Chissà come sarebbero andate le cose se anche l’Unione europea avesse avuto una propria industria farmaceutica. Come India, Cina, Russia e Cuba. Chissà come sarebbe andata fin qui la campagna vaccinale anti-covid se, al posto di un’Europa delle banche, della finanza e dei “rapporti” consolidati con le multinazionali biotech, ci fosse stata un’Europa della salute. O meglio, una sanità pubblica europea. E chissà se a Bruxelles, di fronte alla durissima lezione che da un anno ci sta dando la pandemia, si farà mai largo l’idea di realizzare una industria farmaceutica e una sanità pubblica comunitaria. Su Left lo auspichiamo da tempo, avendo fatto tesoro dell’esperienza che la Covid-19 ci sta costringendo a vivere. Chissà infine se alla Commissione europea e nel governo Draghi abbiano chiaro fino in fondo che da una pandemia si può uscire solo se il vaccino viene somministrato equamente a tutti e in tutti i Paesi colpiti, perché solo così si può neutralizzare l’incubo varianti e raggiungere più velocemente l’immunità di gregge globale.

Stando al blocco imposto da Mario Draghi sull’export di 250mila dosi di vaccino AstraZeneca prodotto in uno stabilimento di Anagni, destinate all’Australia, un dubbio lecito sorge. E aumenta, sapendo che tutto ciò è avvenuto con l’approvazione di Bruxelles e il plauso “personale” di Ursula von der Leyen. Le dosi sono state prontamente redistribuite tra i Paesi Ue, davvero siamo giunti al “prima gli europei”? Non è questa l’idea di Unione che ci appartiene. Tant’è che nei mesi scorsi avevamo applaudito noi Bruxelles per aver deciso di entrare nel progetto Covax mettendo sul piatto 500 milioni di euro per finanziarlo. Stiamo parlando del piano messo a punto durante la primavera del 2020 – da Oms, Cepi e Gavi, in collaborazione con Unicef – per garantire un accesso ai vaccini Covid-19 anche ai Paesi a basso e medio reddito. Sono quelli in cui vivono circa 2/3 della popolazione mondiale, ma fino a oggi su 7,8mld di dosi vaccinali sono riusciti ad assicurarsene solo 2,4mld. Il resto è finito o finirà tutto nei Paesi ricchi. Covax si propone appunto di colmare questo titanico gap distribuendo almeno 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021 in almeno 82 Paesi. Ora invece cosa accadrà? E cosa accadrà se pensiamo che l’8 marzo gli Stati Uniti (peraltro mai entrati nel Covax) hanno annunciato per bocca del responsabile nordamericano della campagna vaccinale di Biden che tutti i vaccini prodotti negli Usa rimarranno negli Usa? In pratica fino a quando non saranno immunizzati tutti i nordamericani non una singola dose, fiala o siringa di Pfizer, Moderna e Johnson&Johnson uscirà dal suolo statunitense. Con Biden si rinnova così l’America first di trumpiana memoria. Bruttissimo segnale.

E l’idea di “vaccino bene comune” che fine ha fatto? Tra luci e ombre a quanto pare se ne stanno facendo portatori Paesi come India, Cina, Russia e Cuba. Ciascuno a modo suo. L’Avana ha intenzione di vendere a prezzi low cost ai Paesi sotto embargo Usa il Soberana 02, il suo vaccino in fase sperimentale più avanzata, dopo averlo somministrato gratuitamente ai cittadini cubani. Ogni centesimo guadagnato dalla vendita sarà reinvestito in ricerca e salute pubblica.

All’esempio cubano abbiamo già dedicato una nostra copertina, degli altri ci occupiamo in maniera approfondita nelle prossime pagine. Scoprirete così che, se da un lato l’Europa, dopo aver accettato le condizioni capestro di aziende private, ora sembra voler tentare di uscire dall’angolo con il sovranismo vaccinale, India, Cina e Russia vanno a spron battuto nella direzione opposta. Nella direzione cioè della distribuzione dei vaccini ai Paesi che rischiano di rimanere indietro. Tutto ciò sta cambiando gli equilibri globali e i confini delle aree di influenza soprattutto nel cosiddetto sud del mondo. In particolare in Africa, dove India e Cina si trovano a giocare una partita delicatissima a colpi di milioni di dosi distribuite in decine di Paesi, molto simile a quella che le vede già protagoniste nel Sud est asiatico. Un’altra partita importantissima si è disputata l’11 marzo al Wto. Supportate da oltre 400 organizzazioni non governative internazionali, Sud Africa e India hanno chiesto più volte all’Organizzazione mondiale per il commercio di valutare la sospensione dei brevetti sui vaccini che impediscono ai due Paesi di produrre su scala mondiale le dosi anti-covid. Un’approvazione dell’istanza consentirebbe di contenere ovunque l’epidemia realizzando le necessarie dosi di vaccino in tempi relativamente brevi e a costi accessibili per tutti. Ma fino all’ultimo diversi “big” del Wto si sono schierati compatti contro questa eventualità: Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera, Gran Bretagna, Stati Uniti. Ed Unione europea.

Essendo andati in stampa prima della riunione al Wto non sappiamo come è andata a finire (ma non siamo ottimisti)*. Di certo c’è che le aziende farmaceutiche, nonostante abbiano ricevuto finanziamenti pubblici di svariati miliardi di euro, possiedono il brevetto sul prodotto finale e quindi il pieno controllo su produzione, prezzo e distribuzione dei vaccini. «Ciò permette loro di non condividere la tecnologia, mantenere la proprietà intellettuale e limitare la ricerca, lo sviluppo e la fornitura di vaccini efficaci, accaparrandosi la maggior parte delle enormi ricompense finanziarie. Se questa situazione perdurerà, 9 persone su 10 nei Paesi poveri e a basso reddito non potranno essere vaccinate quest’anno, perché Moderna, Pfizer/BioNTech e AstraZeneca, nel 2021 produrranno vaccini per appena l’1,5% della popolazione mondiale». Sono queste alcune righe di un appello rivolto al primo ministro Draghi dal Comitato nazionale per l’Iniziativa dei cittadini europei che raccoglie 67 realtà nazionali (tra cui Left) sostenitrici dell’iniziativa presso il Wto, affinché l’Italia si faccia promotrice di questa istanza in sede europea dove si combatte la stessa battaglia. La logica del profitto non può più prevalere sul diritto alla salute delle persone. Di qualsiasi persona.

 

*Aggiornamento dell’11 marzo 2021 ore 20 – La riunione al Wto si è chiusa – come purtroppo avevamo previsto – con un nulla di fatto e un nuovo rinvio. L’accordo sulla sospensione dei brevetti è stato nuovamente bocciato dai Paesi ricchi.


L’editoriale è tratto da Left del 12-18 marzo 2021

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