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Se il referendum del 20-21 settembre dovesse sancire il taglio lineare dei parlamentari, si consumerebbe l’ennesimo furto di democrazia ai danni del Meridione, che prelude ad un furto di risorse. Con territori meno rappresentati rispetto al Nord ed eletti più esposti al potere delle lobby

Il 20 e 21 settembre si voterà, oltre che per elezioni regionali e comunali in parecchie regioni e comuni, anche per il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari – da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi – in tutta Italia. È un passaggio molto delicato per il futuro del nostro Paese.
Non ripeterò qui le motivazioni del No già espresse, sicuramente meglio di me, da eminenti costituzionalisti, non metterò l’accento sulla demagogia insita nel quesito e nemmeno sulle palesi inesattezze che i proponenti pongono alla base della richiesta e neppure sulla simulazione fatta dall’Istituto Cattaneo, e cioè che l’eventuale vittoria del Sì, abbinata ad una legge elettorale proporzionale al 3% o al 5%, porterebbe la destra avanti in tutte e due le Camere. Non insisterò sullo studio della Fondazione Einaudi che evidenzia come, con la vittoria del Sì al referendum, con soli 267 deputati e 134 senatori (che la destra potrebbe ottenere, come abbiamo detto) si potrebbe «cambiare la Costituzione in ogni sua parte, senza possibilità per i cittadini di esprimersi con un successivo referendum», ma vorrei toccare un argomento che quasi nessuno ha sottolineato e cioè come la vittoria del Sì al referendum potrebbe essere l’ultimo imbroglio, forse quello definitivo, per il Sud ed i suoi cittadini, aggravando ancor di più la mancanza di rappresentanza del Mezzogiorno in Parlamento e approfondendo la spaccatura già presente nel Paese.

Vediamo perché in pochi passi.
Primo. La densità di popolazione al Sud, parametro per l’assegnazione dei seggi alla Camera e al Senato, è più bassa del Nord, e, mentre la desertificazione demografica causata dall’emigrazione cresce di anno in anno, la conseguenza è che il Sud, in un Parlamento ridotto, avrebbe un peso politico minore dell’attuale.
Secondo. Sicilia e Sardegna avrebbero minori rappresentanti in termini percentuali al Senato rispetto alle altre Regioni a Statuto speciale.
Terzo. La Basilicata, così come l’Umbria, subirebbe il taglio maggiore al Senato, i rappresentanti passerebbero dagli attuali 7 a soli 3 (-57%) e qualsiasi partito sotto la percentuale del 20% dei voti non eleggerebbe alcun rappresentate, inoltre visto che il Senato è eletto su base regionale, la Sardegna finirebbe per avere un senatore ogni 328mila abitanti, mentre il Trentino-Alto Adige uno ogni 171mila, rendendo evidente la…

Natale Cuccurese è il presidente nazionale del Partito del Sud

L’articolo prosegue su Left dell’11-17 settembre

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