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Sono ancora molte le incognite sulla reale efficacia della tracking app Immuni. Facciamo il punto con Raffaele Barberio

Dal 18 maggio, secondo quanto ribadito dal ministero dell’Innovazione, il governo avrà una nuova arma “digitale” contro la diffusione del coronavirus. Più precisamente, una app. Il suo nome, Immuni, lo conosciamo da tempo. Così come il suo sviluppatore, Blending Spoons, una software house italiana fondata nel 2013 che nel 2019 ha superato i 90 milioni di euro di fatturato. Il suo funzionamento è semplice. Consideriamo un utente immaginario, Claudia, che decide di scaricare volontariamente (non è previsto alcun obbligo) l’app gratuita sul proprio cellulare. La mattina esce a fare la spesa e poi si reca al lavoro. Durante tutti i suoi spostamenti, l’app monitora tramite la tecnologia bluetooth la presenza di altri dispositivi che l’hanno installata e scambia con essi sequenze numeriche casuali che mutano frequentemente. Queste cifre vengono salvate nella memoria degli smartphone in questione. Nel momento in cui Claudia dovesse risultare positiva al virus, il suo medico curante le chiederà di selezionare l’opzione di invio dati nella app, con cui viene prodotto un codice che l’operatore sanitario andrà ad inserire nella propria interfaccia gestionale. Terminata l’operazione, le sequenze numeriche trasmesse da Claudia saranno caricate nei server di Immuni coi quali l’app si sincronizza periodicamente. È così che chi è stato in contatto con Claudia riceverà una notifica.

Fino a qui, parrebbe, tutto bene. Ma cosa accadrà a chi riceverà questo avviso? Dovrà contattare le Asl o sarà il servizio sanitario a mettersi in contatto con lui? Avrà accesso immediato al tampone? E poi, che ne sarà dei nostri dati? Dove verranno conservati? La nostra privacy è veramente al sicuro?

Rispetto a queste domande abbiamo, al momento, alcune risposte e molti dubbi. Dopo una fase di annunci francamente sincopati e confusi da parte del governo, il decreto legge n.28 del 30 aprile mette almeno alcuni punti nero su bianco. L’uso dell’app sarà volontario; i dati raccolti non potranno essere trattati per finalità diverse da quella indicate; i dati di prossimità dei dispositivi saranno resi anonimi o, in alternativa, pseudonimizzati; è esclusa la geolocalizzazione degli utenti tramite Gps; la conservazione dei dati sarà limitata al tempo strettamente necessario e comunque non si protrarrà oltre al 31 dicembre 2020. Infine, l’app opererà esclusivamente con…

L’articolo prosegue su Left in edicola dall’8 maggio

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