Il teatro di Armando Punzo non è mai stato un esercizio di stile, né tantomeno un progetto di semplice rieducazione sociale. Dopo quasi quarant’anni di attività all’interno del carcere di Volterra, la Compagnia della Fortezza rappresenta oggi la più longeva e dirompente esperienza di avanguardia teatrale in ambito penitenziario, un lavoro che è valso al suo fondatore il Leone d’Oro alla carriera nel 2023. L’approdo al Teatro della Pergola di Firenze con Cenerentola – L’Arte, la Scienza e la Conoscenza segna una tappa fondamentale di un percorso decennale di “destrutturazione dei classici”, trasformando il palco in un laboratorio di evoluzione umana dove l’utopia smette di essere un miraggio per farsi prassi quotidiana.
Lo spettacolo è il quarto capitolo di una saga monumentale che ha visto Punzo confrontarsi con i giganti della letteratura e del pensiero. Se il ciclo era iniziato con la messa in discussione dell’umanità shakespeariana – vista come un’umanità prigioniera delle proprie passioni e dei propri limiti – il passaggio attraverso Borges e la ricerca dell’isola di Atlantis ha condotto il regista verso una dimensione più intellettuale e visionaria.
Punzo opera una vera e propria rottura con la tradizione occidentale che vede l’essere umano destinato a ripetere i medesimi errori in un eterno ritorno del tragico. “L’umanità raccontata da Shakespeare è un’umanità non consapevole… l’impressione che si può avere è che l’essere umano sia costretto nella ruota di un criceto da cui non riesce a scendere”, dichiara il regista, sottolineando la necessità di superare l’antropocentrismo emotivo per approdare a una nuova fase evolutiva: quella dell’Homo Felix.
In questo contesto, la figura di Cenerentola viene spogliata delle melasse disneyane per tornare a essere il mito archetipico analizzato da Ernst Bloch ne Il principio Speranza. Non è la fanciulla in attesa del principe, ma l’incarnazione della spinta utopica, di chi non accetta il proprio “posto nel mondo” e osa desiderare l’impossibile. La Cenerentola di Punzo, interpretata con grazia eterea da Viola Ferro, diventa il catalizzatore di una riflessione sulla scienza, l’arte e la conoscenza come unici strumenti capaci di rompere le barriere della nostra “prigione” esistenziale.
Visivamente, lo spettacolo si configura come una monumentale performance d’arte contemporanea, un “tableau vivant” che si distacca dalla narrazione teatrale classica per farsi meditazione visiva. Le scenografie, curate da Punzo con Alessandro Marzetti, trasformano la scena in un contenitore di architetture impossibili che sembrano uscite da una litografia di M.C. Escher. Scale che non portano in alcun luogo, prospettive invertite e piani sovrapposti suggeriscono un universo dove la logica euclidea è sospesa, invitando lo spettatore a smarrire le proprie coordinate razionali.
In questo spazio si muovono figure che richiamano direttamente la pittura metafisica di Giorgio de Chirico. Gli attori, spesso immobili come manichini o impegnati in movimenti rallentati e ieratici, evocano quelle “muse inquietanti” che popolano le piazze d’Italia del maestro ferrarese. L’atmosfera è sospensiva, straniante: i personaggi non “recitano” nel senso convenzionale del termine, ma abitano lo spazio. Molti di loro tengono tra le mani libri e appunti, leggendo frammenti di testi invece di declamare battute a memoria. Questa scelta rompe drasticamente la finzione scenica: la lettura diventa un omaggio alla conoscenza che si sta “incubando” in quel momento, trasformando la recita in una sorta di lezione accademica, ma allo stesso tempo onirica e visionaria.
Uno dei momenti di maggiore impatto visivo è l’irruzione della materia pittorica sulla scena. In un ambiente dominato dal rigore del bianco e nero – una scacchiera che simboleggia il pensiero dicotomico del “bene e male” o del “giusto e sbagliato” – il colore bianco esplode come un atto di ribellione. Vediamo attori che, con la furia e la precisione della action painting di Jackson Pollock, scagliano inchiostro bianco su grandi tele nere o direttamente sugli elementi scenografici.
Questo dripping teatrale non è solo un omaggio formale all’espressionismo astratto americano, ma rappresenta la volontà di Punzo di “sporcarsi le mani” per ridisegnare l’orizzonte. Il gesto del gettare il colore è un atto politico: è la distruzione della forma prestabilita per creare un nuovo ordine, una nuova possibilità di visione. È il momento in cui l’utopia di Bloch si fa fisica, tattile, sporca. Il nero della cenere e della prigione viene fecondato dal bianco della creazione, in un processo di purificazione alchemica che è il cuore pulsante del mito di Cenerentola.
Il paesaggio sonoro fiabesco di Andreino Salvadori e i costumi di Emanuela Dall’Aglio completano questa immersione totale. Gli abiti, dal sapore gotico-vittoriano, creano un corto circuito temporale: sembrano evocare un’epoca di scoperte scientifiche e rivoluzioni industriali, ma al contempo rimandano all’universo di Lewis Carroll. Vediamo in scena una sorta di Alice nel Paese delle Meraviglie che ha smesso di seguire il Bianconiglio per interrogare scienziati, poeti e critici.
Tutto lo spettacolo è un continuo succedersi di dimensioni che si aprono l’una nell’altra, come scatole cinesi o sogni dentro i sogni. La decisione di far leggere gli attori sottolinea la natura di “mantra ipnotico”: le parole non servono a spiegare la trama, ma ad accompagnare lo spettatore” in uno stato di trance cosciente. Si tratta di un teatro che non vuole essere capito, ma “sentito”.
Dopo quasi quarant’anni di lavoro in carcere, Punzo ribadisce con forza la sua visione: l’arte non deve avere un rapporto di sudditanza con le istituzioni. Nel suo Breviario di etica artistica, il regista chiarisce che il suo non è teatro sociale, ma teatro tout court. “Non faccio l’educatore o lo psicologo… l’arte è arte; che si faccia in un carcere o in qualsiasi altra istituzione, è importante che l’artista non abbia un rapporto di sudditanza”, sottolinea con fermezza.
Il carcere di Volterra è stato il laboratorio dove l’impossibile è diventato concreto. Per Punzo, la prigione reale dei detenuti è solo il riflesso di una prigione interiore più vasta in cui l’umanità intera è rinchiusa. “Ti costruisci una prigione con le tue mani, senza rendertene conto e il mondo intorno ti offre tutti gli attrezzi per poterti costruire questa prigione”, ammonisce il regista. Cenerentola è lo strumento per scardinare queste sbarre invisibili.
Cenerentola – L’Arte, la Scienza e la Conoscenza è, in definitiva, un manifesto politico e poetico contro il decadimento e la rassegnazione. Attraverso l’uso sapiente di riferimenti che spaziano da Picasso a De Chirico, dalla precisione di Escher alla foga di Pollock, Armando Punzo ci consegna un’opera monumentale che è un inno all’evoluzione.
Assistere a questa performance alla Pergola significa accettare di perdere l’equilibrio sulla scacchiera della realtà ordinaria per scoprire che, dietro il fondale che Punzo puntualmente rompe, esistono infinite altre dimensioni. La Compagnia della Fortezza ci ricorda che siamo esseri utopici e che il “sogno ad occhi aperti” è l’unica azione veramente concreta che ci è rimasta per non soccombere a un destino predeterminato. Un’opera che non finisce con gli applausi, ma che continua a vibrare nella mente come un invito imperativo: quello di smettere di essere Sapiens e iniziare, finalmente, il lungo cammino per diventare Felix.




