. Per capire se sia verosimile, facciamo un calcolo di ordini di grandezza: circa il 5% dei positivi al Covid-19 ha bisogno di essere ricoverato in terapia intensiva, e circa il 2,3% ha bisogno di essere intubato invasivamente per la ventilazione polmonare. Al 4 aprile i positivi accertati nel nostro Paese erano poco meno di novantamila, cioè circa lo 0,1% della popolazione italiana, di cui circa 4mila in terapia intensiva. Se di questi pazienti, oggi, duemila necessitano di ventilazione invasiva, nell’ipotesi in cui il contagio si estendesse anche solo all’1% della popolazione italiana, allora anche la richiesta salirebbe di un fattore 10, cioè servirebbero ventimila unità per la terapia invasiva. Sappiamo oltretutto che i contagi non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio, e che…

* Federico Nati è un astrofisico sperimentale dell’Università di Milano – Bicocca. Ha lavorato in Cile e negli Stati Uniti, viaggiando per missioni scientifiche dai telescopi del deserto di Atacama all’Antartide dove, tra novembre 2018 e gennaio 2019, ha lavorato presso la stazione americana di McMurdo. Qui ha condotto un’ambiziosa missione per la messa in opera di un telescopio all’avanguardia che otterrà informazioni mai viste prima da regioni del cosmo dove nascono le stelle. Nati ha raccontato le sue missioni in Antartide e altri luoghi remoti del pianeta nel libro L’esperienza del cielo. Diario di un astrofisico (La nave di Teseo ed.)

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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