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Non siamo tacciabili di simpatie contiane. Non abbiamo mai risparmiato nulla al presidente del Consiglio, sin da quel suo andare per curie e santuari come seguace di padre Pio. E abbiamo criticato duramente il suo discorso quando si presentò in Aula nelle vesti di avvocato del popolo accettando di fare da ago della bilancia del governo giallonero, citando l’ultimo Dostoevskij, ormai religiosissimo e zarista. Ma per onestà intellettuale bisogna dire che, a partire dalla parlamentarizzazione della crisi con cui fu fermato Salvini che chiedeva pieni poteri, Giuseppe Conte ha iniziato a mostrare ben altra faccia e statura politica. Confermata in questi giorni di crisi dovuta alla pandemia, compreso il suo apprezzabile tentativo di mediare fra le due forze di governo, M5s e Pd, per cercare un accordo in Europa che non segni una resa totale alle condizionalità del Mes, rilanciando il tema dei Coronabond e del Recovery Fund.

Ora ci aspettiamo un passo ulteriore sul piano dei diritti umani. A cominciare dall’abolizione dei due decreti sicurezza salviniani. Trenta parlamentari gli hanno scritto una lettera aperta chiedendo l’immediato ritiro del decreto interministeriale che chiude i porti, dichiarando l’Italia approdo non sicuro, a causa della pandemia. Nei giorni scorsi ci sono state drammatiche richieste d’aiuto da parte di naufraghi. Urge un cambiamento radicale da parte del governo chiamato a realizzare quella necessaria e urgente discontinuità dal precedente esecutivo più volte annunciata. Serve, dunque, un rifiuto netto di quelle vecchie ricette politiche populiste, neoliberiste e sovraniste che cinicamente, lucidamente, trattano le persone come cose in nome del profitto di pochi.

È necessario rimettere al centro i legami sociali, la solidarietà, il bene pubblico e collettivo per uscire da questa crisi che non è solo sanitaria. La pandemia lo ha reso dolorosamente evidente. O ne usciamo insieme o non ne usciamo. È un fatto che tocchiamo con mano se guardiamo a quel che è accaduto e accade in Lombardia dove si sono registrati i più alti numeri di vittime da Covid-19. Perché il personale sanitario non è stato adeguatamente protetto? Perché in base a una delibera regionale i contagiati sono stati trasferiti nelle residenze per anziani, cioè le persone più a rischio? Perché la Regione ha ceduto alla pressione di Confindustria per tenere aperte le fabbriche, senza salvaguardare la salute e la sicurezza dei lavoratori? Ha un bel dire il governatore Fontana quando sostiene che in Lombardia il virus è stato più virulento che altrove. Ci vuole un bel “coraggio” da parte del leader lombardo di Confindustria Bonometti nell’affermare che la colpa del contagio è degli animali da allevamento.

Così come ci vuole una bella faccia tosta da parte dei leader dell’opposizione, Salvini e Meloni, nel fingersi salvatori della patria scagliandosi ora contro il meccanismo di stabilità (Mes) e contro i trattati europei, quando la storia ci dice che l’accordo salva Stati passò nel 2011 durante il Berlusconi IV con Meloni ministra e due ministeri della Lega.

L’attualità mette in evidenza come le ricette neoliberiste e il dogma dell’intervento provvidenziale del mercato, riproposti dopo la crisi del 2008, non abbiano fatto altro che sfibrare il sistema, che ora si è trovato ad affrontare la pandemia essendo a corto di posti letto in terapia intensiva, con una sanità privatizzata e incapace di rispondere alle domande del territorio. Il coronavirus mostra quali siano state le conseguenze dell’aziendalizzazione della sanità che ha portato a trattare la salute come fosse una merce qualsiasi. Lo abbiamo visto in Lombardia, ma anche in Svezia dove il freddo pragmatismo del governo si è tradotto in un far finta che il contagio non esistesse, arrivando al punto di prevedere – in caso di saturazione delle terapie intensive – di intubare solo gli under 70.

Per non dire della Gran Bretagna dove, come abbiamo già raccontato, si è lasciato deliberatamente che il virus circolasse prospettando una irreale immunità di gregge. Una visione cinica e sconsiderata sostenuta così ciecamente dal premier ultra liberista Boris Johnson al punto da rischiare lui stesso di rimetterci la pelle.

Ma se il Covid-19 si trasmette facilmente, non è un fatto ineluttabile che debba sterminare le fasce della popolazione più svantaggiate e meno protette. Come accade negli Usa dove gran parte delle vittime sono afroamericani senza assicurazione e, per questo, senza possibilità di accesso alle cure.

Il dramma che stiamo vivendo non è la conseguenza di una fatalità naturale, ma è anche il frutto di un capitalismo rapace, di politiche agghiaccianti che utilizzano gli operai come carne da macello e che considerano gli anziani un peso perché inutili nella catena del profitto. Così il problema delle pensioni sarebbe risolto, così il problema dell’assistenza ai malati cronici lo sarebbe altrettanto, emulando la logica nazista che sterminava chi non era produttivo e non era “funzionale”. Su questo ci sarà molto da interrogarsi, resterà come una ferita aperta anche quando saremo usciti dalla pandemia.

L’Europa non può chiudere gli occhi se vuole ancora dirsi terra di diritti umani, di cultura, di civiltà. Con la «percezione delirante del poeta» che a Don Chisciotte faceva vedere Dulcinea come la più bella, noi di Left continuiamo a guardare all’Europa con le lenti del Manifesto di Ventotene, con il coraggio di dirci partigiani di una Europa ancora possibile, come unità politica democratica e inclusiva. Il 23 aprile, giorno del Consiglio europeo, è dietro l’angolo e le premesse non sono le migliori, ma non smettiamo di lottare.

L’editoriale è tratto da Left in edicola dal 17 aprile 

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