Il governo sospende un trattato che Israele stesso definisce privo di contenuto reale. Ci sono voluti due anni di piazze piene, 75mila morti e una sconfitta referendaria

Se si vuole evitare sia l’enfasi sia la semplificazione, la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa tra Italia e Israele va collocata nel suo esatto perimetro giuridico. È qualcosa di diverso da una rottura, da una sanzione, da un mutamento strutturale della politica estera. Ma non è nemmeno un gesto privo di conseguenze. Il punto di partenza è la natura dello strumento. Un memorandum d’intesa in materia di difesa, nella prassi internazionale, difficilmente ha la forza di un trattato in senso proprio. Non passa necessariamente attraverso un processo di ratifica parlamentare e, soprattutto, non crea obblighi giuridici rigidi e inderogabili. Si tratta piuttosto di una cornice operativa: organizza la cooperazione, facilita programmi comuni, rende più fluido lo scambio di informazioni e di tecnologie. In questo senso, è uno strumento flessibile, che vive finché esiste una convergenza politica sufficiente a sostenerlo. La decisione del governo italiano interviene esattamente su questo livello. Non rinnova automaticamente quella cornice. Il che significa, in termini concreti, che alcune forme di cooperazione potranno rallentare, essere riviste o cessare, ma senza che ciò produca effetti diretti sugli obblighi già assunti o sugli atti già perfezionati. Non vengono toccati accordi di livello superiore, non si incide automaticamente sulle autorizzazioni all’export già concesse, non si modifica la posizione giuridica dell’Italia nei principali contesti multilaterali.

Da questo punto di vista, l’impatto è limitato. Non c’è alcuna discontinuità giuridica forte, né una ridefinizione degli impegni internazionali dello Stato. Il governo esercita una discrezionalità che gli è propria, scegliendo di non prolungare uno strumento che, per sua natura, è reversibile e politicamente condizionato. E tuttavia fermarsi qui sarebbe riduttivo. Nel diritto internazionale contemporaneo esiste una vasta zona grigia fatta di atti che non vincolano in senso stretto ma contribuiscono a orientare le relazioni tra Stati. Sono segnali e prese di posizione. Micro-scelte che, nel tempo, costruiscono una linea di condotta riconoscibile. La sospensione del memorandum rientra in questa categoria. Non produce effetti immediati e coercitivi, ma riduce uno spazio di cooperazione e introduce un elemento di distanza politica. Può incidere, in modo indiretto, sulle relazioni bilaterali, sulle scelte operative future, sulla credibilità di certe posizioni nei contesti europei e internazionali. Non cambia il quadro, ma ne modifica leggermente l’equilibrio. In questo senso, definirla una decisione simbolica è solo parzialmente corretto. È simbolica nella forma, perché non altera l’architettura giuridica esistente. Ma non è vuota, perché i simboli, nella prassi internazionale, hanno spesso una funzione anticipatoria: preparano e accompagnano possibili sviluppi successivi. Il risultato è una tipica decisione di politica estera a bassa intensità giuridica: prudente, reversibile, limitata nei suoi effetti immediati, ma non priva di significato. Una scelta che non obbliga quasi nulla, ma che dice comunque qualcosa. E, nel linguaggio degli Stati, questo basta spesso a produrre conseguenze.

Certo, l’Italia potrebbe fare di più, soprattutto in una fase in cui la condotta di Israele è oggetto di accuse gravi sul piano del diritto internazionale umanitario e del diritto penale internazionale, che includono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e che saranno oggetto di accertamento nelle sedi competenti. Proprio per questo, la distanza tra atti simbolici e scelte giuridicamente incisive resta il punto centrale: colmarla, o decidere di non farlo, è una scelta politica che si misura non sulle dichiarazioni, ma sugli strumenti che si è disposti ad attivare.

Fot Gov