Era il 2005, “due crisi fa”, che in Italia il tasso di occupazione femminile quotava 45,4%. È il 2021 e siamo tornati lì. Nonostante il blocco dei licenziamenti, mentre l’Europa, pur con una decrescita forte, veleggia oltre il 62%, dai noi si versano lacrime di coccodrillo. Questi numeri sono già impietosi nel descrivere l’imperante discriminante di genere, ma se rivolgiamo lo sguardo alle giovani donne tocchiamo una vetta terribile, solo un terzo delle giovani sono al lavoro e l’Italia conquista l’ultimo posto in Europa. Il divario di genere che riguarda occupazione, retribuzioni, carriere si conferma nelle giovani generazioni; solo nell’istruzione non è così, a proposito di chi pontifica colpevolizzando le donne sugli studi. Fin troppo facile dire che l’Italia non è un Paese per donne e per giovani. Se ci fosse incertezza i numeri Istat di dicembre sulla perdita dei posti di lavoro, 98% donne, prevalentemente tempi determinati, la cancellano. Potrei proseguire il funereo quadro con i numeri delle giovani madri, le dimissioni volontarie che sono prevalentemente denunce dell’obbligo di scegliere tra lavoro e maternità, anche qui il confronto con l’Europa ci consegna la maglia nera. Se finalmente si volesse uscire da quel paternalistico e patriarcale “ma le donne non fanno le scelte ‘giuste’ per trovare collocazione nel mercato del lavoro” – che connota ormai da decenni le nostre vite – e si affrontassero le ragioni di tanta esclusione avremmo già fatto un gran passo avanti. Era l’inizio degli anni 2000 quando abbiamo cominciato a vedere le statistiche dell’effetto sul Pil della crescita dell’occupazione femminile, e ancor più affascinanti sarebbero gli effetti sul benessere del Paese.

Banca d’Italia ci ricorda, ancora una volta, la potenzialità, una crescita di 7 punti, che potrebbe derivare dalla crescita dell’occupazione femminile. Intanto scorrendo le statistiche si scopre che per età solo le ultracinquantenni non perdono posizioni, più forti della lunga stagione di lotta del movimento femminile e femminista, certo, ma temo non sia sufficiente, comunque bisogna intervenire sui meccanismi di discriminazione e segregazione. Ovvero: precarietà, privatizzazione del welfare, e stereotipi. Significa, e lo sapevamo, che il sacrosanto blocco dei licenziamenti funziona per i lavoratori stabili, quelli che non sono stati travolti dal Jobs act, ma le donne e le giovani generazioni la stabilità la vedono come un miraggio. Le stesse politiche di detassazione e decontribuzione, miliardi erogati senza condizioni alle imprese per le assunzioni, hanno ulteriormente aggravato marginalizzazione e precarizzazione delle lavoratrici. Numerosi studi ormai lo dimostrano, ma basterebbe osservare la beffa, anche simbolica, dei quasi tre milioni di part time involontari ed obbligati, in prevalenza donne, per capire come quelle politiche, continuamente riproposte, portano al consolidamento della segregazione e delle discriminazioni; come dicevano le giovani: un potente anticoncezionale.

Se non si vuole continuare il pianto del calo demografico come scusa per il ritorno a casa delle donne, serve fare i conti innanzitutto con un mercato del lavoro frantumato, precarizzato che indebolisce la qualità del nostro sistema produttivo che già nella sua piccola taglia ha seri problemi di produttività. Certo se come il Jobs act dimostra ci si ostina a pensare che la bassa produttività sia determinata dalla troppa libertà e sicurezza del lavoro, alla fine si cerca conforto nel modelli di lavoro forzato dei sultanati arabi, e solo nubi nere si ergono dinanzi a noi. Partiamo, invece…


L’articolo prosegue su Left del 12-18 febbraio 2021

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