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La pandemia e la necessità di testare al più presto possibili vaccini contro il coronavirus hanno fatto riemergere rigurgiti neocoloniali, per non dire razzisti

Non fosse stato per i calciatori, non ce ne saremmo nemmeno accorti. Il primo di aprile, e non è uno scherzo, due esperti francesi hanno alzato un polverone parlando in televisione (qui il video) di come si potrebbe avviare una sperimentazione per capire se il vaccino contro la tubercolosi può provocare una maggiore resistenza contro il coronavirus. Il primario del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Cochin di Parigi, Jean-Paul Mira dice così: «Se posso essere provocatorio: non dovremmo fare questo studio in Africa, dove non ci sono mascherine, non ci sono cure, non c’è rianimazione… Un po’ come si fa in alcuni studi sull’Aids? O tra le prostitute, perché sappiamo essere molto esposte?». Al che Camille Locht, direttore di ricerca all’Inserm (Istituto nazionale francese per la ricerca sulla salute e la medicina), gli risponde: «Esatto, stiamo pensando in parallelo a uno studio in Africa con lo stesso tipo di approccio». Ma è giusto chiedere a chi vive in Africa, o a chi è affetto da Hiv, o alle prostitute di fare da tester? In un istante si sono scatenati i commenti sdegnati dei telespettatori. La notizia è arrivata a noi attraverso le reazioni sui social di due ex giocatori africani famosi anche in Italia. Il campione ivoriano Didier Drogba: «Non siamo cavie!» sbotta sdegnato. Ancora più esplicito un altro campione, il camerunense (ed ex Inter) Samuel Eto’o che twitta: «L’Africa non è il vostro parco giochi. È tempo di ribellarsi. L’Africa non è un laboratorio per fare dei test. Non considerate gli africani come cavie».

Come ha sottolineato poco dopo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che è stato per due anni Presidente del Fondo globale per la lotta all’Aids, la tubercolosi e la malaria, proposte del genere sono «l’eredità di una mentalità coloniale». Mentalità condivisa in Italia, dove non abbiamo mai fatto davvero i conti con le “imprese” fasciste e spesso ignoriamo cosa voglia dire avere un privilegio bianco. Potremmo aggiungere che il paragone con la cura dell’Aids ha già dato origine a similitudini che non reggono: nel caso dei positivi al coronavirus nessuno dice loro che “se la sono cercata”, come sentiamo invece ancora oggi ripetere a causa di uno stigma ancora presente nei confronti di chi è positivo all’Hiv. Tornando all’episodio francese, non è certo il primo a mostrare come in una situazione di emergenza globale molti approfittino delle differenze sociali per acuire le disuguaglianze. In un primo momento, infatti, la risposta al virus è stata una sinofobia diffusa, che dal passato è tornata a colpire anche chi fosse solamente sospettato di essere asiatico. Ma quando il Covid-19 si è propagato in Italia abbiamo iniziato a capire cosa significhi essere considerati solo come degli untori. Non Salvini, che il 29 gennaio usava i migranti come capro espiatorio, come d’altronde fa quotidianamente: «Vi sembra normale che nel resto del mondo chiudano frontiere, blocchino voli e mettano in quarantena chi arriva dalla Cina mentre in Italia spalancano i porti?».

Intanto una parte del paese si è confermata solidale, avviando iniziative per le fasce più deboli, ma non sono mancate le eccezioni di alcuni comuni che hanno imposto requisiti discriminatori per l’accesso ai buoni spesa annunciati il 29 marzo. Inserendo, come riporta l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) «il limite del permesso di soggiorno CE di lungo periodo (come i Comuni di Ferrara o dell’Aquila), oppure escludendo del tutto gli stranieri (come il Comune di Ventimiglia). Tuttavia, nella maggior parte dei casi a noi segnalati, gli Avvisi contengono il requisito della residenza anagrafica, tagliando comunque fuori una buona parte della popolazione, tra cui i senza fissa dimora (anche italiani!), i richiedenti asilo e gli stranieri irregolari».

Il disastro sanitario colpisce anche gli insediamenti della popolazione rom, assente nelle cronache, dove come ricorda l’attivista Dijana Pavlovic ci sono «tante persone in spazi piccoli, privi di servizi e spesso senza neppure l’acqua». Nessuno è immune, ripetono i medici, perciò un contagio all’interno di un campo rom causerà contagi all’esterno. Dobbiamo concludere che il coronavirus discrimina perché colpisce alcuni, o è democratico perché può colpire tutti? Oppure è un grande equalizzatore, come ha detto il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo? Le immagini arrivate dagli Stati Uniti hanno mostrato come il minore accesso alla sanità faccia sì che in alcune città afroamericani e latinos siano la maggior parte delle vittime. Anziché occuparsene, a queste comunità viene suggerito,di evitare alcool, tabacco e droghe, mentre è noto che non potendo ricorrere al telelavoro molti continuano ad essere esposti al contagio. Dopo i morti bruciati nelle strade a Guayaquil, in Ecuador, dove gli obitori sono pieni, i droni hanno ripreso le fosse comuni nel Bronx di New York, dove sono aumentati i corpi di chi non ha parenti o non ha nessuno in grado di sostenere le spese per la sepoltura. Insomma questo virus, come qualunque altro virus, non è razzista: sono alcuni privilegiati occidentali ad esserlo, casomai.

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