La deumanizzazione dell’altro è propedeutica alla sopraffazione e al dominio e va contrastata sul piano politico e culturale, osserva lo psichiatra e psicoterapeuta Panzera

La mentalità bellica è entrata così tanto nelle nostre teste da farci dimenticare che le guerre non sono ineluttabili», ha detto il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky in una intervista dal titolo “Viviamo nell’era della prepotenza, ma si può risalire”, firmata da Simonetta Fiori. Poi ha aggiunto: «Le guerre appartengono alla storia dell’umanità, non alla natura umana. Di istinto di morte parlava Freud ma dentro di noi agisce anche l’istinto di vita. E possiamo decidere guerra o pace». Affermazioni importanti che vanno contro la vulgata bellicista mainstream. Abbiamo chiesto allo psichiatra e psicoterapeuta Fernando Panzera un commento. «Un pensiero molto interessante e condivisibile quello espresso da Zagrebelsky. Lo psichiatra Massimo Fagioli ha legato il concetto di istinto di morte, soprattutto nei pazienti gravi, non a qualcosa di originario e innato, ma a una violenza subita, a una distruttività che viene dall’esterno. Questo è il punto decisivo. L’idea che dentro l’essere umano ci sia fin dall’inizio una spinta naturale a distruggere tutto ciò che di bello e di buono esiste porta con sé una concezione disperante dell’umano. Invece, se si guarda a certe storie cliniche, si comprende che la distruttività è spesso l’esito di esperienze deludenti, violente, che non lasciano scampo alla vitalità di un neonato, alla sua resistenza, alla sua possibilità di rapporto. È un rovesciamento radicale: non una morte psichica originaria, ma una reazione a qualcosa che ha colpito la vita».

Queste riflessioni ci aiutano a leggere il tempo che stiamo vivendo. Quali sono le radici di questa inaccettabile legge della forza che sembra imporsi sullo scenario globale come realpolitik?

Siamo in un’epoca in cui non ci sono solo guerre ma c’è anche uno sdoganamento della violenza come mezzo normale per rapportarsi agli altri. È come se venisse presentata come verità della natura umana. Questo ha un riverbero sulla mente delle persone, non solo su quella dei pazienti. Ci si abitua all’idea che affermare sé stessi significhi imporsi, schiacciare, dominare. Il rischio è che questo pensiero entri nei rapporti, nell’immaginario, nel linguaggio pubblico. E quando un pensiero del genere diventa dominante, difendersi non è semplice, perché viene spacciato per lucidità, forza, concretezza, mentre in realtà produce impoverimento psichico e relazionale perché non descrive l’umano.

Allora come ci si difende da questo pensiero che descrive la violenza come se fosse la realtà umana?

Intanto direi che l’idea di affermare se stessi in qualsiasi modo possibile, pur esistendo da tempo, nella sua forma attuale nasce nel capitalismo che si basa sulla competizione a tutti i costi, sulla spinta a superare le capacità di un concorrente che poi diventa avversario e, lentamente, può diventare addirittura nemico. Questo concetto di affermazione attraverso la riuscita in campo economico diventa nel tempo, non solo la ricerca spasmodica di arricchirsi a tutti i costi - cosa che nei Paesi occidentali è diventata ormai una legge apparentemente indiscutibile - ma porta anche a sviluppare l’idea di poter sopraffare gli altri e accaparrare per sé, tutto ciò che di bello e di importante essi possono avere. Il problema è che il confine tra la contesa a livello economico, che determina profonde sofferenze anche ad interi popoli, per esempio nello sfruttamento di risorse naturali, e uno scontro armato è labile e spesso l’una degenera nell’altro. Ne deriva che gli altri diventano nemici e in quanto tali possono essere eliminati, imprigionati, sottomessi in tutti i modi. È un pensiero

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