Dopo un anno di dura pandemia occorrono interventi concreti per affrontare gli effetti psicologici sulle persone. A partire da investimenti in prevenzione e cura nelle strutture pubbliche. Ma nel Pnrr non ce n’è traccia

Uno dei temi centrali per lo sviluppo di politiche di potenziamento del Servizio sanitario nazionale oggi è sicuramente quello della tutela della salute mentale, soprattutto in una fase in cui emergono gli effetti collaterali della pandemia in termini di patologie non trattate per il prolungato periodo emergenziale, ma anche per gli effetti psicologici che ha prodotto sulla cittadinanza al venir meno di fattori e determinanti protettivi: lavoro, scuola, relazioni sociali, stabilità economica.

In effetti stiamo vivendo una fase molto delicata in cui la politica è chiamata a decidere sul destino e sull’organizzazione complessiva del Servizio sanitario nazionale pubblico ed universale come strumento fondamentale e principale per la tutela della salute psicofisica della popolazione; ma da un punto di vista strettamente economico i segnali a dir la verità non sono particolarmente incoraggianti, nella misura in cui a fronte delle enormi sfide che ci attendono e alle profonde criticità che la pandemia ha messo in luce, non è ancora per nulla chiaro il programma di investimento sanitario strutturale che il governo ha intenzione di mettere in campo complessivamente.

Per la salute mentale accogliamo con favore la mozione con la quale la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità il 16 giugno scorso un programma in 32 punti di potenziamento dei servizi, cosi come ci avviciniamo con entusiasmo a partecipare con l’Osservatorio salute mentale Fp Cgil medici e dirigenti Ssn alla II Conferenza nazionale per la salute mentale promossa dal ministero della Salute, tuttavia in rappresentanza dei cittadini e degli operatori abbiamo il dovere di segnalare che a tutt’oggi i piani di investimento proposti dal governo non vanno nella direzione di un potenziamento strutturale dei servizi, e i programmi proposti rischiano seriamente di rimanere disattesi.

In termini generali, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) contiene prospettive organizzative che, anche se molto articolate nel perimetro dell’assistenza territoriale, non sono in realtà sostenute da un definito piano di investimenti per il personale; anche nel Documento di programmazione economico e finanziaria (Dpfe) previsto per i prossimi anni, addirittura assistiamo ad un progressivo definanziamento del Fondo sanitario nazionale (Fsn) in rapporto al Prodotto interno lordo.

In questo panorama la situazione dei servizi di salute mentale è ancora più preoccupante, infatti al di là di qualche investimento a carattere esclusivamente transitorio, previsto nel Decreto sostegni bis per il sostegno psicologico nell’emergenza pandemia, non rintracciamo nessuna forma di finanziamento né organizzativo, né strutturale, né di personale stabile, nonostante in questi ultimi venti anni abbiamo assistito ad un drammatico arretramento dei finanziamenti nazionali e regionali destinati alla salute mentale, con un’inarrestabile contrazione degli organici e la progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Quasi tutte le Regioni sono ormai fortemente al di sotto del finanziamento minimo previsto per la salute mentale del 5% del Fsn, in Veneto siamo al 2,3% e non sono molte le Regioni che superano il 3%, con un’inevitabile e ormai insostenibile sovraccarico assistenziale per gli operatori a scapito dei servizi offerti ai cittadini. Un collega e amico in questi giorni parlando della difficile situazione mi ha detto: «È un momento molto critico, nel quale dobbiamo cercare di mantenere con equilibrio, e senza estremizzazioni ideologiche, i principi per la tutela della salute mentale pubblica e universale, sostenendo e valorizzando chi opera quotidianamente nei servizi».

In effetti è questa la responsabilità che viviamo forte nel sindacato, rilanciare il ruolo dei professionisti in una prospettiva di una nuova coesione tra cittadini ed operatori.
In salute mentale al contrario è accaduto troppo spesso che si è voluto inasprire il conflitto per certi versi inevitabile tra cittadini e operatori, attribuendo a questi ultimi le responsabilità di un’offerta di salute spesso scadente per il depauperamento di personale e strutturale dei servizi.

Oggi invece è più che mai necessario “ripartire dai professionisti per tutelare i cittadini” come recita il titolo della nostra ultima Assemblea. Valorizzare l’identità professionale e scientifica di chi assume la responsabilità della cura delle persone.

Anche la pandemia ci ha dimostrato che senza il contributo essenziale della scienza, della ricerca e della clinica, i programmi politici di contenimento del contagio si sarebbero comunque rivelati vani. Anche in salute mentale abbiamo bisogno di capire dalla scienza e dai professionisti quali interventi perseguire per la cura delle persone, superando i muri ideologici che al contrario impediscono la ricerca di una cura possibile per una vera alienazione dalla malattia mentale.

Il sindacato nello svolgere il ruolo fondamentale di rappresentanza dei lavoratori per il bene dei cittadini, può e deve diventare punto di riferimento nel dialogo con le istituzioni nella necessità di maggiori investimenti per il personale, per la formazione, per la ricerca, per un’offerta finalmente pubblica della psicoterapia, e per la prevenzione. È evidente quindi che è prima di tutto necessario recuperare il valore politico e culturale delle relazioni sindacali per rimettere al centro il dialogo con le parti sociali che hanno rappresentato nella storia il punto di forza di qualsiasi proposta innovatrice e riformatrice. Solo il dialogo tra la politica, le parti sociali e la scienza può ridare vigore al Servizio socio sanitario nazionale pubblico e universale per realizzare programmi di salute mentale di comunità realmente inclusivi e partecipati.

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L’autore: Andrea Filippi è psichiatra e segretario nazionale Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn


L’editoriale è tratto da Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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