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C’è chi farà lezione in container e chi in aula, chi in presenza e chi in video. Con orari ridotti e con l’incognita dei docenti “usa e getta”. Il quadro che si presenta in vista della riapertura delle scuole il 14 settembre è quello di un sistema che crea ancora più diseguaglianze

Sarà una scuola “in presenza”, parola di ministra. Sarà pure una scuola della disuguaglianza, parola del comitato Priorità alla scuola e dei numerosi presidi impegnati a trovare soluzioni difficilissime. Già da tempo, quella italiana, è una scuola dell’abbandono: abbandonata dalla politica e dalle campagne elettorali e dagli studenti (l’Italia è terz’ultima in Europa per dispersione scolastica). «Con questa idea di riapertura non ci sarà più un’istituzione uguale per tutti, bisogna che sia chiaro a genitori e docenti», racconta Elisabetta D’Alfonso del Comitato. C’è chi avrà aule e chi container, c’è chi avrà mensa e chi dovrà tornare a casa a pranzo, chi avrà docenti in classe e chi supplenti usa e getta, c’è chi avrà continuità didattica e chi no.

Tutti in classe, tutti a scuola, ma la scuola dov’è? C’è, ma a pezzetti, c’è diversa e inadeguata. C’è, ma non per tutti e non allo stesso modo. La scuola deve essere ripensata, l’emergenza Covid-19 poteva essere un’occasione ghiotta per dare una spinta di qualità e lungimirante alla crescita del nostro Paese, ma per settimane abbiamo parlato solo di bar, ristoranti e parrucchieri e plexiglass. La scuola non è soltanto obbligo, è prima di tutto un diritto, un diritto spesso negato. Notiamo, con amaro disappunto e scoramento, come a questo Paese manchi nella sua visione e progettazione un pezzo: gli improduttivi, appunto. I bambini e i ragazzi. E tutto nasce da qui. Da questo buco, falla, voragine sostanziale. Sappiamo che andremo a scuola dal 14 settembre, ma non siamo organizzati per farlo.

«C’è bisogno di distanziamento, ma non tutti i dirigenti hanno avuto la possibilità di reperire spazi, e soprattutto non si può lasciare un’operazione di tale importanza all’intraprendenza del singolo dirigente scolastico. Al momento, per esempio – racconta D’Alfonso -, a Milano ci troviamo circa con 74 presidi, tra primarie secondarie di primo grado e secondo grado, che scrivono direttamente ai genitori per annunciare riduzioni di orario, doppi turni, taglio del tempo pieno. In alcuni casi metà classe farà lezione con un video in un’altra aula, forse in un container, con un commesso a controllare. In altri casi non ci sarà neppure questa possibilità, ma ci sono come sempre i più fortunati che avranno la possibilità  di fare scuola come prima». Ma il diritto allo studio vale se è uguale per tutti. Offrire pari opportunità di…

L’articolo prosegue su Left del 14-20 agosto

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