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Si moltiplicano le voci di chi, Draghi in testa, invoca l’intervento dello Stato affinché si accolli le perdite del settore privato. Sorge spontanea la domanda: l’unico scopo è il salvataggio ad ogni costo del sistema? Oppure si conviene che è arrivato il momento di cambiare rotta?

In piena pandemia, stiamo assistendo ad una riabilitazione dello stimolo fiscale e monetario quali strumenti di rilancio di un’economia europea agonizzante. Con buona pace dei custodi, governanti o influenti economisti, del rigore budgetario che perseverano a scorgere nell’aumento del debito sovrano i sintomi di un virus ancora più contagioso del Covid-19: quello della prodigalità pubblica di governi già troppo indebitati. Costoro non si rendono conto che continuano a fidarsi di vecchi modelli e stime di moltiplicatori fiscali e monetari oramai relegati nel museo della Storia.

Gli Stati del sud dell’Europa (Francia, Italia, Spagna) devastati dall’epidemia, ma pure lo stesso Draghi, a questo proposito sono chiari: condizioni eccezionali richiedono risposte eccezionali per supplire alla contrazione drammatica dei consumi, alla carenza di sbocchi di mercato per le imprese e all’incremento esponenziale della disoccupazione.

Ma non si tratta di una “conversione” fulminea e improvvida ad una nuova fede, una sorta di “illuminazione” mistica. Non va infatti dimenticato come la cultura economica originaria della Ue, prima che i suoi terminali ideologici venissero colonizzati dai falchi della deregulation, non si nutriva di quel capitalismo finanziario deregolato e selvaggio anglosassone, nel quale si riconoscono con tanto entusiasmo ben noti economisti mainstream. Essa era invece influenzata da quell’ordoliberismo dai forti connotati sociali e riformisti che ha elaborato la dottrina dell’economia sociale di mercato.

Tale dottrina (si pensi a Wilhelm Röpke) si distanzia dalla fede nella “mano invisibile” di Adam Smith e afferma che… 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 10 aprile 

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