Dare un nome alle cose. Finalmente ha almeno un nome quello stato di spossatezza, affanno, talora perdita del gusto e dell’olfatto, sintomi che aggiungono fatica alla fatica di questa lunga pandemia. Parliamo di persone clinicamente guarite dal Covid  ma che continuano però a subirne gli strascichi, talora con disturbi pesanti  che possono protrarsi per mesi tanto da impedire il ritorno a una vita normale.

Ha un nome questa insidiosa sindrome ma non è ancora riconosciuta come malattia dallo Stato e molte persone si trovano a farci i conti da sole, dovendo pagare di tasca propria per esami e trattamenti. Il ministro Speranza ha proposto l’esenzione per chi era stato ospedalizzato, è un passo importante, ma non basta, come raccontano a Left malati e associazioni.

È un lungo viaggio fra i dimenticati del Covid l’inchiesta di Giulio Cavalli che questa settimana apre la nostra copertina. Ma anche per la storia e l’impostazione di Left che da sempre dedica molta attenzione al tema della salute mentale non potevamo parlare di Long Covid solo dal punto di vista della malattia organica. Per questo abbiamo chiesto alla psichiatra e psicoterapeuta Viviana Censi di aiutarci a capire meglio quali effetti di lungo periodo ha prodotto l’isolamento sociale su soggetti che avevano già delle fragilità.

Su questo aspetto abbiamo continuato a tenere accessi i riflettori fin da quando è scoppiata la pandemia. Ma ora a molti mesi di distanza dal suo inizio abbiamo più indagini, dati, studi e possiamo cominciare a mettere a confronto quel che è accaduto durante il lockdown e con le riaperture. In generale sappiamo che sono aumentati i casi di depressione, ansia, attacchi di panico ecc. Ma non possiamo dire che l’emergenza Covid-19 sia la causa della malattia mentale. Semmai può essere stata un coadiuvante nello slatentizzare, rendere manifesta per es. una depressione che c’era già, mascherata, senza sintomi evidenti.

Ritornano in mente le parole della psichiatra Annelore Homberg, intervistata su Left: «I depressi sentono che qualcosa in loro non va. Avvertono una carenza, ma non vedono bene, non riescono ad individuarne la natura. In altre parole non arrivano alla conoscenza delle cose latenti. Si inventano invece modi auto accusatori di vedere la realtà, spiegazioni fasulle».

Dicono “non sono capace, non vado bene”. «Il problema conoscitivo principale – spiega Homberg – riguarda l’anaffettività. Riguarda il vuoto affettivo nascosto degli altri che il depresso sente e subisce. Ma ci può essere anche una sua quota di anaffettività che non gli permette di affrontare alcune situazioni di vita, di per sé positive, con sufficiente energia e compattezza». La depressione, così come le altre patologie mentali, non è uno “stato di natura”, una carenza immutabile. La cura esiste, anche se il depresso tende a negarla pensandosi incurabile.

Abbiamo voluto riprendere i fili di questo importante discorso, ora pubblicato nel libro di Left Un vaccino contro il virus del negazionismo”; per ribadire l’importanza della psicoterapia per la cura della malattia mentale, ma anche per sottolineare una volta di più l’importanza della prevenzione. Lo ribadiamo ora anche per un fatto politico eclatante: presto arriveranno molti soldi dall’Europa, ma nel Pnrr non c’è nulla che riguardi la salute mentale.

La denuncia arriva anche dalla Cgil che segnala come dato allarmante «l’assenza di riferimenti alla salute mentale», tema centrale anche per «riqualificare l’assistenza territoriale e domiciliare, per sostenere il diritto alla vita indipendente, rispettando così il diritto di curarsi nel proprio contesto di vita in un’ottica di salute di comunità».

Quanto ci sia bisogno di una solida e capillare rete di assistenza territoriale viene percepito dalla politica e dai media solo quando accadono drammi come quello che è accaduto ad Ardea, dove un trentacinquenne, che viveva isolato con la madre e che sui social si definiva “Mister Hyde”, ha ucciso senza alcun movente due bambini e un anziano intervenuto per proteggerli. Qui certo parliamo di una patologia molto grave che lo aveva portato a perdere la propria realtà più profonda e il rapporto con l’umano.

Possibile che nessuno si fosse accorto? Possibile che, stando a quello che hanno riportato le cronache, dopo un breve ricovero in pronto soccorso per aver minacciato sua madre con un coltello sia stato rimandato subito a casa? Su questo interviene approfonditamente Viviana Censi in una importante intervista.

Ma prima di chiudere vorrei citare anche Vera Slepoj che su La stampa del 15 giugno scrive che «fatta la legge Basaglia, chiusi i manicomi nient’altro è stato fatto per supplire all’assenza di cure verso problematiche come la schizofrenia, le psicopatie, le psicosi». Le famiglie con malati mentali sono state abbandonate a se stesse.

«La legge Basaglia… è diventata il lasciamoli fuori senza cure». Ignorando il dolore psichico del malato e la disperazione dei familiari. La malattia mentale è stata annullata, scrive Vera Slepoj. E le radici di tutto questo, aggiungiamo noi, si ritrovano in quella psichiatria basata sulla concezione filosofica esistenzialista e foucaultiana per la quale la pazzia sarebbe il prodotto dell’esclusione sociale, una diversità, un modo di essere. Sarebbe dunque bastato chiudere i manicomi per risolvere il problema, pensarono… Con tutta evidenza non è così, e passati 40 anni serve un radicale cambio di paradigma. Beninteso non riaprendo i manicomi per i quali Salvini e le destre sembrano avere grande nostalgia, ma investendo massicciamente in formazione, nella rete territoriale e implementando le strutture pubbliche, «permettendo agli psichiatri che lavorano in queste strutture – come sottolinea  Viviana Censi – di fare psicoterapia».


L’editoriale è tratto da Left del 18-24 giugno 2021

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